L'Index of Economic Freedom registra uno slittamento di cinque posti
Nel 2012 l’Italia vede ulteriormente scendere la sua libertà economica.
Secondo la classifica annuale Heritage Foundation-Wall Street Journal, di cui l’Istituto Bruno Leoni è partner, il nostro Paese si ferma al 58,8 per cento, 1,5 punti percentuali in meno dell’anno scorso, conquistando la 92ma posizione (cinque in meno rispetto al 2011). L’Italia è classificata penultima nella graduatoria dei Paesi europei: peggio di noi solo la Grecia. Si tratta del terzo anno consecutivo nel quale si registra una riduzione della libertà economica italiana. Questa volta, a incidere negativamente sono soprattutto l’aumentare della corruzione percepita e l’incapacità, nonostante le diverse manovre, di mantenere sotto controllo le finanze pubbliche, incidendo sullo stock del debito. Più in generale, i punti strutturalmente deboli per la libertà economica nel nostro Paese stanno nella spesa pubblica (valutata ad appena il 19,4 per cento, 9,2 punti in meno dell’anno scorso) e la libertà del lavoro (43 per cento), oltre alla più ampia incertezza del quadro normativo e all’insostenibile pressione fiscale.
Commenta il Presidente dell’Istituto Bruno Leoni, Nicola Rossi: “La stampa riporta, pressoché quotidianamente, nuove ipotesi allo studio per stimolare la crescita italiana ormai scomparsa da oltre un ventennio ma – com’è noto – non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere: la strada per ritrovare la crescita è scritta infatti con chiarezza e da anni nella graduatoria dell’Index of Economic Freedom. In particolare, il governo italiano – che si propone di fare «un decreto al mese» per rilanciare la crescita – forse potrebbe fermarsi a riflettere: tutto lascia pensare che non sia quella la strada giusta”.
Il calo italiano si colloca in un contesto globale che, pure, sconta una crisi della libertà economica, frutto della reazione keynesiana di molti Paesi (specie nel mondo sviluppato) alla recessione. È proprio l’aumento della spesa pubblica, infatti, ad aver determinato l’interruzione di una tendenza verso la maggiore libertà economica nel mondo che si era manifestata quasi ininterrottamente da quando la redazione dell’Indice è iniziata, 18 anni fa, fino al 2008.
“A dispetto delle letture neokeynesiane, resta robusta l’evidenza della correlazione tra la libertà economica e la crescita, da un lato, e la riduzione della povertà, dall’altro. A questo proposito, è significativo che la classifica della libertà economica di quest’anno veda il ritorno del Cile e l’ingresso delle Mauritius fra i 10 Paesi più liberi al mondo”, nota il Direttore Generale dell’IBL Alberto Mingardi.
La classifica è ancora una volta guidata da Hong Kong, Singapore e Australia, mentre gli Stati Uniti occupano la decima posizione. All’interno dell’Unione Europea, il Paese più libero è l’Irlanda (76,9 per cento, nona posizione), mentre il meno libero è la Grecia (55,4 per cento, 119ª posizione). L’Italia è penultima tra gli Stati membri dell’UE.
L’Indice della libertà economica è costruito attraverso dieci indicatori sintetici che, sulla base dei dati forniti dalle maggiori organizzazioni internazionali, consentono di “schematizzare” la libertà economica, attraverso una serie di variabili che misurano l’invadenza dello Stato (come la pressione fiscale e la spesa pubblica), la qualità della regolamentazione e la certezza del diritto, l’autonomia degli attori economici nel condurre le loro attività (per esempio il mercato del lavoro o gli adempimenti necessari ad avviare o condurre attività produttive), la qualità del sistema giudiziario, la corruzione, eccetera.
L’Indice della libertà economica è scaricabile integralmente sul sito www.heritage.org/index. La scheda relativa all’Italia è disponibile, in italiano, anche sul sito dell’Istituto Bruno Leoni www.brunoleoni.it.
Friday, January 27, 2012
Il manuale di navigazione del timoniere del Titanic di Fabio Scacciavillani su NfA del 23 Gennaio 2012
Con un misto di piagnistei, autoassoluzioni e palesi falsità profferite nello studio dello zerbino buonista più amato dai politicanti (dopo l'intervista all'Annunziata e quella su Corriere), Voltremont annuncia il ritorno in libreria il 25 gennaio con un libro-programma (ipse dixit) intitolato "Uscita di Sicurezza". Per prepararvi degnamente all’evento e alle future comparsate in programma su tutte le reti nei prossimi giorni, vorrei sintetizzare alcuni passaggi di un libro che ho scritto di recente con Giampiero Castellotti, "Il Timoniere del Titanic", che ripercorre la storia dell’ex Superministro dall’infanzia valtellinese alla fine dell’ultimo (si spera) governo Berlusconi. Così quando sentirete e leggerete le fantasie librantisi dall'universo onirico del noto contabile valtellinese, avrete a portata di mano una documentazione sui fatti reali.
Domenica sera Tremonti sembrava riemerso dalle nebbie di un passato remoto, il reduce di una stagione lontana e dimenticata, l'immagine sbiadita di un potente. Eppure meno di anno fa era sulla cresta di un'onda che sembrava non infrangersi mai. Addirittura il Segretario del maggior partito di opposizione si dichiarava più o meno esplicitamente disposto ad appoggiare un governo con a capo Tremonti, se Berlusconi si fosse fatto da parte.
In realtà la caduta del Superministro risale a poco più di due mesi.Ecco alcuni articoli di giornale usciti a ottobre: il Giornale 10 ottobre 2011 “E Giulio ottiene l’unzione dei vescovi”: Il pio Giulio ha ottenuto quello che cercava: ieri mattina prima ancora della Santa Messa aveva gia’ incassato la benedizione dei vescovi [....]. Si dà un gran daffare il catecumenale della Valtellina. Parla con Bossi e lo convince a intervenire, fa fuoco e fiamme con Letta mentre il premier sta in Russia”.
Il Corriere della Sera 17 ottobre 2011 “Pdl e Tremonti al duello decisivo”: Settimana decisiva per sciogliere uno dei nodi gordiani del governo. Nelle intenzioni del premier e della maggioranza il decreto sviluppo su cui Berlusconi ha detto di stare lavorando personalmente [un uomo una garanzia NdA] deve dare una scossa all’economia e dovra’ arrivare sul tavolo del Consiglio dei ministri entro venerdì”.
E non mancavano i coriferi a libro paga ministeriale come il solito Fortis che sul Sole24Ore del 15 ottobe 2011 titolava “E’ l’Italia la scattista del commercio globale" in cui si celebrava un qualche miracolo italiano, merito implicito del noto commercialista.
Poi il tonfo del governo Berlusconi, con il conseguente defenestramento e isolamento politico. Anche nella Lega pochi mostrano di rimpiangerlo. Ma lui insiste con la patina pseudo-intellettualistica demolita in "Tremonti, Istruzioni per il Disuso", nella speranza di riemergere sulla scena. C'e' un aspetto che è rimasto sfuggente nelle tante incarnazioni di questo Scilipoti d'antan (come lo chiamiamo ne "Il Timoniere del Titanic"): da dove viene e cosa ha rappresentato Tremonti? In sostanza questa figura che evoca la macchietta più che l'intellettuale rappresenta uno degli agenti patogeni (nonil solo, ma certo uno dei principali) che ha inculcato il virus della Prima Repubblica nel sistema politico emerso dopo Tangentopoli.
Il Libro comincia proprio da questo punto "La Prima Repubblica non è mai stata debellata. Come i micidiali virus di febbri emorragiche ha però subíto delle mutazioni genetiche che le hanno permesso di eludere gli anticorpi inoculati nella stagione di Mani Pulite e di adattarsi al nuovo ambiente creatosi con la distruzione dei partiti e l’eliminazione politica dei mediocrissimi despoti che vi spadroneggiavano. Gli agenti di questa mutazione sono stati uomini rimasti annidati nei meandri del potere consociativo solidificatosi negli anni Settanta e di cui esercitavano una fetta più o meno vasta, lontano dalle luci della ribalta".
La fase di quiescenza del virus non fu lunga. Nemmeno due anni dopo il crollo dei partiti tradizionali (escluso il Pci), la discesa in campo di un piduista, cresciuto imprenditorialmente sotto la ben remunerata tutela craxiana, fu un richiamo della foresta potente. Già in quella fase Tremonti, mollato Mario Segni diventa uno degli uomini-chiave, alla testa del ministero delle Finanze. All'epoca è uno dei commercialisti di maggior successo, con un passato di consigliere dei ministri Reviglio e Formica (che pochi giorni fa gli ha dedicato un'affettuosa lettera aperta sull'Avanti di Lavitola, un ambientino di tutto rispetto).
Tremonti firma editoriali sul “Corriere della Sera” dal 1984 (direzione Ostellino) dandosi una veste da liberista, riformatore radicale e iconoclasta del fisco rapace. Dietro questo paravento si muove a suo agio nei corridoi e nei sottoscala romani, curando incarichi delicati (con parcelle commensurate) di grandi gruppi industriali.
Il ruolo di Tremonti nella galassia berlusconiana viene spacciato per quello di un tecnico. In Italia c'e' sempre la fascinazione per questa parola, sin dagli anni '70 in cui si attribuiva questa patente a personaggi variegati da Stammati a Visentini. A Tremonti la maschera del tecnico serve per una tragica messinscena. A questoil libro dedica un passaggio chiave in cui viene messo in luce che per eludere gli anticorpi un virus geneticamente modificato deve trovare un agente in cui inocularsi. Certo, esistevano tanti riciclati e sdoganati provenienti dal defunto pentapartito, da Cicchitto a Casini, da Tabacci a Pisanu, da poter utilizzare all’uopo. Ma tali personaggi erano comunque percepiti dal grande pubblico come politici di professione, quando la narrazione berlusconiana sull’uomo del fare, imponeva sul palcoscenico un background professionale. Occorreva il Gattopardo nella veste di specchietto per le allodole, l’homo novus da cornice al mito dell’imprenditore prestato alla politica per reciderne i nodi gordiani.
Nella storia repubblicana non c’è stato alcuno che abbia concentrato così tanto potere per un tempo così lungo e continuo. Un potere istituzionale superiore a quello del Presidente del Consiglio (esercitato per otto dei passati dieci anni) che personaggi come Andreotti, Ciampi, Craxi, Carli, Andreatta, Colombo, Einaudi, avevano potuto soltanto sognare. A fronte di un ambito decisionale vastissimo e godendo di un credito senza precedenti sui giornali, nei media e persino negli ambienti intellettuali (o pseudo tali), Tremonti puó vantare risultati risibili a parte la vanagloria e l'abilita' a infinocchiare due furbastri di tre cotte come Berlusconi e Bossi.
Berlusconi di politica economica capisce nemmeno il minimo che si può estrapolare dalla lettura di TV Sorrisi e Canzoni. Ha lasciato a Tremonti mano libera perché sostanzialmente non ha convinzioni politiche ma la mente rivolta alle sue aziende e i suoi processi, che costituiscono un unicuum. E in questo senso Tremonti non ha deluso: ha sempre mantenuto un occhio particolare per Mediaset, a partire dalla depenalizzazione del falso in bilancio e le circolari compiacenti sugli "investimenti" in film.
Il rapporto d’acciaio che ha unito fino a due mesi fa Tremonti alla Lega è sconcertante. Come accade ai cani, che quando si incontrano tendono fiutarsi a lungo nelle parti intime, anche Tremonti e Bossi hanno impiegato un po’ di tempo prima di stringere amicizia. Tremonti intuisce che in seno alla Lega, oltre ai personaggi folkloristici alla Borghezio, esiste un’ala che ha assaporato il profumo del potere ministeriale e ne è rimasta inebriata. Si tratta di gente senza arte né parte, mezze tacche di provincia, dei Bossi in sedicesimo. Di questo, milieu Tremonti non fa parte, ma lo conosce bene perché è stato incubato in posti come Sondrio e la cintura prealpina, per poi estendersi alla pianura e alle plebi inurbate. Tremonti sa che la rabbia parolaia nasconde il concreto desiderio di poltrone e scalate sociali. Ha la freddezza di capire - come sfruttare quella voglia per i propri fini. Tuttavia rimane oscura l’origine di questa apertura di credito. Non è chiaro come sia riuscito ad ottenere la fiducia incondizionata, soprattutto nei momenti cruciali, quando gli amici si rivelano, di un gruppo molto chiuso e diffidente verso l’esterno.
Per di più i leghisti raramente hanno incalzato il Superministro. Dall’appoggio incondizionato a Tremonti la Lega non ha mai ottenuto uno straccio di risultato da buttare sul piatto della bilancia celtica nei comizi sul Pratone. Nelle ampolle ristagnava l’acqua inquinata del Po, mentre la pazienza della base tracimava e soldi prendevano la volta della Tanzania.
Ora lo Zelig della Valtellina passato dal Manifesto a Craxi, da Segni a Berlusconi, da Borghezio all'Aspen, dal liberalismo all'antimercatismo, vuole compiere un'altra piroetta acrobatica di riciclo. Certo nel Consiglio di Amministrazione della Rai vanta ancora qualche ammiratore. Ma si tratta di brandelli di influenze che non resisteranno troppo a lungo nel nuovo clima da solidarietà nazionale. Finita la girandola dei talk show, non e' chiaro chi dovrebbe seguire questo autoproclamatosi generale che non ha mai vinto una battaglia, al massimo ha soddisfatto qualche capriccio e la sete di potere andreottianamente fine a sé stesso. Uscita quindi, forse di sicurezza, certo di scena.
Domenica sera Tremonti sembrava riemerso dalle nebbie di un passato remoto, il reduce di una stagione lontana e dimenticata, l'immagine sbiadita di un potente. Eppure meno di anno fa era sulla cresta di un'onda che sembrava non infrangersi mai. Addirittura il Segretario del maggior partito di opposizione si dichiarava più o meno esplicitamente disposto ad appoggiare un governo con a capo Tremonti, se Berlusconi si fosse fatto da parte.
In realtà la caduta del Superministro risale a poco più di due mesi.Ecco alcuni articoli di giornale usciti a ottobre: il Giornale 10 ottobre 2011 “E Giulio ottiene l’unzione dei vescovi”: Il pio Giulio ha ottenuto quello che cercava: ieri mattina prima ancora della Santa Messa aveva gia’ incassato la benedizione dei vescovi [....]. Si dà un gran daffare il catecumenale della Valtellina. Parla con Bossi e lo convince a intervenire, fa fuoco e fiamme con Letta mentre il premier sta in Russia”.
Il Corriere della Sera 17 ottobre 2011 “Pdl e Tremonti al duello decisivo”: Settimana decisiva per sciogliere uno dei nodi gordiani del governo. Nelle intenzioni del premier e della maggioranza il decreto sviluppo su cui Berlusconi ha detto di stare lavorando personalmente [un uomo una garanzia NdA] deve dare una scossa all’economia e dovra’ arrivare sul tavolo del Consiglio dei ministri entro venerdì”.
E non mancavano i coriferi a libro paga ministeriale come il solito Fortis che sul Sole24Ore del 15 ottobe 2011 titolava “E’ l’Italia la scattista del commercio globale" in cui si celebrava un qualche miracolo italiano, merito implicito del noto commercialista.
Poi il tonfo del governo Berlusconi, con il conseguente defenestramento e isolamento politico. Anche nella Lega pochi mostrano di rimpiangerlo. Ma lui insiste con la patina pseudo-intellettualistica demolita in "Tremonti, Istruzioni per il Disuso", nella speranza di riemergere sulla scena. C'e' un aspetto che è rimasto sfuggente nelle tante incarnazioni di questo Scilipoti d'antan (come lo chiamiamo ne "Il Timoniere del Titanic"): da dove viene e cosa ha rappresentato Tremonti? In sostanza questa figura che evoca la macchietta più che l'intellettuale rappresenta uno degli agenti patogeni (nonil solo, ma certo uno dei principali) che ha inculcato il virus della Prima Repubblica nel sistema politico emerso dopo Tangentopoli.
Il Libro comincia proprio da questo punto "La Prima Repubblica non è mai stata debellata. Come i micidiali virus di febbri emorragiche ha però subíto delle mutazioni genetiche che le hanno permesso di eludere gli anticorpi inoculati nella stagione di Mani Pulite e di adattarsi al nuovo ambiente creatosi con la distruzione dei partiti e l’eliminazione politica dei mediocrissimi despoti che vi spadroneggiavano. Gli agenti di questa mutazione sono stati uomini rimasti annidati nei meandri del potere consociativo solidificatosi negli anni Settanta e di cui esercitavano una fetta più o meno vasta, lontano dalle luci della ribalta".
La fase di quiescenza del virus non fu lunga. Nemmeno due anni dopo il crollo dei partiti tradizionali (escluso il Pci), la discesa in campo di un piduista, cresciuto imprenditorialmente sotto la ben remunerata tutela craxiana, fu un richiamo della foresta potente. Già in quella fase Tremonti, mollato Mario Segni diventa uno degli uomini-chiave, alla testa del ministero delle Finanze. All'epoca è uno dei commercialisti di maggior successo, con un passato di consigliere dei ministri Reviglio e Formica (che pochi giorni fa gli ha dedicato un'affettuosa lettera aperta sull'Avanti di Lavitola, un ambientino di tutto rispetto).
Tremonti firma editoriali sul “Corriere della Sera” dal 1984 (direzione Ostellino) dandosi una veste da liberista, riformatore radicale e iconoclasta del fisco rapace. Dietro questo paravento si muove a suo agio nei corridoi e nei sottoscala romani, curando incarichi delicati (con parcelle commensurate) di grandi gruppi industriali.
Il ruolo di Tremonti nella galassia berlusconiana viene spacciato per quello di un tecnico. In Italia c'e' sempre la fascinazione per questa parola, sin dagli anni '70 in cui si attribuiva questa patente a personaggi variegati da Stammati a Visentini. A Tremonti la maschera del tecnico serve per una tragica messinscena. A questoil libro dedica un passaggio chiave in cui viene messo in luce che per eludere gli anticorpi un virus geneticamente modificato deve trovare un agente in cui inocularsi. Certo, esistevano tanti riciclati e sdoganati provenienti dal defunto pentapartito, da Cicchitto a Casini, da Tabacci a Pisanu, da poter utilizzare all’uopo. Ma tali personaggi erano comunque percepiti dal grande pubblico come politici di professione, quando la narrazione berlusconiana sull’uomo del fare, imponeva sul palcoscenico un background professionale. Occorreva il Gattopardo nella veste di specchietto per le allodole, l’homo novus da cornice al mito dell’imprenditore prestato alla politica per reciderne i nodi gordiani.
Nella storia repubblicana non c’è stato alcuno che abbia concentrato così tanto potere per un tempo così lungo e continuo. Un potere istituzionale superiore a quello del Presidente del Consiglio (esercitato per otto dei passati dieci anni) che personaggi come Andreotti, Ciampi, Craxi, Carli, Andreatta, Colombo, Einaudi, avevano potuto soltanto sognare. A fronte di un ambito decisionale vastissimo e godendo di un credito senza precedenti sui giornali, nei media e persino negli ambienti intellettuali (o pseudo tali), Tremonti puó vantare risultati risibili a parte la vanagloria e l'abilita' a infinocchiare due furbastri di tre cotte come Berlusconi e Bossi.
Berlusconi di politica economica capisce nemmeno il minimo che si può estrapolare dalla lettura di TV Sorrisi e Canzoni. Ha lasciato a Tremonti mano libera perché sostanzialmente non ha convinzioni politiche ma la mente rivolta alle sue aziende e i suoi processi, che costituiscono un unicuum. E in questo senso Tremonti non ha deluso: ha sempre mantenuto un occhio particolare per Mediaset, a partire dalla depenalizzazione del falso in bilancio e le circolari compiacenti sugli "investimenti" in film.
Il rapporto d’acciaio che ha unito fino a due mesi fa Tremonti alla Lega è sconcertante. Come accade ai cani, che quando si incontrano tendono fiutarsi a lungo nelle parti intime, anche Tremonti e Bossi hanno impiegato un po’ di tempo prima di stringere amicizia. Tremonti intuisce che in seno alla Lega, oltre ai personaggi folkloristici alla Borghezio, esiste un’ala che ha assaporato il profumo del potere ministeriale e ne è rimasta inebriata. Si tratta di gente senza arte né parte, mezze tacche di provincia, dei Bossi in sedicesimo. Di questo, milieu Tremonti non fa parte, ma lo conosce bene perché è stato incubato in posti come Sondrio e la cintura prealpina, per poi estendersi alla pianura e alle plebi inurbate. Tremonti sa che la rabbia parolaia nasconde il concreto desiderio di poltrone e scalate sociali. Ha la freddezza di capire - come sfruttare quella voglia per i propri fini. Tuttavia rimane oscura l’origine di questa apertura di credito. Non è chiaro come sia riuscito ad ottenere la fiducia incondizionata, soprattutto nei momenti cruciali, quando gli amici si rivelano, di un gruppo molto chiuso e diffidente verso l’esterno.
Per di più i leghisti raramente hanno incalzato il Superministro. Dall’appoggio incondizionato a Tremonti la Lega non ha mai ottenuto uno straccio di risultato da buttare sul piatto della bilancia celtica nei comizi sul Pratone. Nelle ampolle ristagnava l’acqua inquinata del Po, mentre la pazienza della base tracimava e soldi prendevano la volta della Tanzania.
Ora lo Zelig della Valtellina passato dal Manifesto a Craxi, da Segni a Berlusconi, da Borghezio all'Aspen, dal liberalismo all'antimercatismo, vuole compiere un'altra piroetta acrobatica di riciclo. Certo nel Consiglio di Amministrazione della Rai vanta ancora qualche ammiratore. Ma si tratta di brandelli di influenze che non resisteranno troppo a lungo nel nuovo clima da solidarietà nazionale. Finita la girandola dei talk show, non e' chiaro chi dovrebbe seguire questo autoproclamatosi generale che non ha mai vinto una battaglia, al massimo ha soddisfatto qualche capriccio e la sete di potere andreottianamente fine a sé stesso. Uscita quindi, forse di sicurezza, certo di scena.
Europe rests on Monti’s shoulders by Philip Stephens in the Financial Times of January 27, 2012
Italy is back. Germany’s Angela Merkel sits at the top of Europe’s power list. France’s Nicolas Sarkozy can lay claim to be the continent’s most energetic leader. Mario Monti is its most interesting. After an absence lasting a couple of decades Italy has returned to the stage. Mr Monti’s fate may turn out to be Europe’s.
The other day the White House said that Italy’s prime minister would soon meet Barack Obama. To describe its announcement as effusive would be an understatement. Mr Monti and the president would discuss “the comprehensive steps the Italian government is taking to restore market confidence and reinvigorate growth through structural reform, as well as the prospect of an expansion of Europe’s financial firewall”. Translate and you get: “Mr Obama is behind Mr Monti all the way – including when he puts pressure on Ms Merkel.”
There was a time when Italy had something to say in Europe. The Italians championed the great integrationist leap of the 1980s. The Milan summit in 1985 gave the push for the single market. Five years later a meeting in Rome set the timetable for the euro. This provided the occasion, incidentally, for the toppling of Margaret Thatcher: her “No, No, No” to the single currency stirred a Tory rebellion. Strange as it seems, British Conservatives were once mostly pro-Europeans.
The era of Silvio Berlusconi put an end to Italian influence. Though always assured of a warm welcome from Vladimir Putin, Mr Berlusconi was shunned by his European Union peers – seen by turns as a cause of irritation and embarrassment. Mr Monti, a serious-minded academic with a serious plan, is different in every dimension. Mr Berlusconi made crude jokes about Ms Merkel’s appearance. Mr Monti talks to her about economics.
There is a second Italian at the top table. Mario Draghi – the other Mario – has made his own headlines during his short presidency of the European Central Bank. As far as economic orthodoxy goes, Mr Draghi styles himself an honorary German. Yet a big refinancing operation launched under his direction – quantitative easing by another name – has propped up the banking system and calmed financial markets.
The ECB scheme is not a permanent fix, but it has given the politicians space to negotiate Ms Merkel’s precious fiscal compact. For all the ever-present shadow of Greece, there are signs that the euro crisis is passing from an acute to a chronic phase.
Mr Monti matters because it is in Italy that the euro’s long-term prospects will be decided. If Greece does fall by the wayside, Ireland, Portugal and Spain will be in the line of fire. Italy, though, is the pivotal player. If the eurozone’s third-largest economy cannot chart a credible economic course, the euro does not have a future as a pan-European project.
Mr Monti has a couple of cards to play. His austerity measures are already proving unpopular but Italy’s elected politicians are scarcely in good shape. Mr Berlusconi snipes from the sidelines but his centre-right coalition would be crushed in a snap election. So Mr Monti thinks he has another year – until scheduled elections in spring 2013 – to get his strategy up and running.
The second card is that he can speak truth to German power. His record as a liberal reformer in the EU Commission is indisputable. His demeanour defies every stereotype of the feckless southern European. Oh, and Mr Obama is right behind him when he tells Ms Merkel that indefinite austerity would turn a fiscal into a suicide pact.
I suspect Mr Sarkozy rather resents Mr Monti’s intrusion. The French president is not one to share the limelight. Until now Paris has sustained the pretence that leadership belongs to the Franco-German partnership. In truth, the chemistry between the president and chancellor is anything but good.
As it happens, Mr Sarkozy has more interest in Mr Monti’s success than most. Whenever I meet the French elites, as at the latest Franco-British Colloque, I am struck by their insistence that survival of the euro is existential. What they mean, I think, is that the break-up of the single currency would see France tipped into Europe’s second economic tier – and rob it of any remaining claim to global influence.
There is no guarantee that Mr Monti will succeed. Big spending cuts and tax increases are one thing. The real test will come in liberalising the economy. Here he confronts a honeycomb of closed shops, restrictive practices and rent-seeking cartels. This week Italian cities have been thrown into chaos by taxi drivers and truck operators. Lawyers, pharmacists and petrol-station operators are also up in arms at plans to strip away their privileges. This will not be easy.
The choices are unavoidable. The debate about the future of the eurozone is hopelessly polarised. On one side stand those who say the enterprise can be saved only if Catholic southern Europe absorbs the Protestant north’s culture of thrift and hard work. On the other side are those who say that all would be well if only the Germans were ready to spend and borrow more and underwrite the debts of their southern neighbours. Both sets of arguments are hopelessly naive.
The challenge facing Europe – one crystallised by the euro crisis – is to adapt to a world in which it can no longer dictate the terms of exchange. Policymakers and economists can argue all they like about the merits and demerits of devaluation or fine-tuning the balance between fiscal rectitude and support for demand. The big question is whether Europe can compete in a world over which the west no longer holds sway. That’s why what Mr Monti is doing in Italy really does matter.
The other day the White House said that Italy’s prime minister would soon meet Barack Obama. To describe its announcement as effusive would be an understatement. Mr Monti and the president would discuss “the comprehensive steps the Italian government is taking to restore market confidence and reinvigorate growth through structural reform, as well as the prospect of an expansion of Europe’s financial firewall”. Translate and you get: “Mr Obama is behind Mr Monti all the way – including when he puts pressure on Ms Merkel.”
There was a time when Italy had something to say in Europe. The Italians championed the great integrationist leap of the 1980s. The Milan summit in 1985 gave the push for the single market. Five years later a meeting in Rome set the timetable for the euro. This provided the occasion, incidentally, for the toppling of Margaret Thatcher: her “No, No, No” to the single currency stirred a Tory rebellion. Strange as it seems, British Conservatives were once mostly pro-Europeans.
The era of Silvio Berlusconi put an end to Italian influence. Though always assured of a warm welcome from Vladimir Putin, Mr Berlusconi was shunned by his European Union peers – seen by turns as a cause of irritation and embarrassment. Mr Monti, a serious-minded academic with a serious plan, is different in every dimension. Mr Berlusconi made crude jokes about Ms Merkel’s appearance. Mr Monti talks to her about economics.
There is a second Italian at the top table. Mario Draghi – the other Mario – has made his own headlines during his short presidency of the European Central Bank. As far as economic orthodoxy goes, Mr Draghi styles himself an honorary German. Yet a big refinancing operation launched under his direction – quantitative easing by another name – has propped up the banking system and calmed financial markets.
The ECB scheme is not a permanent fix, but it has given the politicians space to negotiate Ms Merkel’s precious fiscal compact. For all the ever-present shadow of Greece, there are signs that the euro crisis is passing from an acute to a chronic phase.
Mr Monti matters because it is in Italy that the euro’s long-term prospects will be decided. If Greece does fall by the wayside, Ireland, Portugal and Spain will be in the line of fire. Italy, though, is the pivotal player. If the eurozone’s third-largest economy cannot chart a credible economic course, the euro does not have a future as a pan-European project.
Mr Monti has a couple of cards to play. His austerity measures are already proving unpopular but Italy’s elected politicians are scarcely in good shape. Mr Berlusconi snipes from the sidelines but his centre-right coalition would be crushed in a snap election. So Mr Monti thinks he has another year – until scheduled elections in spring 2013 – to get his strategy up and running.
The second card is that he can speak truth to German power. His record as a liberal reformer in the EU Commission is indisputable. His demeanour defies every stereotype of the feckless southern European. Oh, and Mr Obama is right behind him when he tells Ms Merkel that indefinite austerity would turn a fiscal into a suicide pact.
I suspect Mr Sarkozy rather resents Mr Monti’s intrusion. The French president is not one to share the limelight. Until now Paris has sustained the pretence that leadership belongs to the Franco-German partnership. In truth, the chemistry between the president and chancellor is anything but good.
As it happens, Mr Sarkozy has more interest in Mr Monti’s success than most. Whenever I meet the French elites, as at the latest Franco-British Colloque, I am struck by their insistence that survival of the euro is existential. What they mean, I think, is that the break-up of the single currency would see France tipped into Europe’s second economic tier – and rob it of any remaining claim to global influence.
There is no guarantee that Mr Monti will succeed. Big spending cuts and tax increases are one thing. The real test will come in liberalising the economy. Here he confronts a honeycomb of closed shops, restrictive practices and rent-seeking cartels. This week Italian cities have been thrown into chaos by taxi drivers and truck operators. Lawyers, pharmacists and petrol-station operators are also up in arms at plans to strip away their privileges. This will not be easy.
The choices are unavoidable. The debate about the future of the eurozone is hopelessly polarised. On one side stand those who say the enterprise can be saved only if Catholic southern Europe absorbs the Protestant north’s culture of thrift and hard work. On the other side are those who say that all would be well if only the Germans were ready to spend and borrow more and underwrite the debts of their southern neighbours. Both sets of arguments are hopelessly naive.
The challenge facing Europe – one crystallised by the euro crisis – is to adapt to a world in which it can no longer dictate the terms of exchange. Policymakers and economists can argue all they like about the merits and demerits of devaluation or fine-tuning the balance between fiscal rectitude and support for demand. The big question is whether Europe can compete in a world over which the west no longer holds sway. That’s why what Mr Monti is doing in Italy really does matter.
Wednesday, January 4, 2012
Le implicazioni strategiche del referendum elettorale di Sandro Brusco su NoisefromAmerika del 1 gennaio 2012 • sandro brusco
Il prossimo 11 gennaio la Corte Costituzionale deciderà in merito all'ammissibilità dei referendum elettorali. I referendum mirano alla abolizione in toto dell'attuale legge elettorale, che verrebbe integralmente sostituita dalla legge elettorale precedente (il cosidetto mattarellum). Come cambiano gli incentivi per le diverse forze politiche, e per i singoli uomini politici, sotto i due sistemi?
Introduzione
Una osservazione preliminare: è possibile che questo post risulti completamente inutile, dato che non è scontato che la Corte Costituzionale dichiari ammissibili i referendum. I promotori, a differenza di quanto fatto nel passato, puntano infatti all'abolizione integrale della legge Calderoli, affermando che in caso di sua abolizione viene ripristinata la disciplina elettorale precedente (la strategia dei promotori è spiegata qui). Come noto la Corte Costituzionale ha sempre posto tra i requisiti di ammissibilità dei referendum che si eviti il vuoto legislativo in caso di vittoria. La domanda fondamentale quindi è: l'abolizione integrale del porcellum implica o no il ritorno in vigore della legislazione precedente, il mattarellum? È una questione controversa, continuo oggetto di dibattito tra i costituzionalisti. Il giudizio di ammissibilità o meno dipenderà in sostanza da come la Corte risponderà alla domanda.
Non abbiamo molto da dire su questo tema, essendo le nostre competenze di diritto costituzionale abbastanza scarne. Ma è comunque divertente provare a ragionare un po' sugli effetti che verrebbero generati da un giudizio di ammissibilità del referendum. Le questioni da discutere sono di due ordini. Primo, cosa implicherebbe la nuova legge elettorale in termini di comportamenti elettorali. Secondo, quali conseguenze si avrebbero per il comportamento a breve termine degli attuali parlamentari. Qui il fatto chiave da tenere a mente è che una interruzione della legislatura comporterebbe il blocco del referendum e la celebrazione di elezioni con il vecchio sistema elettorale.
Gli incentivi nel caso del porcellum e del mattarellum
Esaminiamo dapprima come variano gli incentivi per le forze politiche e per i singoli politici sotto i due sistemi. Il porcellum è un sistema proporzionale con un premio di maggioranza per le coalizioni. Il fatto che, in ottemperenza al dettato costituzionale, il premio venga dato a livello regionale per il Senato, mentre è dato a livello nazionale per la Camera, complica il problema ma non altera gli incentivi di base.
Un'analisi completa sarebbe lunga e complessa, ma semplificando brutalmente gli incentivi sotto il porcellum sono i seguenti. Per quanto riguarda le coalizioni, in caso di esito incerto si cerca di costruire le coalizioni più ampie possibili. Questo è ciò che accadde nel 2006. Nel caso invece sia abbastanza chiaro chi sarà il vincitore, il nucleo della coalizione vincente cerca di formare una coalizione la più piccola possibile, mentre i presunti perdenti non hanno molto interesse a formare coalizioni ampie. Questo è ciò che accadde nel 2008: il centrodestra, presunto vincitore, lasciò fuori l'UDC (che ci si attendeva non essere determinante per la vittoria) in modo da massimizzare i seggi per i partiti nucleo della coalizione, PdL e Lega. A sinistra il PD scelse di non allearsi con l'estrema sinistra e con i rimasugli del partito socialista. Dato che ci si aspettava la sconfitta la scelta era razionale e permetteva di massimizzare i seggi; la debacle elettorale dei bertinottiani rese la scelta particolarmente felice. Il porcellum fornisce però un ulteriore incentivo alla frammentazione interna alle coalizioni. Infatti i seggi all'interno delle coalizioni vengono distribuiti in modo proporzionale e con una soglia minima bassissima (il 2%, o anche meno grazie alla ''regola Mussolini'', per la Camera). Esiste quindi un forte incentivo, per qualunque politico o gruppo di una certa riconoscibilità, a costituire il proprio partito. Ne deriva addizionale visibilità sia durante la campagna elettorale sia successivamente nella legislatura (l'immagine dei vari nanerottoli che partecipavano alle consultazioni per il nuovo governo fornisce un buon esempio di ciò). Gli incentivi alla frammentazione persistono anche dopo le elezioni, come è apparso chiaro in questa legislatura che ha visto una costante disgregazione del blocco vincente, solo in parte limitata dall'aggressiva e indecente campagna acquisti messa in atto per mantenere la maggioranza berlusconiana. L'attività frazionistica ha infatti chiari benefici di breve periodo e può essere punita alle elezioni successive, mediante l'esclusione dalle coalizioni, solo se non esiste molta incertezza sul risultato. In caso di risultato incerto la spinta a costruire la coalizione più ampia possibile tende a prevalere su altre considerazioni.
Gli incentivi con il mattarellum sono differenti. Si tratta di un sistema misto, con la principale parte dei seggi assegnata mediante il maggioritario all'inglese e una parte residua assegnata con un sistema proporzionale con soglia di sbarramento. In principio il maggioritario all'inglese spinge per la semplificazione del quadro politico, favorendo la formazione di due partiti principali, la cosidetta legge di Duverger. In realtà questo meccanismo di semplificazione sembra aver funzionato bene, portando al bipartitismo, solo negli USA. Altrove ha senz'altro garantito un numero di partiti inferiore che nei sistemi proporzionali, senza però arrivare al bipartitismo perfetto
In Italia la presenza di partiti con identità fortemente stabilite e l'esistenza di una significativa componente proporzionale hanno ostacolato ulteriormente il dispiegarsi degli effetti della legge di Duverger. Nell'esperienza storica italiana quindi il mattarellum non ha condotto al bipartitismo. Nelle 3 elezioni tenute con questo sistema, la prima (1994) fu abbastanza bizzarra e, in un certo senso, ''sperimentale''. Nel 1996 ci fu frammentazione sul lato destro dello schieramento, con la Lega Nord che scelse di andare da sola anche nella parte maggioritaria. Nel 2001 invece la frammentazione si verificò più sul lato sinistro: Di Pietro e i radicali andarono per conto loro, rifondazione fece un patto di desistenza alla Camera ma non al Senato, e comparve anche una lista separata di centro (Democrazia Europea, di ispirazione cislina). La coalizione di centrodestra invece si ricompattò. Ciò detto, credo sia lecito dire che una qualche spinta alla semplificazione e unificazione sia stata esercitata dal mattarellum. Un aspetto di una certa importanza è che la componente maggioritaria impone un grado di coordinamento ex ante tra i partiti della stessa coalizione molto più forte che nel caso del porcellum. Occorre infatti mettersi d'accordo tra partiti sui nomi dei candidati (e dei vincitori, dato che in molti casi è facile predire quale schieramento prevarrà in un dato collegio elettorale), mentre con il porcellum ogni partito presenta il suo simbolo e sceglie i propri candidati (e probabili vincitori). Questo fatto, storicamente, ha teso a penalizzare soprattutto il centrodestra al nord, dove gli elettori leghisti hanno mostrato una certa riluttanza a votare candidati di altri partiti. Ma, da questo punto di vista, è difficile dire se il passato sarà una buona guida per il futuro. Sia che il PD si presenti alle prossime elezioni in coalizione con SeL e IdV, sia che si presenti con il terzo polo, ci saranno probabilmente più tensioni che nel passato per i potenziali elettori di tale schieramento. A seconda della strategia di alleanze adottata, si rischia in alcuni collegi di dover chiedere agli elettori del PD di votare per un ex AN, o agli elettori di SeL di votare un ex democristiano ora nel PD; non è banale, e quindi è perfettamente possibile che la reintroduzione del mattarellum crei problemi anche su tale lato dello scacchiere politico.
Un paio di punti secondari. Primo, per la Camera, parte proporzionale, il mattarellum ha una soglia di sbarramento del 4%, mentre il porcellum ha una soglia del 2% per i partiti alleati alle coalizioni principali. Quindi il mattarellum riduce un poco il potere contrattuale dei partitini, che rischiano più facilmente di restare senza rappresentanza (ossia, senza una poltrona parlamentare per i leader) se non accettano l'alleanza con i partititi più grandi. Secondo, uno dei lati più odiosi del porcellum è la carta bianca che viene data ai leader dei partiti per la determinazioni di chi viene eletto. Rendendo la fedeltà al leader il modo più semplice ed efficace per fare carriera, tale meccanismo contribuisce a un'evoluzione dei partiti come forma ''di proprietà personale''. Quanto è differente il mattarellum? La verità è che, almeno nella sua esperienza storica, anche il mattarellum dava un grosso potere ai vertici dei partiti nella selezione del personale parlamentare. Questo era ovvio nel caso della componente proporzionale (che era a lista chiusa, quindi indentica al porcellum), ma anche nel seggi assegnati nei collegi uninominali era abbastanza comune spostare i candidati tra diversi collegi, premiando i fedeli con collegi sicuri. L'unico vincolo era che i candidati andavano negoziati tra i partiti della coalizione. Su questo però l'esperienza storica può non essere rappresentativa del futuro. Se, ed è un grosso se, nel centrosinistra si affermerà in modo deciso il meccanismo delle primarie (che è molto più facile da usare per i collegi uninominali che per le liste proporzionali) allora il meccanismo di selezione del personale si modificherà radicalmente. E se ciò avviene per il centrosinistra, è difficile immaginare che nulla succeda dall'altra parte.
L'analisi di cui sopra è ovviamente tagliata con l'accetta, e non è difficile portare esempi che apparentemente la contraddicono. La prima elezione con il mattarellum, avvenuta nel 1994, mostrò una pattern abbastanza irrazionale, con Forza Italia alleata alla Lega contro AN al nord e invece alleata con AN al sud, e una sostanziale ma minoritaria componente ex democristiana che scelse di non allearsi con nessuno dei due schieramenti principali (con predicibili risultati disastrosi nella parte maggioritaria). Fu probabilmente la conseguenza della caotica ricomposizione del quadro politico che stava accadendo in quel periodo, oltre che della totale inesperienza da parte dei politici con sistemi elettorali non proporzionali. Allo stesso modo, la confluenza di AN in Forza Italia, con la formazione del PdL, parve strana e innaturale dati gli incentivi alla frammentazione forniti dal porcellum (e infatti non durò). Forse a Fini fu promessa la successione alla leadership, o forse fu semplicemente un errore. È ovvio che nelle scienze sociali non possiamo attenderci lo stesso livello di accuratezza delle sciente fisiche.
La via al referendum. Cosa cambia per il governo Monti?
Alla luce dell'analisi precedente, cosa cambierebbe l'ammissibilità del referendum per le prospettive del governo Monti? Non molto; si aggiungerebbe un ulteriore tassello a una situazione già assai complicata. Un paio di settimane fa Giulio ha spiegato perché la ''fase due'' appare abbastanza perigliosa per il governo. La situazione al momento è la seguente. Il governo ha, inevitabilmente, iniziato a introdurre una serie di provvedimenti impopolari necessari a bloccare la crisi di fiducia e arginare la deriva dei conti pubblici. Nonostante perfino Monti abbia preso a parlare di ''conti in sicurezza'' (e mi chiedo veramente se sia stato saggio usare un'espressione così squalificata) è chiaro che la crisi non è affatto risolta e che nuovi provvedimenti impopolari sono probabili. Questo vale per qualunque governo prenda le redini del paese. I due principali partiti, consci di questo, preferiscono l'armistizio del governo tecnico, lasciando che sia esso a fare il lavoro sporco e sperando di rifuggire dalla perdita di consenso che la stretta finanziaria induce e indurrà. I due partner minori, Lega Nord e IdV hanno razionalmente deciso di stare all'opposizione. Botte piena e moglie ubriaca: si lascia votare ad altri i provvedimenti impopolari, che si sa essere necessari, cavalcando la protesta popolare; un classico del free riding.
La decisione se far continuare o meno il governo Monti è sostanzialmente in mano a Bersani e Berlusconi. Al momento i sondaggi danno il centrosinistra in deciso vantaggio ma, abbastanza paradossalmente, questo non implica necessariamente che tra i due sia Bersani quello che ha più fretta di andare alle urne. Per il momento il PdL sembra soffrire di più la fronda leghista, per cui potrebbe decidere di andare rapidamente al voto (pur sapendo di perdere) per evitare un riequilibrio a proprio sfavore dei rapporti di forza nel centrodestra. Staccare la spina a Monti, perdere le elezioni e poi opporsi con durezza a un governo di centrosinistra che, inevitabilmente, seguirà una politica di rigore finanziario (e, meno inevitabilmente ma quasi sicuramente, lo farà esclusivamente sul lato delle entrate) può apparire una opzione vantaggiosa. In sostanza, una riedizione del biennio 2006-2008.
Con l'ammissibilità del referendum per il PdL l'opzione elettorale diventerebbe più attraente. Oltre alle ragione precedemente dette, il voto anticipato a primavera consentirebbe di votare con il porcellum, evitando soprattutto i mal di pancia leghisti per la parte uninominale. In sostanza, un elemento di incertezza in più, in una situazione che già appare abbastanza confusa e caotica.
Introduzione
Una osservazione preliminare: è possibile che questo post risulti completamente inutile, dato che non è scontato che la Corte Costituzionale dichiari ammissibili i referendum. I promotori, a differenza di quanto fatto nel passato, puntano infatti all'abolizione integrale della legge Calderoli, affermando che in caso di sua abolizione viene ripristinata la disciplina elettorale precedente (la strategia dei promotori è spiegata qui). Come noto la Corte Costituzionale ha sempre posto tra i requisiti di ammissibilità dei referendum che si eviti il vuoto legislativo in caso di vittoria. La domanda fondamentale quindi è: l'abolizione integrale del porcellum implica o no il ritorno in vigore della legislazione precedente, il mattarellum? È una questione controversa, continuo oggetto di dibattito tra i costituzionalisti. Il giudizio di ammissibilità o meno dipenderà in sostanza da come la Corte risponderà alla domanda.
Non abbiamo molto da dire su questo tema, essendo le nostre competenze di diritto costituzionale abbastanza scarne. Ma è comunque divertente provare a ragionare un po' sugli effetti che verrebbero generati da un giudizio di ammissibilità del referendum. Le questioni da discutere sono di due ordini. Primo, cosa implicherebbe la nuova legge elettorale in termini di comportamenti elettorali. Secondo, quali conseguenze si avrebbero per il comportamento a breve termine degli attuali parlamentari. Qui il fatto chiave da tenere a mente è che una interruzione della legislatura comporterebbe il blocco del referendum e la celebrazione di elezioni con il vecchio sistema elettorale.
Gli incentivi nel caso del porcellum e del mattarellum
Esaminiamo dapprima come variano gli incentivi per le forze politiche e per i singoli politici sotto i due sistemi. Il porcellum è un sistema proporzionale con un premio di maggioranza per le coalizioni. Il fatto che, in ottemperenza al dettato costituzionale, il premio venga dato a livello regionale per il Senato, mentre è dato a livello nazionale per la Camera, complica il problema ma non altera gli incentivi di base.
Un'analisi completa sarebbe lunga e complessa, ma semplificando brutalmente gli incentivi sotto il porcellum sono i seguenti. Per quanto riguarda le coalizioni, in caso di esito incerto si cerca di costruire le coalizioni più ampie possibili. Questo è ciò che accadde nel 2006. Nel caso invece sia abbastanza chiaro chi sarà il vincitore, il nucleo della coalizione vincente cerca di formare una coalizione la più piccola possibile, mentre i presunti perdenti non hanno molto interesse a formare coalizioni ampie. Questo è ciò che accadde nel 2008: il centrodestra, presunto vincitore, lasciò fuori l'UDC (che ci si attendeva non essere determinante per la vittoria) in modo da massimizzare i seggi per i partiti nucleo della coalizione, PdL e Lega. A sinistra il PD scelse di non allearsi con l'estrema sinistra e con i rimasugli del partito socialista. Dato che ci si aspettava la sconfitta la scelta era razionale e permetteva di massimizzare i seggi; la debacle elettorale dei bertinottiani rese la scelta particolarmente felice. Il porcellum fornisce però un ulteriore incentivo alla frammentazione interna alle coalizioni. Infatti i seggi all'interno delle coalizioni vengono distribuiti in modo proporzionale e con una soglia minima bassissima (il 2%, o anche meno grazie alla ''regola Mussolini'', per la Camera). Esiste quindi un forte incentivo, per qualunque politico o gruppo di una certa riconoscibilità, a costituire il proprio partito. Ne deriva addizionale visibilità sia durante la campagna elettorale sia successivamente nella legislatura (l'immagine dei vari nanerottoli che partecipavano alle consultazioni per il nuovo governo fornisce un buon esempio di ciò). Gli incentivi alla frammentazione persistono anche dopo le elezioni, come è apparso chiaro in questa legislatura che ha visto una costante disgregazione del blocco vincente, solo in parte limitata dall'aggressiva e indecente campagna acquisti messa in atto per mantenere la maggioranza berlusconiana. L'attività frazionistica ha infatti chiari benefici di breve periodo e può essere punita alle elezioni successive, mediante l'esclusione dalle coalizioni, solo se non esiste molta incertezza sul risultato. In caso di risultato incerto la spinta a costruire la coalizione più ampia possibile tende a prevalere su altre considerazioni.
Gli incentivi con il mattarellum sono differenti. Si tratta di un sistema misto, con la principale parte dei seggi assegnata mediante il maggioritario all'inglese e una parte residua assegnata con un sistema proporzionale con soglia di sbarramento. In principio il maggioritario all'inglese spinge per la semplificazione del quadro politico, favorendo la formazione di due partiti principali, la cosidetta legge di Duverger. In realtà questo meccanismo di semplificazione sembra aver funzionato bene, portando al bipartitismo, solo negli USA. Altrove ha senz'altro garantito un numero di partiti inferiore che nei sistemi proporzionali, senza però arrivare al bipartitismo perfetto
In Italia la presenza di partiti con identità fortemente stabilite e l'esistenza di una significativa componente proporzionale hanno ostacolato ulteriormente il dispiegarsi degli effetti della legge di Duverger. Nell'esperienza storica italiana quindi il mattarellum non ha condotto al bipartitismo. Nelle 3 elezioni tenute con questo sistema, la prima (1994) fu abbastanza bizzarra e, in un certo senso, ''sperimentale''. Nel 1996 ci fu frammentazione sul lato destro dello schieramento, con la Lega Nord che scelse di andare da sola anche nella parte maggioritaria. Nel 2001 invece la frammentazione si verificò più sul lato sinistro: Di Pietro e i radicali andarono per conto loro, rifondazione fece un patto di desistenza alla Camera ma non al Senato, e comparve anche una lista separata di centro (Democrazia Europea, di ispirazione cislina). La coalizione di centrodestra invece si ricompattò. Ciò detto, credo sia lecito dire che una qualche spinta alla semplificazione e unificazione sia stata esercitata dal mattarellum. Un aspetto di una certa importanza è che la componente maggioritaria impone un grado di coordinamento ex ante tra i partiti della stessa coalizione molto più forte che nel caso del porcellum. Occorre infatti mettersi d'accordo tra partiti sui nomi dei candidati (e dei vincitori, dato che in molti casi è facile predire quale schieramento prevarrà in un dato collegio elettorale), mentre con il porcellum ogni partito presenta il suo simbolo e sceglie i propri candidati (e probabili vincitori). Questo fatto, storicamente, ha teso a penalizzare soprattutto il centrodestra al nord, dove gli elettori leghisti hanno mostrato una certa riluttanza a votare candidati di altri partiti. Ma, da questo punto di vista, è difficile dire se il passato sarà una buona guida per il futuro. Sia che il PD si presenti alle prossime elezioni in coalizione con SeL e IdV, sia che si presenti con il terzo polo, ci saranno probabilmente più tensioni che nel passato per i potenziali elettori di tale schieramento. A seconda della strategia di alleanze adottata, si rischia in alcuni collegi di dover chiedere agli elettori del PD di votare per un ex AN, o agli elettori di SeL di votare un ex democristiano ora nel PD; non è banale, e quindi è perfettamente possibile che la reintroduzione del mattarellum crei problemi anche su tale lato dello scacchiere politico.
Un paio di punti secondari. Primo, per la Camera, parte proporzionale, il mattarellum ha una soglia di sbarramento del 4%, mentre il porcellum ha una soglia del 2% per i partiti alleati alle coalizioni principali. Quindi il mattarellum riduce un poco il potere contrattuale dei partitini, che rischiano più facilmente di restare senza rappresentanza (ossia, senza una poltrona parlamentare per i leader) se non accettano l'alleanza con i partititi più grandi. Secondo, uno dei lati più odiosi del porcellum è la carta bianca che viene data ai leader dei partiti per la determinazioni di chi viene eletto. Rendendo la fedeltà al leader il modo più semplice ed efficace per fare carriera, tale meccanismo contribuisce a un'evoluzione dei partiti come forma ''di proprietà personale''. Quanto è differente il mattarellum? La verità è che, almeno nella sua esperienza storica, anche il mattarellum dava un grosso potere ai vertici dei partiti nella selezione del personale parlamentare. Questo era ovvio nel caso della componente proporzionale (che era a lista chiusa, quindi indentica al porcellum), ma anche nel seggi assegnati nei collegi uninominali era abbastanza comune spostare i candidati tra diversi collegi, premiando i fedeli con collegi sicuri. L'unico vincolo era che i candidati andavano negoziati tra i partiti della coalizione. Su questo però l'esperienza storica può non essere rappresentativa del futuro. Se, ed è un grosso se, nel centrosinistra si affermerà in modo deciso il meccanismo delle primarie (che è molto più facile da usare per i collegi uninominali che per le liste proporzionali) allora il meccanismo di selezione del personale si modificherà radicalmente. E se ciò avviene per il centrosinistra, è difficile immaginare che nulla succeda dall'altra parte.
L'analisi di cui sopra è ovviamente tagliata con l'accetta, e non è difficile portare esempi che apparentemente la contraddicono. La prima elezione con il mattarellum, avvenuta nel 1994, mostrò una pattern abbastanza irrazionale, con Forza Italia alleata alla Lega contro AN al nord e invece alleata con AN al sud, e una sostanziale ma minoritaria componente ex democristiana che scelse di non allearsi con nessuno dei due schieramenti principali (con predicibili risultati disastrosi nella parte maggioritaria). Fu probabilmente la conseguenza della caotica ricomposizione del quadro politico che stava accadendo in quel periodo, oltre che della totale inesperienza da parte dei politici con sistemi elettorali non proporzionali. Allo stesso modo, la confluenza di AN in Forza Italia, con la formazione del PdL, parve strana e innaturale dati gli incentivi alla frammentazione forniti dal porcellum (e infatti non durò). Forse a Fini fu promessa la successione alla leadership, o forse fu semplicemente un errore. È ovvio che nelle scienze sociali non possiamo attenderci lo stesso livello di accuratezza delle sciente fisiche.
La via al referendum. Cosa cambia per il governo Monti?
Alla luce dell'analisi precedente, cosa cambierebbe l'ammissibilità del referendum per le prospettive del governo Monti? Non molto; si aggiungerebbe un ulteriore tassello a una situazione già assai complicata. Un paio di settimane fa Giulio ha spiegato perché la ''fase due'' appare abbastanza perigliosa per il governo. La situazione al momento è la seguente. Il governo ha, inevitabilmente, iniziato a introdurre una serie di provvedimenti impopolari necessari a bloccare la crisi di fiducia e arginare la deriva dei conti pubblici. Nonostante perfino Monti abbia preso a parlare di ''conti in sicurezza'' (e mi chiedo veramente se sia stato saggio usare un'espressione così squalificata) è chiaro che la crisi non è affatto risolta e che nuovi provvedimenti impopolari sono probabili. Questo vale per qualunque governo prenda le redini del paese. I due principali partiti, consci di questo, preferiscono l'armistizio del governo tecnico, lasciando che sia esso a fare il lavoro sporco e sperando di rifuggire dalla perdita di consenso che la stretta finanziaria induce e indurrà. I due partner minori, Lega Nord e IdV hanno razionalmente deciso di stare all'opposizione. Botte piena e moglie ubriaca: si lascia votare ad altri i provvedimenti impopolari, che si sa essere necessari, cavalcando la protesta popolare; un classico del free riding.
La decisione se far continuare o meno il governo Monti è sostanzialmente in mano a Bersani e Berlusconi. Al momento i sondaggi danno il centrosinistra in deciso vantaggio ma, abbastanza paradossalmente, questo non implica necessariamente che tra i due sia Bersani quello che ha più fretta di andare alle urne. Per il momento il PdL sembra soffrire di più la fronda leghista, per cui potrebbe decidere di andare rapidamente al voto (pur sapendo di perdere) per evitare un riequilibrio a proprio sfavore dei rapporti di forza nel centrodestra. Staccare la spina a Monti, perdere le elezioni e poi opporsi con durezza a un governo di centrosinistra che, inevitabilmente, seguirà una politica di rigore finanziario (e, meno inevitabilmente ma quasi sicuramente, lo farà esclusivamente sul lato delle entrate) può apparire una opzione vantaggiosa. In sostanza, una riedizione del biennio 2006-2008.
Con l'ammissibilità del referendum per il PdL l'opzione elettorale diventerebbe più attraente. Oltre alle ragione precedemente dette, il voto anticipato a primavera consentirebbe di votare con il porcellum, evitando soprattutto i mal di pancia leghisti per la parte uninominale. In sostanza, un elemento di incertezza in più, in una situazione che già appare abbastanza confusa e caotica.
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Riforma Elettorale
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Paghiamo i parlamentari a cottimo di Sandro Brusco su NoisefromAmerika del del 3 gennaio del 2012
Vi suggerisco di andare a vedere il nuovo look del website di noisefromamerika. E' veramente migliorate. E questo articolo e' molto interessanti
È uscito il rapporto della ''commissione Giovannini'' sui compensi erogati ai parlamentari in Europa. A mio avviso il dibattito su quanto è giusto pagare i parlamentari sta girando a vuoto. Vorrei proporre una alternativa radicale: paghiamo, almeno temporaneamente, i parlamentari in base ai risultati economici del paese.
La cosidetta commissione Giovannini era stata stabilita nel luglio scorso. Imperversava ancora Voltremont, e la commissione era il risultato dell'ennesima presa per i fondelli del paese. Infatti, a fronte del clamore e della rabbia montante sui costi della politica, anziché fare qualcosa di concreto il governo Berlusconi-Bossi-Tremonti fece la solita altisonante dichiarazione di principi, affermando che la remunerazione dei parlamentari italiani doveva prendere come riferimento la media dei trattamenti omologhi degli stati dell'area euro. Ma visto che non era ben chiaro quale fosse tale media, si mise su una bella commissione di studio per capire quale fosse. La commissione ha ora prodotto la sua relazione. Non l'ho letta, ma mi pare che il Post ne faccia un buon riassunto: in sostanza la commissione ha preso atto che il compito assegnatole era vago fino ai limiti dell'impossibilità e questo ha detto, non mancando di sottolineare alcuni aspetti della normativa italiana che appaiono anomali (come il trasporto gratuto o la completa discrezionalità nella gestione dei portaborse). Non ho dubbi che se ci fosse stato il precedente governo questa sarebbe stata la fine della storia, con totale insabbiamento della relativa pratica. Può essere che questo succeda anche con il governo Monti, ma prima di abbandonare la speranza voglio provare a fare una proposta che non vuole assolutamente essere provocatoria ma molto concreta.
Proviamo infatti a porci una domanda un po' differente: non quanto, ma come è giusto pagare i parlamentari. La pratica consolidata a livello internazionale è di pagarli con un salario fisso e indipendente dai risultati. Ci sono almeno due ottime ragioni perché, in casi normali, sia così. In primo luogo è in principio molto difficile definire cosa sia una ''buona performance'' per i parlamentari. La politica è terreno di scontro tra idee e interessi, e ciò che viene considerato eccellente performance da alcuni viene considerato disastroso da altri (provate a pensare alle differenti reazioni che può generare un aumento della spesa per la difesa al fine di costruire un esercito più forte). In secondo luogo, anche ammesso che sia possibile individuare in modo efficace alcune variabili esattamente misurabili da cui far dipendere la remunerazione, è rischioso far dipendenre la compensazione dai risultati perché si rischia che gli sforzi si concentrino sulle variabili più facilmente misurabili a scapito delle variabili meno esattamente misurabili, ma magari più importanti. Si tratta di un problema ben noto nella teoria degli incentivi. Per esempio, se si pagano gli insegnanti in base ai risultati raggiunti dai loro studenti in test standardizzati, si rischia che gli insegnanti dedichino troppo tempo a sviluppare capacità nozionistiche che permettono di ottenere buoni risultati nei test a scapito di altre capacità, come l'abilità a pensare in modo innovativo e creativo. In presenza di compiti multipli e con differenti gradi di misurabilità è quindi consigliabile usare una compensazione fissa.
Pur essendo cosciente delle difficoltà che una compensazione basata sui risultati può generare io credo che il momento sia sufficientemente eccezionale da consigliare una deviazione temporanea dalla regola del salario fisso. Il mio argomento è il seguente. Credo ci sia consenso generale nel paese sul fatto che il compito più urgente del parlamento sia il miglioramento delle condizioni economiche. In particolare, è necessario riportare sotto controllo il debito pubblico e riavviare il processo di crescita economica. La mia proposta è che per i prossimi 5 anni i parlamentari vengano remunerati in funzione di due variabili: l'avanzo primario e il tasso di crescita del PIL. In particolare propongo un processo in due passi:
1) Se il bilancio pubblico non presenta un avanzo primario, la remunerazione dei parlamentari è zero.
2) Se il bilancio pubblico presenta un avanzo primario, la remunerazione dipende dalla differenza tra il tasso di crescita del PIL Italiano e il tasso di crescita del PIL tedesco. Specificamente, la remunerazione (identica a quella attuale) viene pagata per intero se il PIL italiano cresce almeno quanto il pil tedesco, e viene ridotta proporzionalmente altrimenti.
Visto che siamo tra nerds, mi azzardo a riassumere il tutto in una formula. Sia W il compenso attuale ricevuto dai parlamentari, PRIM, una variabile che assume valore 1 se l'avanzo primario è positivo e zero altrimenti, ItPil il tasso di crescita del PIL italiano e GerPil il tasso di crescita del PIL tedesco. Sia
CompGross = PRIM*W*[1-max(GerPil - ItPil,0)]
Allora il compenso effettivo di un parlamentare in un dato anno è dato da
Compenso = max(CompGross,0).
Per capire meglio, facciamo alcuni esempi. Supponiamo che nel 2012 si raggiunga l'avanzo primario (questo è l'unico caso interessante, se non viene raggiunto il compenso è sempre zero), il Pil tedesco aumenti dell'1,5% e quello italiano cali dell'1%. In tal caso CompGross è negativo, poiché è pari a W*[1-(1,5+1)]= -1,5*W. Il compenso è quindi zero. Se invece il Pil italiano cresce dell'1% allora CompGroos = 0,5*W. I parlamentari ricevono quindi un compenso che è pari al 50% del compenso attuale. In generale il compenso si azzera se il Pil italiano cresce meno di un punto del Pil tedesco.
Vorrei ora chiarire quali sono i vantaggi di questa formula. In primo luogo è importante che il governo mantenga l'avanzo primario (ossia, le entrate devono essere superiori alle spese non per interessi). Una dipendenza esclusiva dal tasso di crescita del Pil può generare incentivi perversi, portando a politiche di aumento della spesa in deficit che generano effetti positivi di breve periodo ma creano enormi problemi di deficit nel medio e lungo periodo (tutti ricordiamo gli anni Ottanta). Allo stesso modo, una dipendenza esclusiva dall'equilibrio del bilancio pubblico può generare incentivi altrettanto perversi, portando ad aumenti draconiani delle tasse che ammazzano la crescita. È quindi opportuno che entrambe le variabili entrino in gioco.
Mantenere un avanzo primario è, nel breve periodo, una condizione necessaria per evitare un peggioramento della situazione debitoria. Dato l'attuale livello di debito, la spesa per interessi è (grosso modo, non ho controllato i numeri esatti) intorno al 5% del Pil. Quindi il raggiungimento di un avanzo primario positivo è requisito assai meno stringente del pareggio di bilancio, che il governo Monti intende raggiungere nel 2013. Di fatto è un obiettivo che già ora viene soddisfatto dal bilancio pubblico. Data la dimensione della spesa per interessi, il requisito dell'avanzo primario positivo lascerebbe comunque spazio, qualora lo si ritenesse opportuno, per un deficit di bilancio fino al 5% del Pil (non sto dicendo che va fatto, sto semplicemente dicendo che anche chi è convinto che in questo momento c'è troppa austerità può tranquillamente essere a favore di un avanzo primario).
D'altra parte è ormai abbastanza chiaro che il parlamento italiano è stato completamente incapace di affrontare il problema della crescita. C'è, da un lato, una notevole ignoranza su come stimolare la crescita. Basta sentire i ragionamenti bislacchi che si fanno a sinistra sulla ''crisi causata dalla disuguaglianza'' o le idiozie protezionistiche alla Tremonti-Bossi, per non parlare dell'agghiacciante abitudine dei politici di tutti gli schieramenti di chiamare ''risorse per lo sviluppo'' gli aumenti di spesa pubblica. Ma c'è anche un problema più di fondo: tipicamente, per il politico medio risulta essere più remunerativo (in termini politici) difendere le corporazioni che bloccano la crescita piuttosto che puntare allo sviluppo economico, per una varietà di ragioni che ora non possiamo analizzare. Rendere la compensazione dei parlamentari dipendente dalla crescita può quindi servire da bilanciamento, aumentando gli incentivi dei parlamentari ad approvare provvedimenti efficaci per la crescita. D'altra parte è sciocco far dipendere la remunerazione solo dalla crescita del Pil italiano, dato che esso è influenzato non solo dalle politiche domestiche ma anche dal ciclo internazionale. Appunto per depurare gli effetti del ciclo internazionale è opportuno guardare alla differenza con un paese di riferimento. La formula può essere cambiata, ad esempio prendendo la media dell'area euro anziché la Germania o altre simili combinazioni del genere. L'importante è che sia chiara e il principio di base, ossia la dipendenza della remunerazione dal tasso di crescita italiano depurato degli effetti del ciclo internazionale, resti.
Nel più lungo periodo credo sia giusto tornare a remunerare i parlamentari come in tutti gli altri paesi, ossia con un salario fisso. Ma per questa situazione emergenziale un periodo transitorio in cui i nostri parlamentari sono pagati ''a cottimo'' può fornire un notevole aiuto al miglioramento delle nostre decisioni in tema di politica economica.
È uscito il rapporto della ''commissione Giovannini'' sui compensi erogati ai parlamentari in Europa. A mio avviso il dibattito su quanto è giusto pagare i parlamentari sta girando a vuoto. Vorrei proporre una alternativa radicale: paghiamo, almeno temporaneamente, i parlamentari in base ai risultati economici del paese.
La cosidetta commissione Giovannini era stata stabilita nel luglio scorso. Imperversava ancora Voltremont, e la commissione era il risultato dell'ennesima presa per i fondelli del paese. Infatti, a fronte del clamore e della rabbia montante sui costi della politica, anziché fare qualcosa di concreto il governo Berlusconi-Bossi-Tremonti fece la solita altisonante dichiarazione di principi, affermando che la remunerazione dei parlamentari italiani doveva prendere come riferimento la media dei trattamenti omologhi degli stati dell'area euro. Ma visto che non era ben chiaro quale fosse tale media, si mise su una bella commissione di studio per capire quale fosse. La commissione ha ora prodotto la sua relazione. Non l'ho letta, ma mi pare che il Post ne faccia un buon riassunto: in sostanza la commissione ha preso atto che il compito assegnatole era vago fino ai limiti dell'impossibilità e questo ha detto, non mancando di sottolineare alcuni aspetti della normativa italiana che appaiono anomali (come il trasporto gratuto o la completa discrezionalità nella gestione dei portaborse). Non ho dubbi che se ci fosse stato il precedente governo questa sarebbe stata la fine della storia, con totale insabbiamento della relativa pratica. Può essere che questo succeda anche con il governo Monti, ma prima di abbandonare la speranza voglio provare a fare una proposta che non vuole assolutamente essere provocatoria ma molto concreta.
Proviamo infatti a porci una domanda un po' differente: non quanto, ma come è giusto pagare i parlamentari. La pratica consolidata a livello internazionale è di pagarli con un salario fisso e indipendente dai risultati. Ci sono almeno due ottime ragioni perché, in casi normali, sia così. In primo luogo è in principio molto difficile definire cosa sia una ''buona performance'' per i parlamentari. La politica è terreno di scontro tra idee e interessi, e ciò che viene considerato eccellente performance da alcuni viene considerato disastroso da altri (provate a pensare alle differenti reazioni che può generare un aumento della spesa per la difesa al fine di costruire un esercito più forte). In secondo luogo, anche ammesso che sia possibile individuare in modo efficace alcune variabili esattamente misurabili da cui far dipendere la remunerazione, è rischioso far dipendenre la compensazione dai risultati perché si rischia che gli sforzi si concentrino sulle variabili più facilmente misurabili a scapito delle variabili meno esattamente misurabili, ma magari più importanti. Si tratta di un problema ben noto nella teoria degli incentivi. Per esempio, se si pagano gli insegnanti in base ai risultati raggiunti dai loro studenti in test standardizzati, si rischia che gli insegnanti dedichino troppo tempo a sviluppare capacità nozionistiche che permettono di ottenere buoni risultati nei test a scapito di altre capacità, come l'abilità a pensare in modo innovativo e creativo. In presenza di compiti multipli e con differenti gradi di misurabilità è quindi consigliabile usare una compensazione fissa.
Pur essendo cosciente delle difficoltà che una compensazione basata sui risultati può generare io credo che il momento sia sufficientemente eccezionale da consigliare una deviazione temporanea dalla regola del salario fisso. Il mio argomento è il seguente. Credo ci sia consenso generale nel paese sul fatto che il compito più urgente del parlamento sia il miglioramento delle condizioni economiche. In particolare, è necessario riportare sotto controllo il debito pubblico e riavviare il processo di crescita economica. La mia proposta è che per i prossimi 5 anni i parlamentari vengano remunerati in funzione di due variabili: l'avanzo primario e il tasso di crescita del PIL. In particolare propongo un processo in due passi:
1) Se il bilancio pubblico non presenta un avanzo primario, la remunerazione dei parlamentari è zero.
2) Se il bilancio pubblico presenta un avanzo primario, la remunerazione dipende dalla differenza tra il tasso di crescita del PIL Italiano e il tasso di crescita del PIL tedesco. Specificamente, la remunerazione (identica a quella attuale) viene pagata per intero se il PIL italiano cresce almeno quanto il pil tedesco, e viene ridotta proporzionalmente altrimenti.
Visto che siamo tra nerds, mi azzardo a riassumere il tutto in una formula. Sia W il compenso attuale ricevuto dai parlamentari, PRIM, una variabile che assume valore 1 se l'avanzo primario è positivo e zero altrimenti, ItPil il tasso di crescita del PIL italiano e GerPil il tasso di crescita del PIL tedesco. Sia
CompGross = PRIM*W*[1-max(GerPil - ItPil,0)]
Allora il compenso effettivo di un parlamentare in un dato anno è dato da
Compenso = max(CompGross,0).
Per capire meglio, facciamo alcuni esempi. Supponiamo che nel 2012 si raggiunga l'avanzo primario (questo è l'unico caso interessante, se non viene raggiunto il compenso è sempre zero), il Pil tedesco aumenti dell'1,5% e quello italiano cali dell'1%. In tal caso CompGross è negativo, poiché è pari a W*[1-(1,5+1)]= -1,5*W. Il compenso è quindi zero. Se invece il Pil italiano cresce dell'1% allora CompGroos = 0,5*W. I parlamentari ricevono quindi un compenso che è pari al 50% del compenso attuale. In generale il compenso si azzera se il Pil italiano cresce meno di un punto del Pil tedesco.
Vorrei ora chiarire quali sono i vantaggi di questa formula. In primo luogo è importante che il governo mantenga l'avanzo primario (ossia, le entrate devono essere superiori alle spese non per interessi). Una dipendenza esclusiva dal tasso di crescita del Pil può generare incentivi perversi, portando a politiche di aumento della spesa in deficit che generano effetti positivi di breve periodo ma creano enormi problemi di deficit nel medio e lungo periodo (tutti ricordiamo gli anni Ottanta). Allo stesso modo, una dipendenza esclusiva dall'equilibrio del bilancio pubblico può generare incentivi altrettanto perversi, portando ad aumenti draconiani delle tasse che ammazzano la crescita. È quindi opportuno che entrambe le variabili entrino in gioco.
Mantenere un avanzo primario è, nel breve periodo, una condizione necessaria per evitare un peggioramento della situazione debitoria. Dato l'attuale livello di debito, la spesa per interessi è (grosso modo, non ho controllato i numeri esatti) intorno al 5% del Pil. Quindi il raggiungimento di un avanzo primario positivo è requisito assai meno stringente del pareggio di bilancio, che il governo Monti intende raggiungere nel 2013. Di fatto è un obiettivo che già ora viene soddisfatto dal bilancio pubblico. Data la dimensione della spesa per interessi, il requisito dell'avanzo primario positivo lascerebbe comunque spazio, qualora lo si ritenesse opportuno, per un deficit di bilancio fino al 5% del Pil (non sto dicendo che va fatto, sto semplicemente dicendo che anche chi è convinto che in questo momento c'è troppa austerità può tranquillamente essere a favore di un avanzo primario).
D'altra parte è ormai abbastanza chiaro che il parlamento italiano è stato completamente incapace di affrontare il problema della crescita. C'è, da un lato, una notevole ignoranza su come stimolare la crescita. Basta sentire i ragionamenti bislacchi che si fanno a sinistra sulla ''crisi causata dalla disuguaglianza'' o le idiozie protezionistiche alla Tremonti-Bossi, per non parlare dell'agghiacciante abitudine dei politici di tutti gli schieramenti di chiamare ''risorse per lo sviluppo'' gli aumenti di spesa pubblica. Ma c'è anche un problema più di fondo: tipicamente, per il politico medio risulta essere più remunerativo (in termini politici) difendere le corporazioni che bloccano la crescita piuttosto che puntare allo sviluppo economico, per una varietà di ragioni che ora non possiamo analizzare. Rendere la compensazione dei parlamentari dipendente dalla crescita può quindi servire da bilanciamento, aumentando gli incentivi dei parlamentari ad approvare provvedimenti efficaci per la crescita. D'altra parte è sciocco far dipendere la remunerazione solo dalla crescita del Pil italiano, dato che esso è influenzato non solo dalle politiche domestiche ma anche dal ciclo internazionale. Appunto per depurare gli effetti del ciclo internazionale è opportuno guardare alla differenza con un paese di riferimento. La formula può essere cambiata, ad esempio prendendo la media dell'area euro anziché la Germania o altre simili combinazioni del genere. L'importante è che sia chiara e il principio di base, ossia la dipendenza della remunerazione dal tasso di crescita italiano depurato degli effetti del ciclo internazionale, resti.
Nel più lungo periodo credo sia giusto tornare a remunerare i parlamentari come in tutti gli altri paesi, ossia con un salario fisso. Ma per questa situazione emergenziale un periodo transitorio in cui i nostri parlamentari sono pagati ''a cottimo'' può fornire un notevole aiuto al miglioramento delle nostre decisioni in tema di politica economica.
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Bot per finanziare il debito? Contro la crisi serve anche fantasia di Mario Seminerio su Epsutemes.org del 3 gennaio 2011
L'amico Mario Seminerio apre l'anno con una proposta intelligente. Cosa ne pensate?
Bot e titoli a brevissimo termine dell’Eurozona sono andati esauriti. Tutto merito dell’iniezione di liquidità (e fiducia) della Bce fatta alle banche, che hanno scelto i titoli sovrani. E allora, dopo questo successo, sorge un’idea: perché non rifinanziare in Bot tutto (o quasi tutto) il debito sovrano in scadenza? Già, perché?
Oggi giornata trionfale per le aste dei Bot dell’Eurozona. Rendimenti prossimi allo zero, le tesorerie bancarie colpiscono ancora. A questo punto, la domanda sorge spontanea: abbiamo forse trovato l’uscita di sicurezza?
Oggi sono stati collocati titoli a breve e brevissimo termine, l’equivalente dei nostri Bot, in alcuni paesi europei: da quelli che fanno parte di quella che fu l’”area del marco” (Olanda), a quelli di paesi che continuano ad essere indecisi tra finire con una esplosione o con un sospiro (Belgio), per finire con quelli che “vorrei ma non posso”, quelli che voglion fare i teutonici ma sono latini (Francia). Le cose sono andate benissimo, per tutti: la Francia ha collocato il 3, 6 e 12 mesi rispettivamente a 0,023%, 0,074% e 0,136%. Il Belgio ha collocato il Bot a 105 giorni ad un rendimento dello 0,264%, e quello a 161 giorni a 0,364%. Siamo ai minimi degli ultimi 18 mesi. Medaglia d’oro all’Olanda, che ha collocato carta a 85 giorni al rendimento di zero, e quella a 357 giorni allo 0,05%.
Si conferma quindi che la mega iniezione di liquidità della Bce sta venendo utilizzata dalle tesorerie bancarie anche per sottoscrivere debito sovrano a brevissimo termine. Come già segnalato, questo debito implica minore rischio di minusvalenze, vista la duration molto ridotta, e rischio di credito pressoché nullo, oltre ad uno stigma pressoché nullo, a differenza dell’investimento in titoli di stato a medio e lungo termine. Niente incagli, titoli che svaniscono come neve al sole dopo pochi mesi, senza bisogno di liquidazioni forzate su mercati che non assorbono.
A questo punto, la domanda sorge spontanea: non si potrebbe rifinanziare in Bot tutto o quasi tutto il debito sovrano in scadenza, visto che il suo costo è così contenuto? In un universo normale la risposta sarebbe una grassa risata. Esiste una cosa, chiamata rollover risk che postula che, al ridursi della vita media dello stock del debito, il rischio che i creditori alzino il sopracciglio ad ogni notizia negativa sul debitore, e fuggano nei casi più estremi, aumenti in modo esponenziale. Certo, ma questo accade in un universo normale. E cosa accadrebbe, invece, in un universo in cui la Banca centrale europea si inventasse delle aste di liquidità a tasso quasi nullo e per durata pluriennale, e magari promettesse di proseguire su questa strada a tempo indeterminato? Accadrebbe che i debitori sovrani potrebbero emettere moltissimo debito a tassi prossimi allo zero, ed il mercato chiuderebbe (forse) entrambi gli occhi sul gigantesco rollover risk così costruito. In attesa che, in un modo o nell’altro, la situazione si normalizzi e “passi la nottata” di una recessione destinata a picchiare molto duro, e a risolversi con molti anni di vacche magre.
Fantafinanza? Forse, ma viviamo in un’epoca in cui la creatività dei banchieri centrali è risorsa più preziosa che mai. La Bce eviterebbe di violare i trattati, finanziando i sovrani e questi ultimi, attraverso il canale bancario, riuscirebbero a restare solvibili, riducendo l’onere del nuovo debito. Se sembra troppo bello (e maledettamente azzardato) per essere vero, è perché è proprio così. Ma al punto in cui siamo, fantasticare di porre fine a questo incubo infinito non dovrebbe essere vietato.
Bot e titoli a brevissimo termine dell’Eurozona sono andati esauriti. Tutto merito dell’iniezione di liquidità (e fiducia) della Bce fatta alle banche, che hanno scelto i titoli sovrani. E allora, dopo questo successo, sorge un’idea: perché non rifinanziare in Bot tutto (o quasi tutto) il debito sovrano in scadenza? Già, perché?
Oggi giornata trionfale per le aste dei Bot dell’Eurozona. Rendimenti prossimi allo zero, le tesorerie bancarie colpiscono ancora. A questo punto, la domanda sorge spontanea: abbiamo forse trovato l’uscita di sicurezza?
Oggi sono stati collocati titoli a breve e brevissimo termine, l’equivalente dei nostri Bot, in alcuni paesi europei: da quelli che fanno parte di quella che fu l’”area del marco” (Olanda), a quelli di paesi che continuano ad essere indecisi tra finire con una esplosione o con un sospiro (Belgio), per finire con quelli che “vorrei ma non posso”, quelli che voglion fare i teutonici ma sono latini (Francia). Le cose sono andate benissimo, per tutti: la Francia ha collocato il 3, 6 e 12 mesi rispettivamente a 0,023%, 0,074% e 0,136%. Il Belgio ha collocato il Bot a 105 giorni ad un rendimento dello 0,264%, e quello a 161 giorni a 0,364%. Siamo ai minimi degli ultimi 18 mesi. Medaglia d’oro all’Olanda, che ha collocato carta a 85 giorni al rendimento di zero, e quella a 357 giorni allo 0,05%.
Si conferma quindi che la mega iniezione di liquidità della Bce sta venendo utilizzata dalle tesorerie bancarie anche per sottoscrivere debito sovrano a brevissimo termine. Come già segnalato, questo debito implica minore rischio di minusvalenze, vista la duration molto ridotta, e rischio di credito pressoché nullo, oltre ad uno stigma pressoché nullo, a differenza dell’investimento in titoli di stato a medio e lungo termine. Niente incagli, titoli che svaniscono come neve al sole dopo pochi mesi, senza bisogno di liquidazioni forzate su mercati che non assorbono.
A questo punto, la domanda sorge spontanea: non si potrebbe rifinanziare in Bot tutto o quasi tutto il debito sovrano in scadenza, visto che il suo costo è così contenuto? In un universo normale la risposta sarebbe una grassa risata. Esiste una cosa, chiamata rollover risk che postula che, al ridursi della vita media dello stock del debito, il rischio che i creditori alzino il sopracciglio ad ogni notizia negativa sul debitore, e fuggano nei casi più estremi, aumenti in modo esponenziale. Certo, ma questo accade in un universo normale. E cosa accadrebbe, invece, in un universo in cui la Banca centrale europea si inventasse delle aste di liquidità a tasso quasi nullo e per durata pluriennale, e magari promettesse di proseguire su questa strada a tempo indeterminato? Accadrebbe che i debitori sovrani potrebbero emettere moltissimo debito a tassi prossimi allo zero, ed il mercato chiuderebbe (forse) entrambi gli occhi sul gigantesco rollover risk così costruito. In attesa che, in un modo o nell’altro, la situazione si normalizzi e “passi la nottata” di una recessione destinata a picchiare molto duro, e a risolversi con molti anni di vacche magre.
Fantafinanza? Forse, ma viviamo in un’epoca in cui la creatività dei banchieri centrali è risorsa più preziosa che mai. La Bce eviterebbe di violare i trattati, finanziando i sovrani e questi ultimi, attraverso il canale bancario, riuscirebbero a restare solvibili, riducendo l’onere del nuovo debito. Se sembra troppo bello (e maledettamente azzardato) per essere vero, è perché è proprio così. Ma al punto in cui siamo, fantasticare di porre fine a questo incubo infinito non dovrebbe essere vietato.
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Tuesday, December 6, 2011
Italy: the long journey begins in the Financial Times - the Lex Column of December 6, 2011
Investors are betting the house on Mario Monti. Italy’s unelected prime minister presented a new set of spending cuts and tax increases to parliament yesterday and already Italian bond yields are dropping. The measures were enough to send the 10-year yield tumbling below 6 per cent. It is worth pausing to consider two things, however. First, Italy needs growth, not austerity. Second, parliament may well water it all down. The measures are a welcome but small step on a very long journey.
A property tax, a clampdown on tax evasion, pension reform and a tax on luxury goods appear to tick all those Italian boxes that make other Europeans jealous. The aim is to save €30bn over the next three years and to balance the budget by 2013. Italy has €1.9tn of outstanding debt, however: the best way to cut that is a strong economy. In that context, the most striking news from Rome at the weekend was the poor outlook for growth. The government forecasts that the Italian economy will shrink in 2012 by 0.5 per cent.
Mr Monti is also promising labour market reforms. These are essential. Italy is falling down the ranks of business-friendly countries. According to the World Bank’s 2012 study of countries and their tax systems, Italy ranks 170th for the size of its overall tax rate on companies: a whopping 68 per cent total tax rate. Labour taxes account for about two-thirds of that figure. This is an area crying out for reform – it is an increasingly unbearable burden for Italy’s entrepreneurs, who should be front and centre in the new government’s priorities.
Italy’s structural sclerosis means its economic growth potential is zero, according to Citigroup data (the eurozone’s potential growth rate is 0.8 per cent). The task for Mr Monti and Corrado Passera, the structural reforms minister, is to ensure that Italy closes that growth gap.
A property tax, a clampdown on tax evasion, pension reform and a tax on luxury goods appear to tick all those Italian boxes that make other Europeans jealous. The aim is to save €30bn over the next three years and to balance the budget by 2013. Italy has €1.9tn of outstanding debt, however: the best way to cut that is a strong economy. In that context, the most striking news from Rome at the weekend was the poor outlook for growth. The government forecasts that the Italian economy will shrink in 2012 by 0.5 per cent.
Mr Monti is also promising labour market reforms. These are essential. Italy is falling down the ranks of business-friendly countries. According to the World Bank’s 2012 study of countries and their tax systems, Italy ranks 170th for the size of its overall tax rate on companies: a whopping 68 per cent total tax rate. Labour taxes account for about two-thirds of that figure. This is an area crying out for reform – it is an increasingly unbearable burden for Italy’s entrepreneurs, who should be front and centre in the new government’s priorities.
Italy’s structural sclerosis means its economic growth potential is zero, according to Citigroup data (the eurozone’s potential growth rate is 0.8 per cent). The task for Mr Monti and Corrado Passera, the structural reforms minister, is to ensure that Italy closes that growth gap.
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Monti. Reform
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Manovra Monti: non mi piace quel che non c’è, e molto di quel che c’è è raffica statalista, rapina di libertà e crescita di Oscar Giannino su Chicago Blog del 5 Dicembre 2005
La manovra varata dal governo Monti trova la sua giustificazione nella formidabile pressione alla quale è sottoposta l’Italia. Una pressione che il premier ha fatto bene a sottolineare ancora una volta, evocando la necessità he l’Italia non sia mai più il detonatore del possibile inabissamento dell’euro: la politica queste parole dolorose continua a non volerle sentire, perché coincidono con l’ammissione del proprio fallimento, scaricando su altri le proprie responsabilità. Non è passato giorno dacché il professor Monti ha ricevuto l’incarico, che Angela Merkel da Berlino non abbia ripetuto, esplicitamente e ancor più chiaramente in via riservata, che solo se l’Italia assumeva decisioni durissime rispetto alle misure troppo a lungo rinviate e troppo insufficienti nel merito prese a luglio e agosto, solo in quel caso Berlino il prossimo 9 dicembre dirà sì a ciò che serve per difendere l’euro: procedure di bilancio blindate ex ante, e ampio margine agli interventi illimitati della Bce a sostegno dell’euroarea. Questo spiega perché la manovra contiene misure che al lordo pesano per 30 miliardi, due punti di Pil. E ha fatto ancora bene Monti a far capire chiaramente ieri che non è affatto detto che basti. Probabilmente, infatti, non basterà. Ma la botta dura con la nuova manovra c’è. C’è eccome. E questo è un bene. Come che scontenti un po’ tutti, così che nessuno possa cantar vittoria sugli altri. Venendo al merito, però, è piena di cose che non piacciono al mio palato.Una raffica statalista rapinatrice di libertà e crescita.
Cominciamo dalla crescita. Nella manovra c’è un blocco di misure importanti, dal rilancio delle liberalizzazioni – per i farmaci C non è male – alla volontà seria di sbloccare gli investimenti in infrastrutture per 40 miliardi, agevolando il capitale privato che oggi resta lontano da opere e cantieri i cui progetti sono impugnabili a ripetizione. Sul ritorno della Dit, sono contrario perché in passato è stata più un’agevolazione ai grandi gruppi – che se la sono vista poi sottrarre – che un incentivo ai piccoli, che pagano 30 punti di tax rate in più sul reddito lordo. E’ un bene invece il rifinanziamento del fondi di garanzia per le Pmi. Comprensibile la garanzia data ai bonds bancari, e che la Cdp diventi prestatrice di ultima istanza per le fondazioni, perché tra poco qualche banca italian potrebbe saltare eccome. Tuttavia manca ASSOLUTAMENTE quel cambio di passo drastico a favore della crescita, che sarebbe potuto avvenire rimodulando da subito energicamente il prelievo oggi troppo asfissiante per lavoro e impresa, puntando invece a più imposte indirette o anche alla patrimoniale ordinaria che aveva richiesto l’intero fronte delle imprese italiane. Su questo, il governo non ha osato. Ma così la crescita resterà troppo asfittica. A maggior ragione per gli aggravi fiscali contenuti nella manovra. Una diminuzione dell’Irap alle imprese per la componente lavoro tradotta in deducibilità per chi non ha Ires negativa non appare come una vera priorità.
Seconda delusione per me assoluta:l’abbattimento del debito pubblico. Non c’è. Non siamo mai stati tra coloro che a questo scopo indicano una superpatrimoniale, che si tradurrebbe in fuga di capitali ed effetti iper recessivi. Ma non si compie invece la scelta di drastiche cessioni del patrimonio immobiliare pubblico, affidandone valori per almeno 20 punti di Pil a un fondo immobiliare chiuso, volto a cessioni vincolate all’abbattimento del debito. E’ una questione molto seria, perché di soli avanzi primari fatti da strette fiscali depressive il debito non scenderà abbastanza, e resteremo esposti alla speculazione. Se neanche i governi d’emergenza di professori e banchieri fanno dimagrire lo Stato, chi ci deve pensare? Noi, impugnando libri inascoltati e fucili scarichi?
Veniamo ai punti positivi.
Primo, i costi della poltica. E’ positivo il cambio di passo su questa materia, il no alle doppie retribuzioni del personale di governo, lo sfoltimento radicale dei membri delle Autorità indipendenti, la riconduzione all’Inps di Inpdap ed Enpals, la misura assunta nei confronti delle Province. Quest’ultima risponde a una generale propensione maturata tra gli italiani, e smentita dai passi del gambero degli ultimi mesi. Se le Province ricorreranno alla Corte costituzionale si renderanno ancora più impopolari, mentre il trasferimento a unioni di Comuni e Regioni delle loro funzioni è ormai necessario. Al contempo, i tagli dei costi alla politica sono troppo pochi. I professori devono affondare il coltello. Il mancato stipendio di Monti ministro è polvere negli occhi: ha due laute pensioni e un vitalizio.
Secondo, la previdenza. Il governo Berlusconi non potè intervenire per via del veto della Lega a favore dei trattamenti di anzianità. E’ positiva oggi invece la sparizione delle anzianità, con il contributivo per tutti che a distanza di troppi anni diminuisce il privilegio degli “esentati” dalla riforma Dini, e che è una misura di equità intergenerazionale. Come lo è anche la fortissima accelerazione della parità di vecchiaia per le donne tra settore pubblico e privato, mentre l’aumento di fatto dei requisiti anagrafici di vecchiaia per gli uomini risponde alle aumentate attese di vita prima del meccanismo automatico varato dal precedente governo. Non mi persuade invece la sospensione dell’indicizzazione per le pensioni tranne le minime – resta al 100% – e quelle entro il doppio delle minime – al 50% – perché in un’economia che entra in recessione, anche se l’ha chiesto l’Europa, resta una carognata, se mi si passa il termine un po’ forte. Io avrei esentato solo i trattamenti da 2000 euro in su, accelerando ulteriormente l’innalzamento dei requisiti pensionabili. Capisco che dunque Elsa Fornero abbia versato lacrime. Tra parentesi, ricorrere a una sovratassazione dei capitali scudati per finanziare l’indicizzazione residua è una furbata politica – sono misure chieste dalla sinistra – ma non cancella il vulnus.
Terzo, il ritorno dell’Ici. Visto che qui di tagli incisivi alla spesa non se ne parla se non per sopressione di enti inutuili – vedremo la lista completa, ancora manca dal provvedimento, e vedremo soprattutto chi sopravviverà grazie alla difesa più che prevedibile in Parlamento, come sempre – è positivo anche se a molti non piacerà che l’Imu entri in vigore subito con un’aliquota dello 0,4 % per la prima casa e dello 0,7% per la seconda con facoltà dei Comuni di abbassare o alzare l’aliquota entro una forbice contenuta, e con una rivalutazione delle rendite catastali contenuta nel 5% come precedentemente stabilito per la prima casa, ma un aumento da 100 a 160 del coefficiente per calcolare l’imponibile UIci. Anche se è una misura che genererà forte scontento sociale, l’abrogazione dell’Ici sulla prima casa in questa legislatura è risultato sia un lusso che non potevamo più permetterci, sia una ferita aperta per i Comuni che restavano scoperti di risorse proprie per troppi anni, col federalismo. Certo, la botta sulla casa frutta 11 miliardi, gli italiani spero vengano disincentivati all’eccesso di mattone che si mettono in pancia, ma la botta è clamorosa.
Quarto, no a più Iperf. E’ positivo che il governo non abbia aumentato le aliquote sul reddito personale, visto che si sarebbe risolto nel far pagare di più chi già strapaga, mentre è bene assumere sovrattasse su beni di iperlusso che, effettivamente, non riguardano il ceto medio. E’ un bene anche che i limiti alla tracciabilità non siano scesi sotto i mille euro. Scendere sotto, è solo compiacere una facile demagogia. Resta sospeso invece il giudizio sull’aumento di due punti dell’aliquota generale IVA dal 21 al 23% entro il 2012, annunciato a copertura dei 4 miliardi appostati dal governo precedente in caso di mancato esercizio della delega in materia di riduzioni delle deduzioni e detrazioni fiscali del nostro ordinamento. In questo modo, infatti, si procede con più IVA meramente a copertura dei saldi. Mentre, al contrario, alzare l’Iva può servire energicamente se lo si fa in una strategia concertata di sostegno alle aziende che esportano, ma a quel punto rimodulando energicamente al ribasso il prelievo sui reddito delle persone fisiche e giuridiche. Resto invece deluso e scandalizzato, alla nuova batteria di aggravi su bolli e conti bancari – l’estensione della minipatrimoniale-titlio di Tremonti - accise e addizionali per le autonomie. Una raffica statalista e rapinatrice di libertà e crescita.
In intesi: il decreto è una botta forte, per esser nato in 18 giorni. E’ abbastanza perché i tedeschi non abbiano alibi. Ma su crescita e debito ancora non ci siamo. Mentre la protesta sociale sarà forte. Facile prevedere che la politica non ingoierà la pillola molto facilmente. Se poi il 9 dicembre l’eurovertice dovesse andar male, Dio ci salvi tutti perché entriamo in un mare ignoto.
Cominciamo dalla crescita. Nella manovra c’è un blocco di misure importanti, dal rilancio delle liberalizzazioni – per i farmaci C non è male – alla volontà seria di sbloccare gli investimenti in infrastrutture per 40 miliardi, agevolando il capitale privato che oggi resta lontano da opere e cantieri i cui progetti sono impugnabili a ripetizione. Sul ritorno della Dit, sono contrario perché in passato è stata più un’agevolazione ai grandi gruppi – che se la sono vista poi sottrarre – che un incentivo ai piccoli, che pagano 30 punti di tax rate in più sul reddito lordo. E’ un bene invece il rifinanziamento del fondi di garanzia per le Pmi. Comprensibile la garanzia data ai bonds bancari, e che la Cdp diventi prestatrice di ultima istanza per le fondazioni, perché tra poco qualche banca italian potrebbe saltare eccome. Tuttavia manca ASSOLUTAMENTE quel cambio di passo drastico a favore della crescita, che sarebbe potuto avvenire rimodulando da subito energicamente il prelievo oggi troppo asfissiante per lavoro e impresa, puntando invece a più imposte indirette o anche alla patrimoniale ordinaria che aveva richiesto l’intero fronte delle imprese italiane. Su questo, il governo non ha osato. Ma così la crescita resterà troppo asfittica. A maggior ragione per gli aggravi fiscali contenuti nella manovra. Una diminuzione dell’Irap alle imprese per la componente lavoro tradotta in deducibilità per chi non ha Ires negativa non appare come una vera priorità.
Seconda delusione per me assoluta:l’abbattimento del debito pubblico. Non c’è. Non siamo mai stati tra coloro che a questo scopo indicano una superpatrimoniale, che si tradurrebbe in fuga di capitali ed effetti iper recessivi. Ma non si compie invece la scelta di drastiche cessioni del patrimonio immobiliare pubblico, affidandone valori per almeno 20 punti di Pil a un fondo immobiliare chiuso, volto a cessioni vincolate all’abbattimento del debito. E’ una questione molto seria, perché di soli avanzi primari fatti da strette fiscali depressive il debito non scenderà abbastanza, e resteremo esposti alla speculazione. Se neanche i governi d’emergenza di professori e banchieri fanno dimagrire lo Stato, chi ci deve pensare? Noi, impugnando libri inascoltati e fucili scarichi?
Veniamo ai punti positivi.
Primo, i costi della poltica. E’ positivo il cambio di passo su questa materia, il no alle doppie retribuzioni del personale di governo, lo sfoltimento radicale dei membri delle Autorità indipendenti, la riconduzione all’Inps di Inpdap ed Enpals, la misura assunta nei confronti delle Province. Quest’ultima risponde a una generale propensione maturata tra gli italiani, e smentita dai passi del gambero degli ultimi mesi. Se le Province ricorreranno alla Corte costituzionale si renderanno ancora più impopolari, mentre il trasferimento a unioni di Comuni e Regioni delle loro funzioni è ormai necessario. Al contempo, i tagli dei costi alla politica sono troppo pochi. I professori devono affondare il coltello. Il mancato stipendio di Monti ministro è polvere negli occhi: ha due laute pensioni e un vitalizio.
Secondo, la previdenza. Il governo Berlusconi non potè intervenire per via del veto della Lega a favore dei trattamenti di anzianità. E’ positiva oggi invece la sparizione delle anzianità, con il contributivo per tutti che a distanza di troppi anni diminuisce il privilegio degli “esentati” dalla riforma Dini, e che è una misura di equità intergenerazionale. Come lo è anche la fortissima accelerazione della parità di vecchiaia per le donne tra settore pubblico e privato, mentre l’aumento di fatto dei requisiti anagrafici di vecchiaia per gli uomini risponde alle aumentate attese di vita prima del meccanismo automatico varato dal precedente governo. Non mi persuade invece la sospensione dell’indicizzazione per le pensioni tranne le minime – resta al 100% – e quelle entro il doppio delle minime – al 50% – perché in un’economia che entra in recessione, anche se l’ha chiesto l’Europa, resta una carognata, se mi si passa il termine un po’ forte. Io avrei esentato solo i trattamenti da 2000 euro in su, accelerando ulteriormente l’innalzamento dei requisiti pensionabili. Capisco che dunque Elsa Fornero abbia versato lacrime. Tra parentesi, ricorrere a una sovratassazione dei capitali scudati per finanziare l’indicizzazione residua è una furbata politica – sono misure chieste dalla sinistra – ma non cancella il vulnus.
Terzo, il ritorno dell’Ici. Visto che qui di tagli incisivi alla spesa non se ne parla se non per sopressione di enti inutuili – vedremo la lista completa, ancora manca dal provvedimento, e vedremo soprattutto chi sopravviverà grazie alla difesa più che prevedibile in Parlamento, come sempre – è positivo anche se a molti non piacerà che l’Imu entri in vigore subito con un’aliquota dello 0,4 % per la prima casa e dello 0,7% per la seconda con facoltà dei Comuni di abbassare o alzare l’aliquota entro una forbice contenuta, e con una rivalutazione delle rendite catastali contenuta nel 5% come precedentemente stabilito per la prima casa, ma un aumento da 100 a 160 del coefficiente per calcolare l’imponibile UIci. Anche se è una misura che genererà forte scontento sociale, l’abrogazione dell’Ici sulla prima casa in questa legislatura è risultato sia un lusso che non potevamo più permetterci, sia una ferita aperta per i Comuni che restavano scoperti di risorse proprie per troppi anni, col federalismo. Certo, la botta sulla casa frutta 11 miliardi, gli italiani spero vengano disincentivati all’eccesso di mattone che si mettono in pancia, ma la botta è clamorosa.
Quarto, no a più Iperf. E’ positivo che il governo non abbia aumentato le aliquote sul reddito personale, visto che si sarebbe risolto nel far pagare di più chi già strapaga, mentre è bene assumere sovrattasse su beni di iperlusso che, effettivamente, non riguardano il ceto medio. E’ un bene anche che i limiti alla tracciabilità non siano scesi sotto i mille euro. Scendere sotto, è solo compiacere una facile demagogia. Resta sospeso invece il giudizio sull’aumento di due punti dell’aliquota generale IVA dal 21 al 23% entro il 2012, annunciato a copertura dei 4 miliardi appostati dal governo precedente in caso di mancato esercizio della delega in materia di riduzioni delle deduzioni e detrazioni fiscali del nostro ordinamento. In questo modo, infatti, si procede con più IVA meramente a copertura dei saldi. Mentre, al contrario, alzare l’Iva può servire energicamente se lo si fa in una strategia concertata di sostegno alle aziende che esportano, ma a quel punto rimodulando energicamente al ribasso il prelievo sui reddito delle persone fisiche e giuridiche. Resto invece deluso e scandalizzato, alla nuova batteria di aggravi su bolli e conti bancari – l’estensione della minipatrimoniale-titlio di Tremonti - accise e addizionali per le autonomie. Una raffica statalista e rapinatrice di libertà e crescita.
In intesi: il decreto è una botta forte, per esser nato in 18 giorni. E’ abbastanza perché i tedeschi non abbiano alibi. Ma su crescita e debito ancora non ci siamo. Mentre la protesta sociale sarà forte. Facile prevedere che la politica non ingoierà la pillola molto facilmente. Se poi il 9 dicembre l’eurovertice dovesse andar male, Dio ci salvi tutti perché entriamo in un mare ignoto.
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Siamo tutti Oscar Giannino su La Repubblica del 1 Dicembre 2011
— Italia - 1 Dicembre 2011
Siamo tutti Oscar Giannino
Un gruppo di teppisti ha aggredito il giornalista alla Statale di Milano, per impedirgli di intervenire a un dibattito organizzato da studenti di destra. Vedi il video
http://www.youtube.com/watch?v=Zjdmsd2Jhe8&feature=player_embedded
Oggi alle 14,30 mi è stato impedito l’accesso all’Università Statale di Milano in via del Conservatorio, dove ero invitato a un dibattito sull’euro organizzato da Azione Giovani. Numerosi studenti hanno bloccato l’ingresso, apostrofandomi “buffone, padrone, fascista, distruttore dell’Università”. Una bella doccia di pomodori pelati, qualche uovo. Nessuna possibilità di interloquire. La polizia, presente, mi ha cortesemente invitato a desistere. Così è stato. Questi i fatti. Nessun danno. Ognuno giudichi se si debba arrivare a episodi del genere. Studentesse e studenti che mi davano del fascista nopn avevano la minima idea di chi io fossi davvero e di che cosa pensassi. Quando è partito il coro “figlio di papà, noi qui a lavorare e tu a fare la bella vita”, non sapevo se ridere di più che alla funzionaria di polizia che mi chiedeva di sgombrare.
Siamo tutti Oscar Giannino
Un gruppo di teppisti ha aggredito il giornalista alla Statale di Milano, per impedirgli di intervenire a un dibattito organizzato da studenti di destra. Vedi il video
http://www.youtube.com/watch?v=Zjdmsd2Jhe8&feature=player_embedded
Oggi alle 14,30 mi è stato impedito l’accesso all’Università Statale di Milano in via del Conservatorio, dove ero invitato a un dibattito sull’euro organizzato da Azione Giovani. Numerosi studenti hanno bloccato l’ingresso, apostrofandomi “buffone, padrone, fascista, distruttore dell’Università”. Una bella doccia di pomodori pelati, qualche uovo. Nessuna possibilità di interloquire. La polizia, presente, mi ha cortesemente invitato a desistere. Così è stato. Questi i fatti. Nessun danno. Ognuno giudichi se si debba arrivare a episodi del genere. Studentesse e studenti che mi davano del fascista nopn avevano la minima idea di chi io fossi davvero e di che cosa pensassi. Quando è partito il coro “figlio di papà, noi qui a lavorare e tu a fare la bella vita”, non sapevo se ridere di più che alla funzionaria di polizia che mi chiedeva di sgombrare.
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Monday, November 14, 2011
Italy and the euro zone: That’s all, folks - For the euro to survive, Italy must not fail. That will require leadership and courage in The Economist of November 11, 2011
ALTHOUGH it came after scandal, scheming and a truly dismal record as prime minister, Silvio Berlusconi’s resignation pledge was no more cathartic than any other of the remedies that the euro zone has so far concocted. The gesture was too little because Mr Berlusconi is so distrusted, after a total of eight and a half disastrous years in charge, that even now some fear he will find a way to hang on to office or stand again. It was too late because, by the time he promised to resign, Italy’s bonds were consumed by panic. At one point yields gapped up towards 7.5%—a level that would eventually pitch Italy into insolvency and long before that triggers a run on its banks.
When the world’s third-largest bond market begins to buckle, catastrophe looms. At stake is not just the Italian economy but Spain, Portugal, Ireland, the euro, the European Union’s single market, the global banking system, the world economy, and pretty much anything else you can think of. Greece is important because it sets precedents for the euro—over such things as debt write-downs and rescues (see article). Italy matters much more because it is so vast.
It is clear now that Italy will be the crucible which tests the euro to destruction—or survival. Only a few weeks ago, that test still seemed avoidable. Now it is at hand. If the euro zone wants its currency to survive, it must stem the panic and make Italy’s vaudeville politics credible. Both acts are still within Europe’s compass. But with each lurch of the euro zone towards contagion, with each bungled change of government, and with each reluctant intervention in the financial markets, the task becomes harder and more costly. As the grim scene unfolds, you can almost feel the euro’s chances draining away.
Presto panico
The urgent task is to stanch the financial panic—if only to give politicians a chance to show that, now they understand the stakes, they can do better. This panic took hold on November 9th when, against the background of rising Italian bond yields, LCH Clearnet, a clearing house, raised its margin calls—meaning that anyone dealing in Italian bonds now needs to set more capital aside against possible defaults. That extra capital raised the cost of dealing in Italian government debt, causing a wave of selling as investors quit the market (see article).
Nothing can now prevent a debt crisis in Italy. Borrowing costs are set to remain well above their levels before the crisis. The finance industry will not soon reverse its extra margin call and even if it did, investors are not about to treat Italian debt as “risk free”. Ratings agencies will surely downgrade the country. If its debt is left to spiral down, Italy will be shut out of the bond markets. Its banks will become vulnerable, as their depositors and lenders conclude that they and the Italian state are likely to become insolvent. Contagion will spread across the euro zone. The end will come soon enough.
But Italy is not yet insolvent. Although the rescue plan set out by the euro zone last month is in tatters, the European Central Bank could still gain time by pledging to buy Italy’s debt in unlimited quantities and to protect European banks, as The Economist has argued. The signs this week were that the ECB had stepped in to ease Italian yields. But it has not yet made that vital public pledge to do whatever it takes, without limit, to create a proper firewall and stop the panic.
The truth is that the risks of the euro splintering really have mounted. Angela Merkel, the German chancellor, and Nicolas Sarkozy, the French president, acknowledged at the recent G20 summit for the first time that they might abandon Greece to its fate—a devastating shift from leaders who had always insisted that the euro would survive intact at any price. There is chatter that they are contemplating a new club of core euro countries that can live within the rules, and jettisoning the rest.
Such talk will make it harder for the ECB to convince markets that the euro is here to stay. But it may just put the fear of God into Europe’s politicians—indeed, that may be the idea. Ultimately, politicians are the only people who can put this right. If the ECB creates a breathing space, then politicians must use it to convince the world that the euro zone’s democracies have the capacity to deal with their debts and reform their economies—as set out in this issue’s special report on the future of Europe (printed early this week, before Mr Berlusconi’s news). If the politicians fail, so eventually will the euro.
The man who screwed an entire currency
While the fate of the euro was resting on Mr Berlusconi’s follically enhanced head, the chances of success were slim. He liked to portray himself as a pro-business liberal reformer but under him Italy has utterly failed to abandon a model that used lira devaluations to offset inflation and stagnant or falling productivity. Between 2001 and 2010 Italy’s unit-wage costs soared and its economy grew by less than any other country in the world, except Haiti and Zimbabwe. The Economist has long argued that Mr Berlusconi was unfit to govern, but even we have been shocked by how, as the euro crisis drew closer to Italy, he partied and politicked, brushing off the need for reform.
Without Mr Berlusconi, Italy stands a chance. Its stock of debt, though high, is stable. It suffered no housing boom or associated banking bust. Italians are good savers and government tax receipts not too dependent on finance or property. Before interest payments, Italy is even running a fiscal surplus.
Much of the talk in Rome is now of finding a technocrat to run a new government committed to reform—Mario Monti, say, who was a respected European commissioner. Such a caretaker government will have a part to play over the coming months. But reform needs to be sustained for years, and that requires democratic legitimacy more than anything else. So any technocratic caretaker should prepare for urgent elections that could produce a government for reform.
For the euro to survive, Italy must succeed. For Italy to succeed, its squabbling politicians must find unaccustomed reserves of unity and courage. That depends on ordinary Italians being willing to make sacrifices, the ECB backing Italy, and France and Germany standing resolutely behind the euro. It is a dauntingly long list of things to go right.
When the world’s third-largest bond market begins to buckle, catastrophe looms. At stake is not just the Italian economy but Spain, Portugal, Ireland, the euro, the European Union’s single market, the global banking system, the world economy, and pretty much anything else you can think of. Greece is important because it sets precedents for the euro—over such things as debt write-downs and rescues (see article). Italy matters much more because it is so vast.
It is clear now that Italy will be the crucible which tests the euro to destruction—or survival. Only a few weeks ago, that test still seemed avoidable. Now it is at hand. If the euro zone wants its currency to survive, it must stem the panic and make Italy’s vaudeville politics credible. Both acts are still within Europe’s compass. But with each lurch of the euro zone towards contagion, with each bungled change of government, and with each reluctant intervention in the financial markets, the task becomes harder and more costly. As the grim scene unfolds, you can almost feel the euro’s chances draining away.
Presto panico
The urgent task is to stanch the financial panic—if only to give politicians a chance to show that, now they understand the stakes, they can do better. This panic took hold on November 9th when, against the background of rising Italian bond yields, LCH Clearnet, a clearing house, raised its margin calls—meaning that anyone dealing in Italian bonds now needs to set more capital aside against possible defaults. That extra capital raised the cost of dealing in Italian government debt, causing a wave of selling as investors quit the market (see article).
Nothing can now prevent a debt crisis in Italy. Borrowing costs are set to remain well above their levels before the crisis. The finance industry will not soon reverse its extra margin call and even if it did, investors are not about to treat Italian debt as “risk free”. Ratings agencies will surely downgrade the country. If its debt is left to spiral down, Italy will be shut out of the bond markets. Its banks will become vulnerable, as their depositors and lenders conclude that they and the Italian state are likely to become insolvent. Contagion will spread across the euro zone. The end will come soon enough.
But Italy is not yet insolvent. Although the rescue plan set out by the euro zone last month is in tatters, the European Central Bank could still gain time by pledging to buy Italy’s debt in unlimited quantities and to protect European banks, as The Economist has argued. The signs this week were that the ECB had stepped in to ease Italian yields. But it has not yet made that vital public pledge to do whatever it takes, without limit, to create a proper firewall and stop the panic.
The truth is that the risks of the euro splintering really have mounted. Angela Merkel, the German chancellor, and Nicolas Sarkozy, the French president, acknowledged at the recent G20 summit for the first time that they might abandon Greece to its fate—a devastating shift from leaders who had always insisted that the euro would survive intact at any price. There is chatter that they are contemplating a new club of core euro countries that can live within the rules, and jettisoning the rest.
Such talk will make it harder for the ECB to convince markets that the euro is here to stay. But it may just put the fear of God into Europe’s politicians—indeed, that may be the idea. Ultimately, politicians are the only people who can put this right. If the ECB creates a breathing space, then politicians must use it to convince the world that the euro zone’s democracies have the capacity to deal with their debts and reform their economies—as set out in this issue’s special report on the future of Europe (printed early this week, before Mr Berlusconi’s news). If the politicians fail, so eventually will the euro.
The man who screwed an entire currency
While the fate of the euro was resting on Mr Berlusconi’s follically enhanced head, the chances of success were slim. He liked to portray himself as a pro-business liberal reformer but under him Italy has utterly failed to abandon a model that used lira devaluations to offset inflation and stagnant or falling productivity. Between 2001 and 2010 Italy’s unit-wage costs soared and its economy grew by less than any other country in the world, except Haiti and Zimbabwe. The Economist has long argued that Mr Berlusconi was unfit to govern, but even we have been shocked by how, as the euro crisis drew closer to Italy, he partied and politicked, brushing off the need for reform.
Without Mr Berlusconi, Italy stands a chance. Its stock of debt, though high, is stable. It suffered no housing boom or associated banking bust. Italians are good savers and government tax receipts not too dependent on finance or property. Before interest payments, Italy is even running a fiscal surplus.
Much of the talk in Rome is now of finding a technocrat to run a new government committed to reform—Mario Monti, say, who was a respected European commissioner. Such a caretaker government will have a part to play over the coming months. But reform needs to be sustained for years, and that requires democratic legitimacy more than anything else. So any technocratic caretaker should prepare for urgent elections that could produce a government for reform.
For the euro to survive, Italy must succeed. For Italy to succeed, its squabbling politicians must find unaccustomed reserves of unity and courage. That depends on ordinary Italians being willing to make sacrifices, the ECB backing Italy, and France and Germany standing resolutely behind the euro. It is a dauntingly long list of things to go right.
S'I Fosse Monti di Giorgio Gilestro su NoisefromAmerika del 12 Novembre 2011
Si sa che la gente dà buoni consigli quando non può più dare il cattivo esempio. Di cattivi esempi ne abbiamo avuti a carrettate negli anni passati e ora è il momento storico dei buoni consigli. Si sprecano gli editoriali sui giornali in cui in tanti si sentono in dovere di indicare a Monti quali passi fare. Lo faccio anche io, sentendomi moralmente giustificato dal fatto che darò consigli che vanno un po' fuori dai cori.
Mettendo da parte chi pensa che si debba andare ad elezioni anticipate, che mi sembra a naso una minoranza, direi che tutti gli altri siano divisi su due fronti: dare ascolto alla BCE, abbassando la testa e cedendo l'onore, o mettere in moto l'italica creatività per spuntare qualche riformetta alternativa di quelle che tanto ci piacciono?
Io proverei a fare un passo indietro. Mi sembra chiaro che la crisi in corso sia una crisi dai fondamenti politici, quanto se non più che finanziari. Non a caso, la goccia che ha fatto traboccare il vaso e ha iniziato l'emorragia di spread è stata versata agli inizi di luglio, in diretta concomitanza (http://i.imgur.com/FtoYa.png) con gli eventi giudiziari di Marco Milanese (http://www.economist.com/blogs/schumpeter/2011/07/italys-finances).
Di fronte all'esplosione della bomba sui mercati di quei giorni, la classe dirigente italiana s'è svegliata presa dai turchi e ha risposto con attesa e tutt'altro che sorprendente inadeguatezza. Il governo ha cercato di partorire una manovra di salvataggio che nell'ipotesi migliore avrebbe dovuto essere tremontiana (lacrime e sangue) ma che si è invece rivelata tarantiniana (sangue e merda). L'opposizione s'è ben guardata dal partorire qualsiasi controproposta e si è limitata ad aumentare la frequenza con cui chiedeva la dimissioni di Berlusconi. La descrizione migliore al proposito l'ha data, come spesso accade, Spinoza.it dichiarando (http://www.spinoza.it/2011/08/10/non-fate-londra/) "Bersani in aula chiede le dimissioni di Berlusconi. Se gli premi il petto dice anche altre frasi."
Non mi dilungherò a dare esempi di quanto incapace o impotente sia la classe dirigente perché sennò finiamo domani mattina. Lo darò per scontato e darò per scontato che è facile capire, per il lettore, che il signor investitore si sia un po' rotto i cosiddetti di prestar soldi ad un paese che è governato in questo modo (http://www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/259397/nobile-economia-e-parlamentari.html#.TrsF39UYQD4.facebook).
Assodato quindi che la crisi politica è importante quanto - se non di più - di quella finanziaria, la conseguenza è una sola. I provvedimenti del governo tecnico devono mirare ad aggiustare la politica, quanto se non prima della finanza. Mettiamo l'ipotesi che Monti, aiutato dallo spirito santo, riesca a metter mano alle riforme che tutti auspichiamo: aggiustare il mercato del lavoro, liberalizzare le professioni, dare una stretta alle pensioni e magari già che c'è dare una bottarella all'università. Le probabilità che riesca a trovare il consenso politico per fare bene anche solo una di queste cose sono secondo me infinitesimali, soprattutto perché anche l'opinione pubblica è divisa su questi argomenti e il parlamento avrebbe vita facile a fare broncetto e girarsi dall'altro lato. Ma ragioniamo per assurdo. Se ci riuscisse, cosa succederebbe una volta dismesso il governo tecnico? Tornerebbero gli stessi baluscia a far manbassa, dividendo il loro tempo tra il danno e l'inazione. E saremmo punto e a capo.
A mio avviso quindi sarebbe estremamente più facile concentrarsi su quelle riforme che non solo sono ben viste quasi all'unanimità dai cittadini italiani e che per questo danno a Monti maggior leva politica, ma che alla fine dei conti sarebbero pure più utili sul lungo termine. Alcuni esempi:
1. Ridurre il numero dei parlamentari - e già che ci siamo dare una sfoltitina al trattamento economico, dall'indennità al vitalizio. Aumenterrebbe la competizione interna ai partiti e ridurrebbe il fenomeno del parlamentare di pezza.
2. Cambiare la legge elettorale. Niente da aggiungere.
3. Iniziare a tagliare il cordone che lega la politica all'informazione perché non ci può essere buona politica in un paese in cui l'informazione non fa il proprio mestiere. Abbiamo bisogno di cani da guardia, non cagnolini da salotto (http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Cani_da_guardia_o_cagnolini_da_salotto%3F#body). Questo andrebbe fatto partendo dai sussidi alla carta stampa e finendo alla depoliticizzazione della RAI (privatizzare la RAI tout court sarebbe probabilmente difficile; è passato troppo tempo dal 95 (http://it.wikipedia.org/wiki/Referendum_abrogativi_del_1995_in_Italia#Privatizzazione_RAI)).
Sono tre riforme che la maggioranza degli italiani approverebbe volentieri e sarebbe ben facile per Monti portare in piazza una bella fiumana di indignados (http://i.imgur.com/BHk2c.jpg) nel caso in cui il parlamento facesse le bizze. A giudicare dagli sputazzi in faccia che s'è preso Pannella qualche settimana fa, il clima da forca cresce ed è propiziatorio. Ben diverso sarebbe se invece Monti si impuntasse sull'articolo 18 o sulle pensioni, perché quello è campo in cui i demagoghi hanno gioco facile. Inoltre sono tre riforme che aiuterebbero il paese ad avere una classe politica un pelino migliore al prossimo giro, cosa di cui abbiamo bisogno come il pane.
S'i fosse Monti, metterei questi tre punti in alto alle priorità. E voi?
Mettendo da parte chi pensa che si debba andare ad elezioni anticipate, che mi sembra a naso una minoranza, direi che tutti gli altri siano divisi su due fronti: dare ascolto alla BCE, abbassando la testa e cedendo l'onore, o mettere in moto l'italica creatività per spuntare qualche riformetta alternativa di quelle che tanto ci piacciono?
Io proverei a fare un passo indietro. Mi sembra chiaro che la crisi in corso sia una crisi dai fondamenti politici, quanto se non più che finanziari. Non a caso, la goccia che ha fatto traboccare il vaso e ha iniziato l'emorragia di spread è stata versata agli inizi di luglio, in diretta concomitanza (http://i.imgur.com/FtoYa.png) con gli eventi giudiziari di Marco Milanese (http://www.economist.com/blogs/schumpeter/2011/07/italys-finances).
Di fronte all'esplosione della bomba sui mercati di quei giorni, la classe dirigente italiana s'è svegliata presa dai turchi e ha risposto con attesa e tutt'altro che sorprendente inadeguatezza. Il governo ha cercato di partorire una manovra di salvataggio che nell'ipotesi migliore avrebbe dovuto essere tremontiana (lacrime e sangue) ma che si è invece rivelata tarantiniana (sangue e merda). L'opposizione s'è ben guardata dal partorire qualsiasi controproposta e si è limitata ad aumentare la frequenza con cui chiedeva la dimissioni di Berlusconi. La descrizione migliore al proposito l'ha data, come spesso accade, Spinoza.it dichiarando (http://www.spinoza.it/2011/08/10/non-fate-londra/) "Bersani in aula chiede le dimissioni di Berlusconi. Se gli premi il petto dice anche altre frasi."
Non mi dilungherò a dare esempi di quanto incapace o impotente sia la classe dirigente perché sennò finiamo domani mattina. Lo darò per scontato e darò per scontato che è facile capire, per il lettore, che il signor investitore si sia un po' rotto i cosiddetti di prestar soldi ad un paese che è governato in questo modo (http://www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/259397/nobile-economia-e-parlamentari.html#.TrsF39UYQD4.facebook).
Assodato quindi che la crisi politica è importante quanto - se non di più - di quella finanziaria, la conseguenza è una sola. I provvedimenti del governo tecnico devono mirare ad aggiustare la politica, quanto se non prima della finanza. Mettiamo l'ipotesi che Monti, aiutato dallo spirito santo, riesca a metter mano alle riforme che tutti auspichiamo: aggiustare il mercato del lavoro, liberalizzare le professioni, dare una stretta alle pensioni e magari già che c'è dare una bottarella all'università. Le probabilità che riesca a trovare il consenso politico per fare bene anche solo una di queste cose sono secondo me infinitesimali, soprattutto perché anche l'opinione pubblica è divisa su questi argomenti e il parlamento avrebbe vita facile a fare broncetto e girarsi dall'altro lato. Ma ragioniamo per assurdo. Se ci riuscisse, cosa succederebbe una volta dismesso il governo tecnico? Tornerebbero gli stessi baluscia a far manbassa, dividendo il loro tempo tra il danno e l'inazione. E saremmo punto e a capo.
A mio avviso quindi sarebbe estremamente più facile concentrarsi su quelle riforme che non solo sono ben viste quasi all'unanimità dai cittadini italiani e che per questo danno a Monti maggior leva politica, ma che alla fine dei conti sarebbero pure più utili sul lungo termine. Alcuni esempi:
1. Ridurre il numero dei parlamentari - e già che ci siamo dare una sfoltitina al trattamento economico, dall'indennità al vitalizio. Aumenterrebbe la competizione interna ai partiti e ridurrebbe il fenomeno del parlamentare di pezza.
2. Cambiare la legge elettorale. Niente da aggiungere.
3. Iniziare a tagliare il cordone che lega la politica all'informazione perché non ci può essere buona politica in un paese in cui l'informazione non fa il proprio mestiere. Abbiamo bisogno di cani da guardia, non cagnolini da salotto (http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Cani_da_guardia_o_cagnolini_da_salotto%3F#body). Questo andrebbe fatto partendo dai sussidi alla carta stampa e finendo alla depoliticizzazione della RAI (privatizzare la RAI tout court sarebbe probabilmente difficile; è passato troppo tempo dal 95 (http://it.wikipedia.org/wiki/Referendum_abrogativi_del_1995_in_Italia#Privatizzazione_RAI)).
Sono tre riforme che la maggioranza degli italiani approverebbe volentieri e sarebbe ben facile per Monti portare in piazza una bella fiumana di indignados (http://i.imgur.com/BHk2c.jpg) nel caso in cui il parlamento facesse le bizze. A giudicare dagli sputazzi in faccia che s'è preso Pannella qualche settimana fa, il clima da forca cresce ed è propiziatorio. Ben diverso sarebbe se invece Monti si impuntasse sull'articolo 18 o sulle pensioni, perché quello è campo in cui i demagoghi hanno gioco facile. Inoltre sono tre riforme che aiuterebbero il paese ad avere una classe politica un pelino migliore al prossimo giro, cosa di cui abbiamo bisogno come il pane.
S'i fosse Monti, metterei questi tre punti in alto alle priorità. E voi?
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Alberto Mingardi: "Promesse gia' fatte e mai mantenute" su La Stampa del 28 Ottobre 2011
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Mingardi: "Promesse già fatte in passato e mai mantenute"Le liberalizzazioni possibili sono almeno quattro: Inail, gas, poste e ferrovie«Le nuove liberalizzazioni dei governo? Continuiamo a parlare sempre delle stesse cose: acqua e servizi pubblici locali. Ridare una disciplina che consenta la concorrenza e la partecipazione dei privati ai servizi pubblici locali è importantissimo - ma non era già uno degli obiettivi che il governo si era dato questa estate?» si chiede il direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni, Alberto Mingardi. Che aggiunge: «Anche per quanto riguarda il commercio, torniamo ad una idea (una buona idea), quella della completa liberalizzazione degli orari, che era già nel primo pacchetto anti-crisi, e che poi era stata rimossa a causa delle pressioni dei commercianti. Sono, potenzialmente, misure importanti, ma sino ad ora alle parole non sono seguiti i fatti».
Dunque nessuna novità per lei?
«La differenza, stavolta, sta nel fatto che il governo si è impegnato a seguire una tempistica "certa". La novità effettivamente di peso è l'impegno a prendere sul serio fino in fondo la lettera della Bce di agosto sul mercato del lavoro, completandone la liberalizzazione anche "in uscita". Può costare "conflitto sociale"? Anche la legge Biagi costò "conflitto sociale" ma nel medio periodo ha fatto bene all'occupazione».
Al menù manca qualcosa?
«Non ci sono iniziative che riguardino il mercato del gas, il trasporto aereo e ferroviario, i servizi postali (dove è stata fatta una "liberalizzazione" molto parziale). E' sicuramente importante aprire alla concorrenza le professioni, ma non credo che abbia più peso, in un momento come questo, della separazione di Snam Rete Gas dall'Eni: un mercato dei gas più competitivo avrebbe effetti ben più significativi per aziende e consumatori».
Cosa andava fatto, più in dettaglio?
«Le liberalizzazioni possibili sono almeno quattro: assicurazione infortuni (aprire il mercato ai privati e privatizzare l'Inail), gas (separare rete ed ex monopolista), poste (istituire una autorità indipendente e limitare il perimetro del servizio universale), ferrovie (liberalizzare il trasporto regionale)».
Il governo riuscirà a superare la lobby parlamentare, avvocati in primis, che fino ad ora ha frenato tutto?
«Chi può dirlo? Finora il fronte di sbarramento in Parlamento è stato infrangibile. Più che gli avvocati, però, dovrebbero preoccuparci imprese pubbliche e parapubbliche, che esercitano una presa evidentemente significativa sulla politica: pensi solo al fatto che abbiamo 1900 miliardi di debito, e ragioniamo di privatizzazioni per 15 miliardi in tre anni.»
Giusto dare più poteri all'Antitrust?
«Davvero pensiamo che l'economia italiana abbia bisogno di un poliziotto della concorrenza meglio armato? Credo che il problema sia a monte: non che la concorrenza sia "sregolata" laddove c'è, ma che la concorrenza proprio non si vede in interi settori!».
Del debito e di privatizzazioni invece si occuperà un comitato...
«E' il bello dei nostro Paese. C'è un comitato per tutto».
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CRISI FINANZIARIA
DEBITO PUBBLICO
Mingardi: "Promesse già fatte in passato e mai mantenute"Le liberalizzazioni possibili sono almeno quattro: Inail, gas, poste e ferrovie«Le nuove liberalizzazioni dei governo? Continuiamo a parlare sempre delle stesse cose: acqua e servizi pubblici locali. Ridare una disciplina che consenta la concorrenza e la partecipazione dei privati ai servizi pubblici locali è importantissimo - ma non era già uno degli obiettivi che il governo si era dato questa estate?» si chiede il direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni, Alberto Mingardi. Che aggiunge: «Anche per quanto riguarda il commercio, torniamo ad una idea (una buona idea), quella della completa liberalizzazione degli orari, che era già nel primo pacchetto anti-crisi, e che poi era stata rimossa a causa delle pressioni dei commercianti. Sono, potenzialmente, misure importanti, ma sino ad ora alle parole non sono seguiti i fatti».
Dunque nessuna novità per lei?
«La differenza, stavolta, sta nel fatto che il governo si è impegnato a seguire una tempistica "certa". La novità effettivamente di peso è l'impegno a prendere sul serio fino in fondo la lettera della Bce di agosto sul mercato del lavoro, completandone la liberalizzazione anche "in uscita". Può costare "conflitto sociale"? Anche la legge Biagi costò "conflitto sociale" ma nel medio periodo ha fatto bene all'occupazione».
Al menù manca qualcosa?
«Non ci sono iniziative che riguardino il mercato del gas, il trasporto aereo e ferroviario, i servizi postali (dove è stata fatta una "liberalizzazione" molto parziale). E' sicuramente importante aprire alla concorrenza le professioni, ma non credo che abbia più peso, in un momento come questo, della separazione di Snam Rete Gas dall'Eni: un mercato dei gas più competitivo avrebbe effetti ben più significativi per aziende e consumatori».
Cosa andava fatto, più in dettaglio?
«Le liberalizzazioni possibili sono almeno quattro: assicurazione infortuni (aprire il mercato ai privati e privatizzare l'Inail), gas (separare rete ed ex monopolista), poste (istituire una autorità indipendente e limitare il perimetro del servizio universale), ferrovie (liberalizzare il trasporto regionale)».
Il governo riuscirà a superare la lobby parlamentare, avvocati in primis, che fino ad ora ha frenato tutto?
«Chi può dirlo? Finora il fronte di sbarramento in Parlamento è stato infrangibile. Più che gli avvocati, però, dovrebbero preoccuparci imprese pubbliche e parapubbliche, che esercitano una presa evidentemente significativa sulla politica: pensi solo al fatto che abbiamo 1900 miliardi di debito, e ragioniamo di privatizzazioni per 15 miliardi in tre anni.»
Giusto dare più poteri all'Antitrust?
«Davvero pensiamo che l'economia italiana abbia bisogno di un poliziotto della concorrenza meglio armato? Credo che il problema sia a monte: non che la concorrenza sia "sregolata" laddove c'è, ma che la concorrenza proprio non si vede in interi settori!».
Del debito e di privatizzazioni invece si occuperà un comitato...
«E' il bello dei nostro Paese. C'è un comitato per tutto».
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Wednesday, October 19, 2011
Forte dei Marmi, il sindaco mette al bando kebab e involtini primavera di Marco Gasperetti sul Corriere della Sera del 9 Ottobre 2011
Una altra idea idiota..
LA PROPOSTA DEL SINDACO PD APPROVATA DALL'INTERO CONSIGLIO COMUNALE
Forte dei Marmi, il sindaco mette al bando kebab e involtini primavera
Provvedimento contro i ristoranti e i negozi stranieri
«Non hanno nulla a che vedere con la cultura del luogo»
FORTE DEI MARMI – Ancora una volta la battaglia è per difendere il «genius loci» di Forte dei Marmi. La capitale della Versilia mondana è minacciata, secondo il sindaco Umberto Buratti (Pd), ricandidato per il centrosinistra alle prossime elezioni di maggio, da negozi, ristoranti e pub che con la tipicità della Versilia hanno poco a che vedere. Così, dopo aver annunciato provvedimenti ad hoc per contrastare la «barbara invasione» di involtini primavera, ravioli al vapore e kebab ma anche pub anglofoni, fast food di tutte le bandiere e negozi dove si vendono «sete» indiane, artigianato africano e gadget americani o inglesi, ha firmato un regolamento comunale che vieta la nascita di nuovi esercizi che non rispondano alla cultura italiana in generale e versiliese in particolare.
IL SINDACO - Il provvedimento del sindaco Pd ha ottenuto l’approvazione all’unanimità del consiglio comunale, nonostante quest'ultimo sia già in fibrillazione per la campagna elettorale già iniziata. Insomma, tutti d’accordo sinistra, centro e destra. Senza considerarlo un «regolamento leghista» o «xenofobo». «Argomenti che non c’entrano assolutamente niente con il nostro provvedimento – spiega il sindaco Buratti – perché la nostra decisione serve unicamente e non stravolgere la Forte dei Marmi che tutti conoscono. Non è possibile consentire l’apertura di esercizi commerciali che nulla hanno a che vedere con la cultura del luogo. E il nostro provvedimento vale per chiunque: ristoranti cinesi ma pure fast food americani, birrerie tedesche o pub inglesi». Il nuovo provvedimento avrà un’applicazione pratica molto presto quando inizieranno i lavori per demolire il vetusto mercato centrale nel centro della cittadina sostituito da una serie di negozi. «Botteghe, per l’esattezza, che venderanno prodotti locali e italiani – precisa Buratti – e i protagonisti sarà il nostro artigianato in tutte le sue declinazioni»
IL PRECEDENTE - La giunta di Forte dei Marmi è stata protagonista tempo fa anche di un altro provvedimento a difesa del «genius loci»: prevedere la costruzione di case dedicate solo ai «nativi» di Forte dei Marmi per bloccare una certa «colonizzazione» di residenti da altre parti d’Italia. Su 7700 abitazioni nel comune versiliese, infatti, 4500 sono seconde case comprate o affittate tutto l’anno da turisti per lo più lombardi. E nelle restanti 3200, le così dette prime case, spesso non si parla toscano. Con i risultati che i fortedeimarmini autentici stavano diminuendo ed erano costretti a rifugiarsi nelle «riserve» delle colline della Versilia. Un esilio scelto autonomamente anni fa quando al «Forte» conveniva vendere o affittare casa, villa e terreno, diventato quasi un obbligo oggi per la mancanza di appartamenti e per i prezzi da capogiro.
LA PROPOSTA DEL SINDACO PD APPROVATA DALL'INTERO CONSIGLIO COMUNALE
Forte dei Marmi, il sindaco mette al bando kebab e involtini primavera
Provvedimento contro i ristoranti e i negozi stranieri
«Non hanno nulla a che vedere con la cultura del luogo»
FORTE DEI MARMI – Ancora una volta la battaglia è per difendere il «genius loci» di Forte dei Marmi. La capitale della Versilia mondana è minacciata, secondo il sindaco Umberto Buratti (Pd), ricandidato per il centrosinistra alle prossime elezioni di maggio, da negozi, ristoranti e pub che con la tipicità della Versilia hanno poco a che vedere. Così, dopo aver annunciato provvedimenti ad hoc per contrastare la «barbara invasione» di involtini primavera, ravioli al vapore e kebab ma anche pub anglofoni, fast food di tutte le bandiere e negozi dove si vendono «sete» indiane, artigianato africano e gadget americani o inglesi, ha firmato un regolamento comunale che vieta la nascita di nuovi esercizi che non rispondano alla cultura italiana in generale e versiliese in particolare.
IL SINDACO - Il provvedimento del sindaco Pd ha ottenuto l’approvazione all’unanimità del consiglio comunale, nonostante quest'ultimo sia già in fibrillazione per la campagna elettorale già iniziata. Insomma, tutti d’accordo sinistra, centro e destra. Senza considerarlo un «regolamento leghista» o «xenofobo». «Argomenti che non c’entrano assolutamente niente con il nostro provvedimento – spiega il sindaco Buratti – perché la nostra decisione serve unicamente e non stravolgere la Forte dei Marmi che tutti conoscono. Non è possibile consentire l’apertura di esercizi commerciali che nulla hanno a che vedere con la cultura del luogo. E il nostro provvedimento vale per chiunque: ristoranti cinesi ma pure fast food americani, birrerie tedesche o pub inglesi». Il nuovo provvedimento avrà un’applicazione pratica molto presto quando inizieranno i lavori per demolire il vetusto mercato centrale nel centro della cittadina sostituito da una serie di negozi. «Botteghe, per l’esattezza, che venderanno prodotti locali e italiani – precisa Buratti – e i protagonisti sarà il nostro artigianato in tutte le sue declinazioni»
IL PRECEDENTE - La giunta di Forte dei Marmi è stata protagonista tempo fa anche di un altro provvedimento a difesa del «genius loci»: prevedere la costruzione di case dedicate solo ai «nativi» di Forte dei Marmi per bloccare una certa «colonizzazione» di residenti da altre parti d’Italia. Su 7700 abitazioni nel comune versiliese, infatti, 4500 sono seconde case comprate o affittate tutto l’anno da turisti per lo più lombardi. E nelle restanti 3200, le così dette prime case, spesso non si parla toscano. Con i risultati che i fortedeimarmini autentici stavano diminuendo ed erano costretti a rifugiarsi nelle «riserve» delle colline della Versilia. Un esilio scelto autonomamente anni fa quando al «Forte» conveniva vendere o affittare casa, villa e terreno, diventato quasi un obbligo oggi per la mancanza di appartamenti e per i prezzi da capogiro.
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De-Coupling Banche e Debito Sovrano di Davide Grignani su IBL - BrunoLeoni.it del 19 Ottobre 2011
Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Davide Grignani.
Partiamo da alcuni dati di fatto: 1. I titoli pubblici emessi da stati sovrani non più in grado di rassicurare gli investitori su piani credibili di sviluppo economico e rientro dall’eccesso di debito sovrano sono oggi ritenuti una nuova classe di “attività finanziarie tossiche” (così era accaduto ai “subprime mortgages” americani nella prima metà del 2007 che condussero poi al contagio di tutti i mercati finanziari a livello globale);2. La pressoché totalità delle economie sviluppate detiene presso le proprie banche ed assicurazioni una quota importante di titoli governativi emessi da stati sovrani i quali vengono sottoscritti e comprati da famiglie, imprese, investitori istituzionali: tra questi titoli quelli emessi dal proprio stato sovrano sono rappresentati in una quota ben più alta di quanto prevederebbe una calibratura degli stessi secondo una corretta diversificazione di portafoglio;
3. Quando uno stato sovrano entra in “crisi di credibilità” l’impatto immediato sulla valutazione del proprio debito pubblico crea un effetto di “contagio” sui suddetti portafogli, contagio che “infetta” anche i titoli governativi emessi da altri stati in difficoltà;
4. Le banche e le assicurazioni dei paesi “contagiati” registrano pesanti perdite nelle valutazioni degli attivi investiti in titoli governativi: la gestione finanziaria di tali attivi diventa fortemente passiva e – a meno di escamotage contabili o trattamenti “preferenziali” – ciò provoca un ulteriore grave impedimento al corretto funzionamento del mercato del credito a favore dell’economia reale.
5. I canali tramite cui la svalutazione del debito sovrano colpisce l’operatività delle banche sono molteplici e tutti rilevanti: dalla perdita del valore sull’attivo e il conseguente aumento del loro rischio idiosincratico e del costo della loro raccolta all’ingrosso e al dettaglio, alla diminuzione dei valori dei collaterali usati per approvvigionarsi di liquidità presso istituzioni private, nazionali e sovranazionali, al loro rating che aumenta ulteriormente il costo per il loro rischio, all’aumento del costo per le garanzie implicite ed esplicite che gli stati devono fornire per garantirne la solvibilità di ultima istanza.
Morale: se non vogliamo che si avveri il vecchio adagio romano “dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur” e che il nostro paese sprofondi in un gravissimo “credit crunch” fermando la nostra piattaforma industriale mentre si discute in tutta Europa di come “salvare gli stati”, tutti noi – dagli studenti “indignados” ai membri del comitato direttivo della BCE – dobbiamo seguire il buon senso e convincerci che oggi occorre salvare subito il corretto funzionamento del sistema di intermediazione bancaria (in Italia viene intermediato dalle banche circa il 70 % del risparmio nazionale quando negli USA questa cifra si aggira intorno al 30 %) per impedire che la locomotiva italiana deragli prima ancora di arrivare alla prima stazione del proprio risanamento nazionale.
Per quanto le banche oggi registrino il loro punto di minimo consenso secolare (forse che alla casta politica – non solo italiana – ciò non sia servito come diversivo circa le vere responsabilità del nostro declino socio-economico?) la loro funzione resta indispensabile ed insostituibile per un’economia che produca nuova ricchezza ed occupazione: non esiste una sana economia senza un sano sistema finanziario. Oggi le banche in generale e quelle italiane in particolare (tra le più “resilienti” alla crisi del 2007) non sono più ritenute “sane” ed in grado di creare valore nei prossimi anni: i valori delle loro azioni in borsa, i loro CDS (credit default swap) scontano scenari liquidatori e pesantissime svalutazioni di tutti i loro attivi, nessuno escluso. Questi valori segnalano disequilibri non sostenibili a medio termine, provocano enormi difficoltà di approvvigionamento della raccolta bancaria, quella istituzionale praticamente garantita dalla sola BCE e/o dallo “sconto” a caro prezzo dei portafogli dei loro migliori attivi (oggi occasione ricca per le banche statunitensi colme di liquidità fornita in abbondanza dalla FED).
Su questi istituti incombe oggi una triplice missione, il raggiungimento – nel gergo degli economisti – di “equilibri multipli” cioè di punti di ottimo per solvibilità, liquidità e redditività. Basilea 3, la BCE, l’EBA, il FMI, il FSB, l’EBC, la BIS, il CRDWG, la Commissione ed il Consiglio Europeo, le banche centrali ed autorità finanziarie nazionali ed internazionali, etc etc chiedono insieme maggiori doti di capitale e liquidità; i finanziatori istituzionali (e prima o poi i clienti retail) richiedono una remunerazione multipla rispetto a soli pochi mesi fa per iniettare nuovi fondi nel sistema bancario; gli azionisti chiedono una redditività dell’investimento in azioni bancarie proporzionale ad un tasso “risk -free ” (oggi “fuori uso” per molte giurisdizioni) maggiorato per un premio al rischio del settore bancario cresciuto esponenzialmente. “Last but not least”, lo Stato cerca di mantenere l’imponente gettito prodotto dal sistema finanziario aumentando la pressione fiscale.
E’ evidente che per le banche restano poche e difficili leve per manovrare all’interno di tutti questi vincoli, quasi per la totalità “pro-ciclici”: ridurre i costi (che in banca coincidono perlopiù coi costi per il personale), diminuire il grado complessivo di leva finanziaria (a memoria il “leverage” di Basilea I , destinato a tornare nel Pillar 2 di BIS 3 nel 2013) chiudendo i rubinetti del credito all’economia, aumentare gli spread riprezzando il costo dei finanziamenti alle imprese, ricercare frontiere più efficienti di rischio-rendimento nella commercializzazione dei prodotti.
Si dovrebbe quindi convenire che qualora si riuscisse a realizzare oggi un rapido “de-coupling” tra i bilanci bancari e la valutazione/volatilità dei titoli governativi le banche italiane (e ciò vale non solo per il caso italiano) ne beneficerebbero enormemente recuperando maggiori flessibilità e gradi di manovra a beneficio della loro funzione di intermediazione dal risparmio al credito e di trasformazione di rischi e scadenze, funzioni entrambe oggi “in stallo”.
Una soluzione tuttora inesplorata che presenterebbe aspetti economici e finanziari interessanti potrebbe prevedere l’acquisto “una tantum” di una parte significativa dei titoli pubblici italiani posseduti dalle banche nazionali da parte di Banca d’Italia. Tale acquisto verrebbe eseguito comprando i titoli ai loro valori storici di acquisto: Bankit a sua volta verrebbe rifinanziata a questo scopo dalla BCE, disponibile allo sconto di tali titoli a condizioni e termini non penalizzanti: il “buy-back” del debito pubblico non da parte del MEF ma da parte della “filiale” italiana della banca centrale europea ricondurrebbe immediatamente l’Efsf alla sua finalità originale di “fondo salva-stati” lasciando alla banca centrale italiana il compito di implementare con efficienza ed efficacia pressoché immediata una sorta di “Govies Relief Plan” – GRP. Banca d’Italia trasferirebbe sul proprio bilancio la differenza contabile tra il valore di marcato dei titoli ed il valore di carico a cui le banche li avevano precedentemente acquistati e – piuttosto che mantenere l’attuale artificioso e pernicioso trattamento contabile preferenziale di esenzione dal “mark to the market” – contabilizzerebbe tale investimento come un immobilizzo sino a scadenza finale, quindi come un’attività “held to maturity”. Potrebbe altresì accedere allo sconto di tali titolo presso la BCE rifinanziandoli fino alla scadenza finale alla pari o al loro riallineamento sopra i valori di acquisto, realizzando tra l’altro a scadenza un profitto a beneficio del proprio bilancio (ricordo che la Banca d’Italia è posseduta a sua volta dalle banche italiane che dovrebbero poter valorizzare correttamente la loro partecipazione).
Tale operazione potrebbe essere parzialmente o interamente “sterilizzata” dalla BCE tramite l’emissione degli Eurobond o – sic rebus stanti bus – stampando quella moneta di cui sino ad oggi è stata estremamente parca causa l’ossessiva minaccia di un inesistente tsunami inflazionistico, flettendo finalmente il cambio dell’euro rispetto alle principali valute mondiali e permettendo così il realizzarsi di nuove ragioni di scambio più competitive per le economie e la crescita europee.
Solo attraverso una pronta ed efficace separazione tra “contagio” dei titoli governativi e “la sana e prudente gestione” bancaria si potrà riuscire a ridare al sistema finanziario quella libertà di manovra essenziale per preservare la sua funzione di propulsore delle crescita dell’economia reale. Occorre ridare con estrema urgenza l’ ossigeno alle banche per conseguire la missione aziendale che queste imprese così particolari – e per ora ancora private – devono poter realizzare nel difficile futuro prossimo.
Partiamo da alcuni dati di fatto: 1. I titoli pubblici emessi da stati sovrani non più in grado di rassicurare gli investitori su piani credibili di sviluppo economico e rientro dall’eccesso di debito sovrano sono oggi ritenuti una nuova classe di “attività finanziarie tossiche” (così era accaduto ai “subprime mortgages” americani nella prima metà del 2007 che condussero poi al contagio di tutti i mercati finanziari a livello globale);2. La pressoché totalità delle economie sviluppate detiene presso le proprie banche ed assicurazioni una quota importante di titoli governativi emessi da stati sovrani i quali vengono sottoscritti e comprati da famiglie, imprese, investitori istituzionali: tra questi titoli quelli emessi dal proprio stato sovrano sono rappresentati in una quota ben più alta di quanto prevederebbe una calibratura degli stessi secondo una corretta diversificazione di portafoglio;
3. Quando uno stato sovrano entra in “crisi di credibilità” l’impatto immediato sulla valutazione del proprio debito pubblico crea un effetto di “contagio” sui suddetti portafogli, contagio che “infetta” anche i titoli governativi emessi da altri stati in difficoltà;
4. Le banche e le assicurazioni dei paesi “contagiati” registrano pesanti perdite nelle valutazioni degli attivi investiti in titoli governativi: la gestione finanziaria di tali attivi diventa fortemente passiva e – a meno di escamotage contabili o trattamenti “preferenziali” – ciò provoca un ulteriore grave impedimento al corretto funzionamento del mercato del credito a favore dell’economia reale.
5. I canali tramite cui la svalutazione del debito sovrano colpisce l’operatività delle banche sono molteplici e tutti rilevanti: dalla perdita del valore sull’attivo e il conseguente aumento del loro rischio idiosincratico e del costo della loro raccolta all’ingrosso e al dettaglio, alla diminuzione dei valori dei collaterali usati per approvvigionarsi di liquidità presso istituzioni private, nazionali e sovranazionali, al loro rating che aumenta ulteriormente il costo per il loro rischio, all’aumento del costo per le garanzie implicite ed esplicite che gli stati devono fornire per garantirne la solvibilità di ultima istanza.
Morale: se non vogliamo che si avveri il vecchio adagio romano “dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur” e che il nostro paese sprofondi in un gravissimo “credit crunch” fermando la nostra piattaforma industriale mentre si discute in tutta Europa di come “salvare gli stati”, tutti noi – dagli studenti “indignados” ai membri del comitato direttivo della BCE – dobbiamo seguire il buon senso e convincerci che oggi occorre salvare subito il corretto funzionamento del sistema di intermediazione bancaria (in Italia viene intermediato dalle banche circa il 70 % del risparmio nazionale quando negli USA questa cifra si aggira intorno al 30 %) per impedire che la locomotiva italiana deragli prima ancora di arrivare alla prima stazione del proprio risanamento nazionale.
Per quanto le banche oggi registrino il loro punto di minimo consenso secolare (forse che alla casta politica – non solo italiana – ciò non sia servito come diversivo circa le vere responsabilità del nostro declino socio-economico?) la loro funzione resta indispensabile ed insostituibile per un’economia che produca nuova ricchezza ed occupazione: non esiste una sana economia senza un sano sistema finanziario. Oggi le banche in generale e quelle italiane in particolare (tra le più “resilienti” alla crisi del 2007) non sono più ritenute “sane” ed in grado di creare valore nei prossimi anni: i valori delle loro azioni in borsa, i loro CDS (credit default swap) scontano scenari liquidatori e pesantissime svalutazioni di tutti i loro attivi, nessuno escluso. Questi valori segnalano disequilibri non sostenibili a medio termine, provocano enormi difficoltà di approvvigionamento della raccolta bancaria, quella istituzionale praticamente garantita dalla sola BCE e/o dallo “sconto” a caro prezzo dei portafogli dei loro migliori attivi (oggi occasione ricca per le banche statunitensi colme di liquidità fornita in abbondanza dalla FED).
Su questi istituti incombe oggi una triplice missione, il raggiungimento – nel gergo degli economisti – di “equilibri multipli” cioè di punti di ottimo per solvibilità, liquidità e redditività. Basilea 3, la BCE, l’EBA, il FMI, il FSB, l’EBC, la BIS, il CRDWG, la Commissione ed il Consiglio Europeo, le banche centrali ed autorità finanziarie nazionali ed internazionali, etc etc chiedono insieme maggiori doti di capitale e liquidità; i finanziatori istituzionali (e prima o poi i clienti retail) richiedono una remunerazione multipla rispetto a soli pochi mesi fa per iniettare nuovi fondi nel sistema bancario; gli azionisti chiedono una redditività dell’investimento in azioni bancarie proporzionale ad un tasso “risk -free ” (oggi “fuori uso” per molte giurisdizioni) maggiorato per un premio al rischio del settore bancario cresciuto esponenzialmente. “Last but not least”, lo Stato cerca di mantenere l’imponente gettito prodotto dal sistema finanziario aumentando la pressione fiscale.
E’ evidente che per le banche restano poche e difficili leve per manovrare all’interno di tutti questi vincoli, quasi per la totalità “pro-ciclici”: ridurre i costi (che in banca coincidono perlopiù coi costi per il personale), diminuire il grado complessivo di leva finanziaria (a memoria il “leverage” di Basilea I , destinato a tornare nel Pillar 2 di BIS 3 nel 2013) chiudendo i rubinetti del credito all’economia, aumentare gli spread riprezzando il costo dei finanziamenti alle imprese, ricercare frontiere più efficienti di rischio-rendimento nella commercializzazione dei prodotti.
Si dovrebbe quindi convenire che qualora si riuscisse a realizzare oggi un rapido “de-coupling” tra i bilanci bancari e la valutazione/volatilità dei titoli governativi le banche italiane (e ciò vale non solo per il caso italiano) ne beneficerebbero enormemente recuperando maggiori flessibilità e gradi di manovra a beneficio della loro funzione di intermediazione dal risparmio al credito e di trasformazione di rischi e scadenze, funzioni entrambe oggi “in stallo”.
Una soluzione tuttora inesplorata che presenterebbe aspetti economici e finanziari interessanti potrebbe prevedere l’acquisto “una tantum” di una parte significativa dei titoli pubblici italiani posseduti dalle banche nazionali da parte di Banca d’Italia. Tale acquisto verrebbe eseguito comprando i titoli ai loro valori storici di acquisto: Bankit a sua volta verrebbe rifinanziata a questo scopo dalla BCE, disponibile allo sconto di tali titoli a condizioni e termini non penalizzanti: il “buy-back” del debito pubblico non da parte del MEF ma da parte della “filiale” italiana della banca centrale europea ricondurrebbe immediatamente l’Efsf alla sua finalità originale di “fondo salva-stati” lasciando alla banca centrale italiana il compito di implementare con efficienza ed efficacia pressoché immediata una sorta di “Govies Relief Plan” – GRP. Banca d’Italia trasferirebbe sul proprio bilancio la differenza contabile tra il valore di marcato dei titoli ed il valore di carico a cui le banche li avevano precedentemente acquistati e – piuttosto che mantenere l’attuale artificioso e pernicioso trattamento contabile preferenziale di esenzione dal “mark to the market” – contabilizzerebbe tale investimento come un immobilizzo sino a scadenza finale, quindi come un’attività “held to maturity”. Potrebbe altresì accedere allo sconto di tali titolo presso la BCE rifinanziandoli fino alla scadenza finale alla pari o al loro riallineamento sopra i valori di acquisto, realizzando tra l’altro a scadenza un profitto a beneficio del proprio bilancio (ricordo che la Banca d’Italia è posseduta a sua volta dalle banche italiane che dovrebbero poter valorizzare correttamente la loro partecipazione).
Tale operazione potrebbe essere parzialmente o interamente “sterilizzata” dalla BCE tramite l’emissione degli Eurobond o – sic rebus stanti bus – stampando quella moneta di cui sino ad oggi è stata estremamente parca causa l’ossessiva minaccia di un inesistente tsunami inflazionistico, flettendo finalmente il cambio dell’euro rispetto alle principali valute mondiali e permettendo così il realizzarsi di nuove ragioni di scambio più competitive per le economie e la crescita europee.
Solo attraverso una pronta ed efficace separazione tra “contagio” dei titoli governativi e “la sana e prudente gestione” bancaria si potrà riuscire a ridare al sistema finanziario quella libertà di manovra essenziale per preservare la sua funzione di propulsore delle crescita dell’economia reale. Occorre ridare con estrema urgenza l’ ossigeno alle banche per conseguire la missione aziendale che queste imprese così particolari – e per ora ancora private – devono poter realizzare nel difficile futuro prossimo.
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Lettera aperta agli indignati Italiani di Massimo Famularo su NfA del 18 Ottobre 2011
Non credo sia giusto che i danni causati da pochi violenti distolgano l'attenzione dalle ragioni della protesta; ragioni che tuttavia, con il massimo rispetto per la rabbia e indignazione, mi appaiono confuse e quantomeno dirette all'indirizzo sbagliato.
Cari amici,
non credo sia giusto che i danni causati da pochi violenti distolgano l'attenzione dalle ragioni della vostra protesta; ragioni che tuttavia, con il massimo rispetto per la vostra rabbia e indignazione, mi appaiono confuse e quantomeno dirette all'indirizzo sbagliato.
1.Pensate che i nostri problemi vengano dall'esterno e che sia la cattiveria e l'avidità degli speculatori stranieri ad aver ingiustamente attaccato le emissioni di debito del nostro paese.
2.Pensate che Draghi abbia fatto male a scrivere insieme a Trichet al nostro governo (suvvia che vuol dire commissariare? Prova ne è la misura in cui il destinatario ha dato seguito ai suggerimenti della della missiva)
3.Pensate che sia una buona idea non pagare i debiti
Cominciamo dal primo punto, ma questi speculatori cattivi non vi ricordano i savi di Sion? Ancora una volta la teoria del complotto? Provate a rifletterci un istante con calma. Lo avete visto cosa fa il governo in carica? Avete visto i risultati degli ultimi 15 o 20 anni di governo? Se aveste prestato soldi a uno che, pur guadagnando sempre di meno, continua a fare nuovi debiti e sta lasciando deteriorare i beni che ha dato in garanzia, voi non ce l'avreste qualche perplessità?
Insomma guardate in faccia la realtà: vi pare più plausibile che ci sia in giro qualche malvagio attentatore alla nostra sovranità, oppure che la crudeltà dei mercati finanziari consista semplicemente nel metterci di fronte alle tragiche conseguenze della incapacità e della disonestà della nostra classe politica?
In secondo luogo, ce l'avete con Mario Draghi, colpevole di tradimento e lesa maestà per la lettera scritta al governo. Chi sarà mai questo signore? È uno che si appresta a diventare governatore della Banca Centrale Europea. Uno che i tedeschi, che la difesa del valore della loro moneta l'hanno scritta nella costituzione, reputano in grado di fare un buon lavoro; uno che i supernazionalisti francesi, ritengono in grado di far bene nonostante sia italiano (sì, il nonostante è un po' forte, ma se continua così tra pochi anni sarà eufemistico); uno che i bacchettoni dell'Economist hanno deciso di sostenere perché sufficientemente autorevole e indipendente.
Quale la sua colpa? Quella di aver rammentato a un governo in stato confusionale le poche misure che non è più possibile posticipare per salvare un paese che è ancora (per poco tempo) possibile salvare? Quella di essersi guadagnato le cariche che ricopre senza tessere della p3 o della p4? Quella di non avere padrini politici? Quella di capire l'economia meglio di tante capre che in Italia lasciamo salire in cattedra per meriti politici?
Oppure volete difendere il governo in carica? O un qualche tipo di confuso nazionalismo di cui ci ricordiamo solo ai mondiali di calcio?
Suvvia, se volete protestare contro il dissesto del nostro paese, fatelo contro chi di tale dissesto è il diretto responsabile, non contro chi si è permesso di interrompere il coro delle castronerie servili, che molti giornali riportano pedissequamente per diagnosticare limpidamente qual è il male (bassa crescita) e quale la cura (riforme).
In terzo luogo, prima di chiedere a gran voce di non pagare avete riflettuto sulle conseguenze? Non pagare il debito è possibile. I contratti si stracciano tutti i giorni. Dirò di più, se convenisse al paese non pagare il debito, perché pagarlo? Sarei con voi. Se chi ci ha prestato denaro lo ha fatto senza rendersi conto che saremmo (sareste) scesi in piazza inneggiando al default, peggio per loro.
Ma davvero ci conviene? Vi è chiaro che metà di quel debito lo avete sottoscritto voi? Se non direttamente, indirettamente attraverso le banche e le compagnie assicurative a cui avete affidato i vostri risparmi. Smettiamo di pagare solo il debito detenuto all'estero? Non credete i creditori esteri e gli altri stati possano reagire? Come credete che vivremmo tagliando i rapporti con il resto del mondo (con meno energia elettrica e meno combustibile tanto per fare due esempi significativi)? Insomma, avete pensato che potreste essere voi a subire le conseguenze peggiori di un'iniziativa del genere? Non siete anche voi creditori di qualcuno? Di uno stato che vi paga lo stipendio o la pensione? Delle imprese che trovano sempre più difficile sopravvivere in un ambiente a loro progressivamente più ostile? Che farete quando lo stato non avrà più di che onorare i debiti verso di voi e le imprese private falliranno? Esproprierete le ricchezze dei ricchi? Per quanto potrà durare prima che si arrivi anche a toccare casa vostra e i risparmi di una vita dei vostri genitori? A chi sono andati i proventi di decenni e decenni di indebitamento se non ai vostri genitori? A chi può convenire un meccanismo del genere?
Non pagare i debiti dello stato non è una strada auspicabile per la stessa semplice ragione per cui non è spesso consigliabile, per un privato cittadino smettere di pagare il mutuo o le rate di un finanziamento. Perché i costi superano i benefici; perché diventerebbe molto più costoso (in qualche caso impossibile) anche tenere scambi commerciali.
In conclusione, può essere confortante pensare che il nemico sia uno straniero contro cui stringerci a coorte, ma purtroppo, non è così. Può fare comodo prendersela col medico che ci indica una cura dolorosa, ma l'unico risultato che si ottiene è il peggioramento delle condizioni del malato. Nei momenti di esasperazione la tentazioni di compiere gesti estremi è sempre forte, tuttavia la capacità di resistervi fa la differenza tra un momento di grave difficoltà e il disastro. Alla fine potremmo ritrovarci senza nessun “altro” contro cui recriminare a dover amaramente constatare che chi è causa dei suoi mali può solo piangere se stesso.
http://www.noisefromamerika.org/index.php/roles/1904
Cari amici,
non credo sia giusto che i danni causati da pochi violenti distolgano l'attenzione dalle ragioni della vostra protesta; ragioni che tuttavia, con il massimo rispetto per la vostra rabbia e indignazione, mi appaiono confuse e quantomeno dirette all'indirizzo sbagliato.
1.Pensate che i nostri problemi vengano dall'esterno e che sia la cattiveria e l'avidità degli speculatori stranieri ad aver ingiustamente attaccato le emissioni di debito del nostro paese.
2.Pensate che Draghi abbia fatto male a scrivere insieme a Trichet al nostro governo (suvvia che vuol dire commissariare? Prova ne è la misura in cui il destinatario ha dato seguito ai suggerimenti della della missiva)
3.Pensate che sia una buona idea non pagare i debiti
Cominciamo dal primo punto, ma questi speculatori cattivi non vi ricordano i savi di Sion? Ancora una volta la teoria del complotto? Provate a rifletterci un istante con calma. Lo avete visto cosa fa il governo in carica? Avete visto i risultati degli ultimi 15 o 20 anni di governo? Se aveste prestato soldi a uno che, pur guadagnando sempre di meno, continua a fare nuovi debiti e sta lasciando deteriorare i beni che ha dato in garanzia, voi non ce l'avreste qualche perplessità?
Insomma guardate in faccia la realtà: vi pare più plausibile che ci sia in giro qualche malvagio attentatore alla nostra sovranità, oppure che la crudeltà dei mercati finanziari consista semplicemente nel metterci di fronte alle tragiche conseguenze della incapacità e della disonestà della nostra classe politica?
In secondo luogo, ce l'avete con Mario Draghi, colpevole di tradimento e lesa maestà per la lettera scritta al governo. Chi sarà mai questo signore? È uno che si appresta a diventare governatore della Banca Centrale Europea. Uno che i tedeschi, che la difesa del valore della loro moneta l'hanno scritta nella costituzione, reputano in grado di fare un buon lavoro; uno che i supernazionalisti francesi, ritengono in grado di far bene nonostante sia italiano (sì, il nonostante è un po' forte, ma se continua così tra pochi anni sarà eufemistico); uno che i bacchettoni dell'Economist hanno deciso di sostenere perché sufficientemente autorevole e indipendente.
Quale la sua colpa? Quella di aver rammentato a un governo in stato confusionale le poche misure che non è più possibile posticipare per salvare un paese che è ancora (per poco tempo) possibile salvare? Quella di essersi guadagnato le cariche che ricopre senza tessere della p3 o della p4? Quella di non avere padrini politici? Quella di capire l'economia meglio di tante capre che in Italia lasciamo salire in cattedra per meriti politici?
Oppure volete difendere il governo in carica? O un qualche tipo di confuso nazionalismo di cui ci ricordiamo solo ai mondiali di calcio?
Suvvia, se volete protestare contro il dissesto del nostro paese, fatelo contro chi di tale dissesto è il diretto responsabile, non contro chi si è permesso di interrompere il coro delle castronerie servili, che molti giornali riportano pedissequamente per diagnosticare limpidamente qual è il male (bassa crescita) e quale la cura (riforme).
In terzo luogo, prima di chiedere a gran voce di non pagare avete riflettuto sulle conseguenze? Non pagare il debito è possibile. I contratti si stracciano tutti i giorni. Dirò di più, se convenisse al paese non pagare il debito, perché pagarlo? Sarei con voi. Se chi ci ha prestato denaro lo ha fatto senza rendersi conto che saremmo (sareste) scesi in piazza inneggiando al default, peggio per loro.
Ma davvero ci conviene? Vi è chiaro che metà di quel debito lo avete sottoscritto voi? Se non direttamente, indirettamente attraverso le banche e le compagnie assicurative a cui avete affidato i vostri risparmi. Smettiamo di pagare solo il debito detenuto all'estero? Non credete i creditori esteri e gli altri stati possano reagire? Come credete che vivremmo tagliando i rapporti con il resto del mondo (con meno energia elettrica e meno combustibile tanto per fare due esempi significativi)? Insomma, avete pensato che potreste essere voi a subire le conseguenze peggiori di un'iniziativa del genere? Non siete anche voi creditori di qualcuno? Di uno stato che vi paga lo stipendio o la pensione? Delle imprese che trovano sempre più difficile sopravvivere in un ambiente a loro progressivamente più ostile? Che farete quando lo stato non avrà più di che onorare i debiti verso di voi e le imprese private falliranno? Esproprierete le ricchezze dei ricchi? Per quanto potrà durare prima che si arrivi anche a toccare casa vostra e i risparmi di una vita dei vostri genitori? A chi sono andati i proventi di decenni e decenni di indebitamento se non ai vostri genitori? A chi può convenire un meccanismo del genere?
Non pagare i debiti dello stato non è una strada auspicabile per la stessa semplice ragione per cui non è spesso consigliabile, per un privato cittadino smettere di pagare il mutuo o le rate di un finanziamento. Perché i costi superano i benefici; perché diventerebbe molto più costoso (in qualche caso impossibile) anche tenere scambi commerciali.
In conclusione, può essere confortante pensare che il nemico sia uno straniero contro cui stringerci a coorte, ma purtroppo, non è così. Può fare comodo prendersela col medico che ci indica una cura dolorosa, ma l'unico risultato che si ottiene è il peggioramento delle condizioni del malato. Nei momenti di esasperazione la tentazioni di compiere gesti estremi è sempre forte, tuttavia la capacità di resistervi fa la differenza tra un momento di grave difficoltà e il disastro. Alla fine potremmo ritrovarci senza nessun “altro” contro cui recriminare a dover amaramente constatare che chi è causa dei suoi mali può solo piangere se stesso.
http://www.noisefromamerika.org/index.php/roles/1904
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