Monday, July 6, 2009

NoisefromAmerika Giornate a Firenze part 3

9:30 Aspettando qualche ritardatario, che comunque siamo rimasti in pochi, proiettiamo in video le pagine di Urchin dove c'è il nostro counter, tanto per divertirci. Le parole o frasi con cui, via search engines, continuano ad arrivare al sito lettori, per transeunti che siano, divertono tutti. Mutande sporche, puttane, ed altre cose di quel tipo abbondano. Ma la vera sorpresa (per noi, ma apparentemente non per lui) è che Marco Boninu è un uomo famos: quasi un centinaio di lettori sono arrivati ad nFA durante l'ultima settimana mentre stavano cercando il suo nome in rete.

9:50 Si comincia. Come previsto siamo pochini, circa 30 persone inclusi gli speakers. Ma questa è una cosa prevista. Infatti, va detto che la partecipazione dei giorni scorsi è stata notevole se uno considera le condizioni in cui è avvenuta. Giorni lavorativi, città non troppo grande ma costosa (chi viene deve pagarsi l'albergo, noi possiamo ospitare praticamente solo gli speakers), villa in un posto abbastanza fuori mano e ... tema pallosi. Ecco, insomma, che circa 120 persone abbiano fatto la fatica di arrivare da luoghi anche distanti per venire a conoscerci e discutere di questi pallosi temi, a noi sembra bello oltre che sorprendente. Ma veniamo alla presentazione.

Inizia Emanuele Felice, il cui lavoro di ricerca si incentra sulle statistiche storiche delle economie regionali italiane e, in particolare, sul divario Nord-Sud. La sua esposizione è molto precisa e ben costruita. Dal lato statistico, ciò che Emanuele evidenzia sono due fatti apparentemente ben acquisiti fra gli storici economici:

- L'economia del Sud Italia, comunque la si voglia definire, NON era più ricca di quella del Nord o del Centro all'atto dell'unificazione. Tutti gli indicatori a disposizione suggeriscono che fosse più povera, anche se, all'oggi, non si è arrivati a ricostruire serie storiche del VA per capita (della produttività, eccetera) che risalgano sino al 1861. Nel 1881, comunque, era più povera. Ma lo era anche il NordEst che, a quel tempo e rispetto al Nord-Ovest, era praticamente tanto povero quanto le maggiori regioni del Sud. Le regioni "ricche" erano Liguria e Roma (oops, Lazio), seguite da Lombardia, Piemonte e Toscana. Quelle "povere" sono la Campania, Basilicata, Sicilia, Veneto ed il resto sta in mezzo.

- Il divario si è accentuato nel periodo fra le due guerre ed a partire dalla prima guerra mondiale. In particolare, durante questo periodo il Nord Est inizia un lungo processo di convergenza mentre le regioni del Sud crescono meno del resto. I dati dell'immediato dopoguerra, 1951, mostrano un'Italia che è già fatta di tre grandi macroregioni: il Nord Ovest in grigio-nero, il Nord Est e Centro in grigetto, il Sud tutto bello bianco (dopo mettiamo le slides, così i curiosi vedono i grafici).

Ad avviso di Emanuele la causa fondamentale del persistente divario è "culturale" o di "social capital". Questa differenza, a suo avviso, si è venuta determinando e si è accentuata dopo l'unificazione del paese. Le politiche pubbliche, a suo avviso, hanno favorito questa divergenza.

10:40 Tocca ad Alberto Lusiani, fisico sperimentale ed economista dilettante, come lui stesso si definisce. Alberto illustra l'evoluzione più recente dell'economia italiana e di quella delle sue regioni (NO, NE (che include Emilia-Romagna), C, S, Isole) rispetto allo spazio economico europeo, UE15 in particolare. L'evidenza del declino relativo, che inizia più o meno nella seconda metà degli anni '90, è chiarissima. Il primo aspetto da ricordare, e che Alberto evidenzia, è che il declino relativo alla UE15 è UNIFORME attraverso le cinque aree in cui lui suddivide il paese. La coppia S&I fa solo marginalmente peggio.

Alberto illustra i risultati di vari studi, di fonti diverse ed indipendenti, che cercano di stimare l'estensione dell'evasione fiscale a livello regionale. Oscure e misteriose che siano le metodologie utilizzate da questi studiosi, il risultato è sempre lo stesso: l'evasione fiscale nel Sud è doppia, tripla o quadrupla di quella del Nord.

In una relazione ricchissima di dati (che metteremo in linea più tardi) Alberto arriva a concludere che la spesa pubblica e la tassazione italiane non fanno nulla per ridurre le disparità e che probabilmente le accentua. La sua opinione, sulla base dei dati è che una riforma federale non farebbe di certo peggio e potrebbe fare molto meglio. Anche al Sud.

11:15 Agognata pausa caffé. Discussione aperta e veramente interessante, forse favorita dal fatto di essere poco più di 30 in sala invece di 100. Comunque, vado anche io a farmi un dolcetto!

11:30 Riprende Carlo Lottieri, con delle magnifiche slides che sembra quasi un economista invece del filosofo del diritto e scienziato politico che lui ci spiega di essere. [Per quelli che vedono cattiverie ovunque, questa battuta se l'è "autofatta" Carlo, in apertura].

La sua tesi è che le difficoltà del Mezzogiorno sono da attribuirsi sopra ed anzitutto ad un eccesso di stato, non ad una scarsità o supposta assenza del medesimo. In termini dinamici, ecco il suo ragionamento: all'inizio c'è una piccola differenza fra Nord e Sud. Questo inizio lo pote immaginare come il 1950 ma anche 1920. Questo divario, essendo fonte di discussioni e potenziale motivatore di voti, viene affrontato dallo stato, ossia da chi governa, come un problema che va eliminato attraverso politiche di trasferimenti, favoritismi, interventi d'un tipo o di un altro. Questa crescita nel ruolo "protettivo" dello stato rispetto al Sud, diventa prima assistenza e poi intrusione. Lo stato occupa spazio che sarebbe stato del mercato e degli agenti privati, spingendo questi in un angolo ed obiettivamente danneggiandoli attraverso richieste che sono teoricamente egualizzanti. Le aziende private del Sud devono pagare tasse e salari, adempiere procedure e seguire norme da paese avanzato e ricco, da Lombardia tanto per capirsi. Ma hanno la produttività e la forza lavoro da Basilicata, e questo divario le uccide.

Segue un dibattito, che continua al momento, sulla nozione di legalità che sottende al problema della mafia, sulla possibilità o realizzabilità di un sistema legale non centralizzato ma basato sulla competizione di agenzie regolatorie. La tesi di base, che trova un certo consenso, è che l'ordinamento savoiardo e poi italico imposto ai siculi, ai calabresi ed ai campani "generò" la criminalità organizzata come la conosciamo al Sud. Generò le mafie perché le società campane, sicule e calabresi rifiutarono tale ordinamento, opponengogli il proprio: mafia, camorra e 'ndragheta.

12:20 Camillo Falasca chiude con una presentazione su "Il Federalismo è competizione". Il presupposto della presentazione è che, mentre il federalismo se non è competitivo non è, quelli della Lega, del PdL (e, neanche a dirlo, quelli del PD ma ora non contano) pensano l'opposto. Ossia pensano che il federalismo possa essere senza essere liberale e competitivo. Chi scrive - avendo cercato sin dal 1993 di spiegare tale concetto a Bossi Umberto & Co ed avendo miseramente fallito - non può non condividere pienamente tale affermazione.

L'idea che, negli stati federali, si voti non solo con la scheda ma anche con i piedi è alieana al legislatore italico. In Italia, paradossalmente, l'eterogeneità fra aree territoriali, che è sostanziale e maggiore che quasi in ogni altro paese dell'UE, viene usata come argomento CONTRO il federalismo, invece che a favore come logica ed esperienza di altri paesi suggerisce. Questo è perché in Italia è oramai dato per acquisito che lo stato centrale serve e deve servire per redistribuire grandi quantità di reddito da un lato all'altro del paese. SE il principio fondante dello stato centrale è la redistribuzione territoriale, allora lo stato centrale è necessario ed il federalismo è dannoso.

Seguono una serie di dati, non facilmente riassumibili ma altamente interessanti, che documentano una volta ancora il ruolo che lo stato centrale e le sue articolazioni svolgono in questa opera di redistribuzione e come questa operi, soprattutto, a favore non delle classi sociali più deboli del meridione ma di quelle più benestanti. Ossia: l'assistenzialismo serve, anzitutto, per favorire le elites meridionali mentre solo le briciole vanno ai "cafoni".

Segue un dibattito acceso su quella presa per i fondelli che in Italia chiamano "riforma federalista" e che è oramai cosa fatta. La valutazione di tale legge segue dal seguente scambio di battute. Domanda: perché hanno approvato una tale presa in giro? Risposta: se non facevano così non sarebbe stata approvata. Domanda: perché era necessario approvarla, visto che non migliora le cose? Risposta: era una promessa elettorale che andava mantenuta. Ossia bisognava approvare una legge che si potesse chiamare "riforma federale". Domanda: anche se peggiora la situazione? Risposta: Certo!

E con questa bella morale, finisce il live blogging. Adesso andiamo a mangiare. Quest'anno il mitico sottosegretario (chissà dov'è finito quello) che due anni fa sentenziò "Se se magna, allora bisogna restare" non c'è, ma noi mangiamo lo stesso. Arrivederci e grazie.

NoisefromAmerika Giornate a Firenze part 2

Alcune slides si trovano in fondo al post, contiamo di aggiungere le altre a breve
Siamo tutti un po' esuausti e/o impegnati per il live blogging. Ci ripromettiamo di continuare al piu' presto.

16:30 Riprende dopo il coffee break Seminerio con una prospettiva piuttosto pessimista.

15:36 Schlitzer parla di regole e regolatori. Il processo sembra dirigersi verso la direzione: piu' regole, piu' regolatori e con piu' potere. Sara' efficace nel prevenire le crisi? Probabilmente si': tutti gli operatori saranno vigilati, alcuni con piu' vigilanti, con piu' coordinamento e con un responsabile del rischio sistemico (la fed, negli usa). Efficiente? Probabilmente no: troppe authorities, con troppa burocrazia. Dipendera' molto dalla gestione del processo.

Altro problema: che fine ha fatto la concorrenza bancaria in Europa, dove l'Italia sembra essere un'isola felice (ndr... ma davvero? forse ce ne siamo andati da troppi anni perche' non lo sapevamo).

Governance delle banche.

15:00 Inizia con Ignazio Visco la sessione pomeridiana. Meglio detto, la sezione pomeridiana e' iniziata alle 14:35 con Ignacio Conde Ruiz, pero' uno di noi presiede e gli altri erano a fare una breve riunione sul futuro del blog, quindi il live blogging inizia solo ora.

Ignazio dice cose non keynesiane, decisamente. Strano per uno che si autoqualifica come keynesiano, pero' le dice e sono tutte condivisibili nell'analisi delle determinanti finanziarie e bancarie della crisi dei subprime.

14:30 Non è il mio pane ma ci provo... Ignacio Conde Ruiz parla della crisi economica in Spagna, che ha colpito soprattutto il settore edile.L' economia spagnola si è contratta circa metà di quella italiana, mentre per l' occupazione è avvenuto il contrario. Il sistema bancario spagnolo soffre ma non desta particolari preoccupazioni, anche perchè abituato a gestire crisi finanziarie. [Quest'argomento mi puzza di calzini a pois...]

13:22 Anche questa sessione finisce in overtime.

12:41 Prende la parola Morandini che sta gridando sul microfono e non riesco a capire cosa dica. Il tono rivela la frustrazione dei piccoli imprenditori.

Chiede l'intervento 2+2+2 (wow?!?). Invoca il sistema paese (e forse anche la madonna). Vuole certezza strutturale, non misure temporanee che scadono dopo 12 mesi. Non capiamo bene QUALI misure strutturali stia invocando. A proposito, invoca anche lui un "tavolo" col governo (come Megale, Galli, ...): sono tutti qui a chiedere soldi e aiutini!

Morandini sostiene che le imprese che usciranno dalla crisi saranno quelle ben patrimonializzate. I requisiti di Basilea 2 per le banche faranno si' che il credito alle piccole e medie imprese si prosciughera' ancora di piu'. Dice: se tu, Stato, vuoi che aumenti la capitalizzazione della mia impresa devi darmi la defiscalizzazione degli aumenti di capitale, o apporti esterni di capitale.

12:30 Gallo sta conducendo uno show impareggiabile criticando alcune minuzie del DL governativo (vedi sotto). Loda la FIAT Auto per aver iniziato una politica coraggiosa di chiusura di stabilimenti, riduzione della capacita' produttiva ad oggi eccessiva. Dal pubblico gli chiedono perche' si prende gli aiuti dello Stato (anche USA), e Gallo replica "e che, e' scemo Marchionne a rinunciare?". Assolutamente impareggiabile.

... Io invece (editor #2) ... sara' che ieri sera ho fatto tardi nell'unico locale aperto pieno di odori discutibili ma mi sfugge il "big picture" dell'intervento, salvo il fatto che il governo sta proponendo/attivando un sacco di misure marginali dall'utilita' dubbia.

12:25 Gallo parla di Politica Industriale e si sofferma sui dettagli di un DL governativo sulla detassazione degli utili reinvestiti. Sugli incentivi all'acquisto di auto, elettrodomestici e mobili per le imprese che non si delocalizzano al di fuori dell'UE. Misura che ritiene protezionistica e ingiustificabile. Poi pero' parla di digitale terrestre che vede come un sussidio al sud-est asiatico, da dove vengono le nuove tv e decoder... (ndr dimentica il fatto che il passaggio al digitale serve soprattutto a liberare frequenze utili)

12:15 DeBenedetti cita la sanita' come altro esempio in cui sta accadendo qualcosa di grave. La sanita' non e' un mercato. Stanno aggiornando le tariffe. I prezzi delle procedure complicate verranno abbassati, quelli delle procedure piu' semplci e banali verranno alzati. Il contrario di quanto sarebbe auspicabile secondo DeBenedetti.

12:09 Ma la maggioranza sembra avviata ad un sempre maggior immobilismo, l'opposizione cerca senza successo il san Giorgio che possa sconfiggere il drago del corporativismo. La cosa piu' grave della manovra ultima: non cerca di risolvere i problemi del mercato del lavoro. Anzi, premia chi si impegna a non licenziare. Impedisce la riallocazione del lavoro a nuove attivita' (la creative destruction di Schumpeter).

12:01 DeBenedetti parla delle varie corporazioni: le imprese, l'editoria, i giornalisti... Perche' c'e' questa frattura fra consenso e riforme? Chi vuole riformare non ha consenso e viceversa. (oddio, pensiamo noi, anche le riforme proposte sono ben anemiche). La difficolta' di mettere insieme giovani e pensionati, malati e medici, tassisti e passeggeri...

11:50 Dopo la pausa caffe' riprende Franco DeBenedetti. La prende un po' alla lontana... "Perche' abbiamo Berlusconi?" si chiede. Brusco risponde, perche' abbiamo avuto Occhetto...

Pausa caffe Megale nell'andarsene e' sembrato compiaciuto del livello del dibattito e della schiettezza dimostrata dalla platea, alla quale evidentemente non e' abituato. Ci ha chiesto di tenerci in contatto e se facciamo una rivista ... domanda alla quale abbiamo risposto ... beh... abbiamo un blog :-)

11:00 Dibattito. Interviene Antonio Borghesi, vice-capogruppo alla Camera dell'IdV. Sembra una brava persona, ma invece di fare una domanda relativa al dibattito fa anche lui un discorsetto preparato stile campagna elettorale. Come se avessimo bisogno proprio noi di capire quanto orrenda la non-politica economica di questo governo (e del precedente, di cui il suo partito faceva parte) sia. Dai, onorevole, noi siamo venuti qui per discutere e capire cio' che non e' immediatamente ovvio. E che GT e BS non sappiano cosa fare e, di conseguenza, non abbiano fatto nulla, lo andiamo scrivendo da tempo. Boldrin, che secondo de Nicola ha una camicia da Sendero Luminoso, interrompe il live blogging, si scazza e rivolge un invito ai partecipanti di esprimersi al livello e nel modo che a questa audience compete ed evitare fronzoli.

In particolare, visto che Sandro Brusco ha chiesto cosa vorreste che si facesse concretamente, sarebbe il caso ci diceste come si fanno queste politiche economiche espansive che continuate a richiedere.

Megale risponde a Boldrin dicendo di amare chiarezza e polemica diretta. Chiarisce come trovare i fondi per l'intervento di supporto ai precari di 500-600 euro per sei mesi avanzata prima. L'idea non e' nuova: tassare i redditi sopra i 150K ("intervento di solidarieta'). Un altro pezzo verrebbe dall'aumento del debito per "sostenere i consumi". Gli viene ricordato che tassando quei redditi raccoglierebbero, al piu', 100 milioni di euro con i quali, evidentemente non si supporta nulla.

Galli se ne va a prendere il treno e De Nicola incalza sulle pensioni: perche' non adeguare l'eta' pensionabile all'innalzamento della durata della vita? Dov'e' il blocco psicologico? Sandro Brusco riprende la parola. Perche' quando si pensa a "bilancio in pareggio" si pensa sempre a maggiori spese, e cioe' perche' non finanziare gli ammortizzatori sociali x i precari abolendo le privince o aumentando l'eta' pensionabile?

Megale suscita l'ilarita' del pubblico menzionando alcune opinioni di Tremonti (!) sulla sostenibilita' delle pensioni (!!) dopo la riforma Dini/95. Con una sequenza di clausole condizionali che ci appare interminabile dice che se.. se.. se.. allora sarebbe... ragionevole innalzare l'eta' pensionabile... ma e' una sua opinione personale e ci vorra' del tempo a convincere.... etc etc... ma la cosa richiederebbe discussione a parte (sigh!).

10:30 Agostino Megale. Attacco, noiosetto, al nostro papi che se la prende con i numeri, i profeti di sventura e quelli che generano prospettive fosche. Fa una battuta che non comprendiamo sull'uso di powerpoint (che lui non usa). Poi se la prende con il governo per non aver fatto politiche keynesiane di sostegno della domanda, in particolare per aver avuto grande reticenza nel confrontarsi con i sindacati e le cosidette parti sociali, sulle misure anticrisi.

Le previsioni della CGIL (scopriamo con allegra sorpresa che anche la CGIL ha un modello econometrico: ma hanno tutti un modello econometrico?) sono fosche tanto quelle di Confindustria, e Megale ce le ricorda.

Martedi' 30 Giugno, Seconda Giornata, ore 10:00 Si ricomincia con grande puntualita', anche se per qualcuno siamo in ritardo di mezz'ora, visto che la decisione di incominciare alle 10 e non, come inizialmente previsto, alle 9:30 e' stata presa due giorni fa e non comunicata a tutti i partecipanti. Agostino Megale e' stato una delle vittime di questo stile organizzativo alquanto anarchico, ed era qui a Villa Sassetti as aspettarci perplesso quando siamo arrivati tutti pimpanti alle 9:45. Approfittiamo per scusarci di nuovo con lui. Si comincia a dibattere.

Il piano prevede Galli, Megale, domande e dibattito, pausa caffe', Debenedetti, Morandini, Gallo e di nuovo domande e dibattito. Comincia GP(Galli) con un barrage di dati, quelli che probabilmente conosciamo. Prima frecciata: GP ricorda che la BCE aumento' i tassi, seppur di poco e seppur per poco tempo, nel luglio del 2008, con Trichet che dichiarava che i fundamentals europei erano sound ma che c'era un po' di rischio d'inflazione. Cheap shot, pensa Boldrin, ed annota per un'eventuale domanda, se il tempo lo permette. Cheap shot, nel caso l'occasione per fare la domanda non vi sia, perche', caro GP, tu sai meglio di me che da un lato quel rialzo ebbe effetto zero sulla crisi finanziaria e, dall'altro, al tempo tutti gridavano all'inflazione, all'inflazione!

GP prosegue mostrandoci le previsioni dei modelli del CSC che, come quasi tutti i modelli econometrici d'altra parte, prevedono un po' di crescita a partire dal 2010 ma che, riportando le economie di tutti i paesi a crescere piu' o meno come crescevano prima della crisi, predicono che l'Italia non ritornera' al PIL per capita del 2007 prima del .... 2016! Detto altrimenti, prevedono che il PIL per capita nel 2010-2012 sara' uguale a quello del 2000. Ma questo, chi ci legge attentamente, l'avevamo previsto anche noi usando la nasometria.

GP chiude ricordandoci saggiamente che il commercio internazionale e' crollato anche a causa di misure protezionistiche adottate da governi che s'erano impegnati di non adottarle. Ancor piu' saggiamente, GP ci ricorda che il vero freno, il vero problema, il vero drammatico pericolo per ogni prospettiva di crescita futura si chiama energia.

Gradevole conclusione: invita a fare much noiseFromAmerika!

NoisefromAmerika Giornate a Firenze part 1

Proviamo a raccontarvi le giornate in tempo reale ... o quasi. Il programma completo si trova qui. Cliccate su "leggi il resto" e non preoccupatevi se trovate scritto "0 parole" qui sotto... il testo viene inserito da un altro sito che lo aggiorna senza ricalcolare la dimensione del testo. Seguono, sotto la finestra del live blog, le slides dei relatori che le hanno fornite.

Chi avesse problemi a visualizzare il contenuto degli interventi a causa di una plugin mancante, puo' consultarlo direttamente in questa pagina. Se qualche guru di html puo' suggerirci una soluzione al problema, lo metta in commento.

Sotto post troverete le slides dei relatori che le hanno fatte pervenire.

20:30 La serata prosegue in un ristorante di Settignano dopo aver speso un 3/4 d'ora a cercare parcheggio. Dopo cena scopriamo un enorme parcheggio sotto il ristorante. Serata piacevole, cibo buono e ottima compagnia.


18:02 Alla faccia del mito metropolitan-italico che "tutto il mondo e' paese" una news alert del Washington Post mi informa che Madoff e' appena stato sentenziato al massimo della pena: 150 anni! Dicasi 150! Ed il tutto meno di un anno, molto meno di un anno, dopo l'ermergere dei fatti a lui attribuiti. Tutto il mondo non e' il bel paese, non ci piove. Ritorniamo ad Alberto che ci spiega perche', invece, nel campo dell'informazione il bel paese e' quello che e' ...


17:40 Alberto Nahmijas ricorda quanto gli strumenti tradizionali dell'antitrust siano inadeguati a fronte di posizioni dominanti che caratterizzano diversi mercati fra loro collegati. Parla anche del solito problema del finanziamento pubblico, gia' discusso su nFA diversi mesi or sono. Scopriamo che cooperative giornalistiche di almeno 5 giornalisti ricevono il 60% del bilancio. Spero di aver capito male... Giorgio ha chiesto chiarimenti e sta pensando a come fare ad iscriversi all'albo. Tornando al finanziamento pubblico, ribadisce come i maggiori editori ricevano la maggioranza dei finanziamenti (alla faccia dell'idea che il finanziamento serve a garantire il pluralismo, ndr). Altra perla che scopriamo: i contributi vengono erogati non all'inizio, ma dopo 5 anni (alla faccia dell'idea che servano a superare le barriere all'entrata, ndr)


17:17 Intanto stiamo caricando alcune slides delle presentazioni di oggi. Le trovate in calce alla finestra di chat. Okkio che alcune hanno dimensione enorme... ci stiamo mettendo una vita a caricarle, immagino abbiano qualche effetto significativo sulla vostra bandwidth.


17:00 Michele Gambaro parla del mercato pubblicitario e noi ascoltiamo ... faccio qualche fatica a seguire la valanga di numeri. Dev'essere l'ora ma mi si chiudono gli occhi .... Non sono certo di capire la relazione fra questi dati e la concorrenza sul mercato dei media, ma son certo che c'e'. Noto anche che tra "marco" e "michele" si finisce per coprire mezza sala.


16:30 Fa un caldo notevole qui a Firenze, tutti gli anni... Ed alle 16:40 se ne comincia a sentire l'effetto. C'e' quasi piu' gente in terrazzo ed a passeggio sotto, con caffe' e bibite, che non in sala! Ed al povero Michele Polo gli si e' pure bloccato il PC, cosi' deve parlare senza poter mostrare le sue slides ... Il prode Brusco ed un altro signore (Marco Gambaro) sono comunque accorsi in aiuto, quindi la presentazione riappararira' presto sullo schermo (e, presto, anche sul vostro, speriamo).


16:30 Michele Polo presenta un'analisi di economia industriale del mercato. paradgima concorrenziale (radio, internet) con costi fissi relativamente limitati e differenziazione orizzontale del prodotto pronunciata. Di conseguenza un mercato abbastanza frammentato con attori "piccoli". Paradigma oligopolistico per tv e stampa: costi fissi (sia esogeni che endogeni) elevati, forte overlap dei segmenti di prodotti (informazione, serie televisive, film, sport, ...), e di conseguenza forte concentrazione del settore.

16:15 comincia la sessione sul mercaro dei media, a cura di Sandro Brusco. Siamo abbastanza esausti, in realta', ma stringiamo i denti pensando al gin e tonic che ci aspetta a conclusione della giornata in terrazzo a Fiesole.









15:15 Alberto Bisin commenta: testare le scuole o testare gli insegnanti? Da quello che sente da esperti, gli sembra di capire che testare gli insegnanti e' molto piu' difficile che testare le scuole. Mentre i presidi hanno un'idea abbastanza precisa di quali sono gli insegnanti bravi e quelli meno bravi. Ma allora bisogna dare gli strumenti ai presidi per premiare/punire i propri insegnanti. Con un sistema di governance che dia accountability ai presidi stessi.



15:12 Giovanni Biondi: Parla della gestione dell'anagrafe degli studenti e dei suoi problemi. Non esiste un sistema di valutazione "esterno". 3 componenti di un sistema di valutazione: INVALSI, che deve definire le prove; autovalutazione delle scuole; corpo di "ispettori" esterno, indipente e credibile (non dipendente dal ministero). Importanza della "pubblicita'" della valutazione ... confronto col sistema americano, dove i genitori ricevono i risultati dei figli nei test, assieme alla valutazione della classe e della scuola.



15:05 Domenico Sugamiele. La responsabilita' di intervenire (al limite anche chiudendola) sulla scuola che non produce risultati e' dell'amministrazione locale (comune e provincia). Ma l'amministrazione locale ha bisogno di dati solidi per poter effettuare questa valutazione. Questo sistema locale di governance va ancora costruito (vedi l'esempio di Pisa: anagrafe storica). Gli insegnanti vogliono essere valutati, ma occorre dare loro una formazione appropriata. Occorrono indicatori di "successo", non solo di "fallimento", che aiutino gli insegnanti a migliorare.



14:57 Problemi: l'uso del sistema di valutazione influenza il comportamento di insegnanti, studenti e famiglie: se la valutazione e' usata per premiare/punire le scuole, si apre spazio a comportamenti "opportunistici" (in soldoni, gli insegnanti danno le risposte agli studenti). Usare valutatori esterni comporta costi elevati.



14:46 Cosa si fa di solito: misurare qualita' della scuola come (a) livelli medi dei punteggi dei test in quella scuola, oppure (b) incremento dei punteggi nel tempo, oppure (c) valutazione (grado di soddisfazione) dei genitori. Ognuno dei tre sistemi ha vantaggi e svantaggi. Difficile basarsi sulla valutazione dei genitori, o perche' non sanno valutare bene la qualita' della scuola, o perche' hanno a cuore anche altre cose, ad esempio la sicurezza dei loro figli, la composizione del corpo studentesco, ...



Piero Cipollone, dall'INVALSI (ISTITUTO NAZIONALE DI VALUTAZIONE SCOLASTICA...) parla anche lui di valutazione delle scuole. Da evitare: misure basate su valutazioni interne alle varie scuole, perche' tendono ad essere rapportate alla qualita' media degli studenti in una data scuola, impedendo cosi' paragoni fra scuole. Ci vogliono misure standardizzate, omogenee fra scuole.



14:35 Continua Ichino, il sistema di valutazione va distinto dall'uso che se ne fara': premiare le scuole migliori? Punire o attuare interventi nelle scuole peggiori? Combinazioni varie? Questa e' una decisione politica, e va distinta dal disegno del sistema di valutazione.



14:23 Andrea Ichino presenta una proposta di un sistema di valutazione delle scuole superiori. Lo scopo e' di permettere di premiare scuole che hanno un maggiore valore aggiunto, e poter aiutare studenti e insegnanti di sucole in difficolta'. Criteri del sistema di valutazione: misurare l'incremento di apprendimento tenendo "dati" i punti di partenza. Depurare l'impatto di una scuola da condizioni socio-economiche e familiari di partenza. Uso di test standardizzati. Ovviamente, il test va somministrato (e corretto) da persone "altre" dagli insegnanti della scuola stessa!



14:02 Sorting per abilita' matematica (nei vari indirizzi scolastici) e' piu' forte in Germania che in Italia. Il background familiare pesa molto, piu' in Italia che in Germania: avere genitori che hanno fatto il liceo aumenta del 14% la probabilita' che il figlio faccia il liceo. Conclude dicendo che in Italia l'influenza dei genitori sulle scelte scolastiche dei figli e' relativamente forte. Quindi individui meritori possono essere "locked out" (tagliati fuori) da indirizzi accademici pur avendo le abilita' per far bene in quel track.



13:53 Luca Flabbi valuta un aspetto specifico delle scuole superiori: il "tracking" ovvero la divisione in indirizzi definiti. Indirizzo accademico (licei), tecnico (istituti tecnici ed ex magistrali), indirizzo professionale. Si chiede che effetto abbia su mobilita' sociale ed uguaglianza di opportunita'. Lo fa paragonando il caso italiano a quello tedesco, usando dati PISA.



13:49 Inizia la SESSIONE SCUOLA. Andrea Moro parla dei risultati scolastici nelle scuole medie italiane rispetto ad altri paesi. L'Italia e' in fondo alla classifica rispetto a paesi simili. Disaggregando per regioni, il Nord-Est Italia e' al livello dei migliori paesi, mentre il Sud e' al livello di Libano, Giordania, ... (con tutto il rispetto per Libano e Giordania).









13:20 Arriva purtroppo in ritardo Luciano Modica, a causa di un malinteso con noi organizzatori. Parla della carenza di finanziamenti. Quali universita' moriranno? Non e' chiaro. Dipende da quanto spendono per il personale. Si lamenta di vari aspetti e problemi dell'universita': reclutamento, chiamate dall'estero, governance...



Pausa pranzo



12:20: Il dibattito, purtroppo, e' diventato una serie di domande dal pubblico a Valditara. Non c'era scampo, visto che essendo l'unico presente a rappresentare sia il governo che il parlamento, le domande finiscono a lui.



12:12: Paola Potestio chiede come mai, dopo un anno e due mesi di governo, l'esperienza CIVR non sia stata ripresa e riavviata. Ribadisce anche lei che il problema e' quello degli incentivi. Si aggiungono a questo coro Alberto ed altri. Ma Valditara ribadisce che abbiamo torto e che sussidiare gli imprenditori che assumano personale con il dottorato di ricerca e' cosa buona e giusta, perche' gli imprenditori italiani non sono sensibili alla ricerca e non sono molto disponibili ad "aprirsi" all'universita'. Sussidiandoli, sembra, si aprirebbero e diventerebbero sensibili ... Valditara sostiene che cosi' fan tutti, che cosi' fanno in Francia e Germania. Se lo dice lui, deve essere vero.



11:51 Il nostro Boldrin incalza Valditara: bisogna volare piu' alto, le proposte di marketing fanno poco. Valditara non condivide. Segue un fastidioso quanto inutile dibattito fra i partecipanti (Boldrin non c'entra) sulla qualita' (buona o scadente?) dell'universita' italiana. A questo dibattito contribuisce, citando leggi, codicilli, e paragrafi, il rappresentante sindacale di uno dei tanti sindacati che rappresentano i professori italiani di ruolo. Il signore sostiene che l'universita' italiana e' di grande qualita' e che Perotti ed Ichino non hanno fatto i conti bene. Andrea Ichino gli chiede di spiegargli, per favore, dove sono i loro errori ... Nel frattempo il nostro Alberto spiega a Michele che non e' bene dirigersi ai parlamentari o ai membri del governo chiamandoli "tesori miei", cosa che il suddetto sembra aver fatto nel suo intervento ...



11:45: Le risorse per le cinque eccellenze. 1. Pochissimi parlano di differenziazione stipendiale. Premiare chi fa bene, pagandolo al di sopra di un minimo contrattuale. Ci vuole un fondo, dice ... 2. Poi ci vuole un sistema di borse di studio per studenti meritevoli. 3. Occorre anche individuare le 10 universita' di eccellenza da finanziare con un fondo ad hoc. 4. Un fondo per finanziare 100 progetti di eccellenza. Un centinaio di progetti strategici a cui diamo 2 milioni di euro a testa. 5. Chiamiamo 500 professori stranieri pagandoli adeguatamente. Perche' non basta, dice GV, soffermarsi sul rientro dei cervelli, occorre internazionalizzare ... finanziando (suppongo voglia dire sussidiando) le imprese che assumono i dottori di ricerca.



11:30: Giuseppe Valditara Comincia dicendo che non andiamo male con il numero delle citazioni di ricercatori italiani sulle riviste internazionali ... facciamo meglio dei francesi, secondo i dati che ha in mano lui. Sara'. Comunque, dice, manca l'eccellenza. Ok, questo risulta anche a noi, quindi concordiamo. Sprechiamo risorse, ma non ho capito come (variabilita' nel rapporto docenti/studenti e troppi corsi di laurea).



Proposte. Concorsi di reclutamento. Ritiene occorra avere l'abilitazione nazionale dalla lista dei quali abilitati scelgono le universita' quelli che vogliono. Onorevole, dopo glielo chiedero', lei dovrebbe spiegarci PERCHE' questo sia il metodo di reclutamento adeguato, visti gli incentivi odierni delle universita' e dei singoli dipartimenti.



Le altre cose sembrano tutte molto secondarie e completamente interne al sistema esistente.



11:28: Giuseppe Valditara La qualita' della ricerca, secondo alcune misure, non e' pessima. Cosa manca al nostro sistema? L'eccellenza.



11:25: Arrivi In Italia non riuscite proprio ad arrivare in orario, no? Comunque, la sala si va riempendo. Adesso tocca a Giuseppe Valditara, che pure e' arrivato in ritardo ma l'aveva annunciato, quindi e' giustificato. Di Luciano Modica, invece, neanche l'ombra ... Sentiamo cosa dice il responsabile universita' del maggior partito di governo.



11:05: Aldo Rustichini Analizza le cause della crisi dell'Universita' Italiana. Passare da basse tasse a basso aiuto (diritto allo studio) a tasse alte e alto aiuto. Esperienza australiana. Come? Income - Contingent Loan: il prestito viene restituito quando lo si puo' fare, in base al reddito. In Australia, questo ha permesso di innnalzare la partecipazione degli studenti a reddito basso; i bilanci universitari sono migliorati. In Italia, propone il raddoppio delle tasse universitarie, e ne analizza gli effetti sulla domanda di istruzione universitaria e sui bilanci universitari.



10:35: Paola Potestio Parla del fallimento delle continue "riforme" dei concorsi - l'assurdo delle idoneita'. Promozioni ope legis che hanno determinato enormi problemi finanziari - la norma del 90% non e' stata accompagnata da alcun meccanismo sanzionatorio. Problemi anche nelle riforme degli ordinamenti didattici, come il 3+2. Natura incerta del triennio: preparazione al biennio o ad una professionalita' specifica?



10:30: Fulvio Ortu documenta come oggi persino le università cinesi stiano entrando sul mercato mondiale dei talenti, concorrendo per assumerli. Università statali, ricorda Fulvio, però in concorrenza tra di loro a tutti i livelli. Ragione per cui la scelta, dal punto di vista italiano, di un giovane "neo-PhD" era fra lavorare a Shangai con uno stipendio di partenza di 50mila euro più "fringe benefits" e possibilità di carriera se si fa bene e lavorare a Milano o Torino per 22mila euro e le possibilità di carriera basate sulla pura anzianità che l'università italiana offre! Immaginatevi la scelta. Documenta Fulvio che, dall'osservatorio Bocconi, si nota un crescente flusso verso l'estero di giovani talenti italiani che se ne vanno già al livello del college. Insomma, se quelli bravi della nostra generazione han fatto qui la laurea e poi son partiti, ora partono dopo il liceo e vanno all'estero a fare la laurea. Ne torneranno sempre meno, concludo io!



Sono attuabili in Italia le best practices internationali per il reclutamento e la ricerca? Qualcosa si', secondo Ortu, anche a legislazione vigente. Un problema per l'Italia: interazione del valore legale e sistema dei concorsi: una % dei docenti DEVE avere fatto il concorso pubblico. A legislazione vigente: reclutare usando contratti di diritto privato; problema: non contano x il "valore legale". La legge Moratti 230/05 ha un po' aiutato questo introducendo il "Ricercatore a tempo determinato". Permette liberta' di determinazione dei salari... ma non hanno un meccanismo credibile di conferma. Si puo' poi agire sui fondi di ricerca.



10:00: Boldrin e Brusco appaiono in sala dopo aver terminato un piacevole dibattito radiofonico con Oscar Giannino, a Radio 24 (che apparentemente ascoltate in molti perché il counter segnala in contemporanea l'arrivo di varie centinaia di lettori!) dove hanno argomentato che il liberismo non è un "ismo" ma una cosa pratica, un metodo di analisi per risolvere problemi concreti. Problemi concreti tipo quello che si discute qui in sala in questo momento. Giusto nel giorno in cui un'altra "giovane" (è più anziana di molti di noi!) ricercatrice italiana di grande valore tira la spugna ed abbandona.

9:30: Sessione Universita' iniziano Piga e Iossa indicando tre modelli di valutazione del merito nell'Università, quello Statunitense, Britannico e Continentale. Suggeriscono l'adozione di quello britannico e illustrano il funzionamento del sistema britannico di valutazione delle universita' (RAE). Ne propongono una versione adattata per l'Italia.

29 Giugno, 9:00: è sempre un piacere rivedere ri-incontrare i nostri lettori e associare ai nomi le loro facce ... ricordiamo a tutti gli appassionati delle decisioni dell'ultimo minuto che è sempre possibile iscriversi e partecipare.

È stato approvato il ddl sicurezza di Giuio Zanella su NoisefromAmerika del 6 luglio 2009

È stato approvato il ddl sicurezza. Le nuove norme sono classificate in tre capitoli: immigrazione, criminalità organizzata, e "varie e fantasiose". Sul terzo capitolo, in particolare "le ronde", hanno già in parte commentato Giorgio ed i lettori. Qui commento brevemente alcuni aspetti paradossali del capitolo immigrazione.

Rispetto alle norme del ddl sicurezza che riguardano specificamente gli stranieri residenti in Italia, la chiara strategia del governo è fare terra bruciata attorno agli irregolari, introducendo ostacoli ad attività di primaria importanza. Così era stato fatto con l'idea di richiedere ai medici di
denunciare i pazienti privi di permesso di soggiorno, poi sparita dal testo approvato in via definitiva la settimana scorsa perché tanto non avrebbe funzionato. Così si fa nel ddl richiedendo di fatto a chi effettua trasferimenti monetari di controllare la regolarità del trasferente, e prevedendo addirittura il carcere da 6 mesi a tre anni per chi alloggia o affitta a uno straniero senza permesso di soggiorno.

Di questa strategia colpiscono due cose -- al di là della questione semantica riflessa nell'associazione tra criminalità e immigrazione irregolare senza distinzione alcuna. Primo, l'assurdità. In base allo stesso principio infatti si potrebbe imporre al panettiere di controllare il permesso di soggiorno di chi compra il pane, al barista il permesso di soggiorno di chi ordina un caffé, e al cassiere del supermercato il permesso di soggiorno di chi compra un paio di mutande (pulite, per carita'!). Quale sarebbe la differenza? L'assurdità (oltre alla vigliaccheria, ma questo è un giudizio morale e soggettivo) sta nel voler constrastare la clandestinità aspettando lo straniero ad ogni possibile varco, con l'unico possibile risultato di moltiplicare i margini di clandestinità: almeno fino alla settimana scorsa gli irregolari potevano alloggiare e fare rimesse in maniera legale.

Secondo, colpisce la macroscopica assenza. Cioé si vuole punire chi cura, chi dà alloggio, e chi trasferisce denaro per gli irregolari, ma non chi li assume (naturalmente in maniera irregolare) alle proprie dipendenze. Se pago un affitto e trasferisco denaro è perché ho un reddito e quindi, nella maggioranza dei casi, lavoro per qualcuno. Quindi da un lato si vogliono contrastare con ogni mezzo (anche quelli più assurdi, appunto) gli stranieri irregolari. Dall'altro si riconosce implicitamente che i datori di lavoro (incluse le famiglie) ne hanno bisogno. Se il governo fosse coerente rispetto agli obiettivi dichiarati si concentrerebbe su chi, probabilmente, dall'irregolarità beneficia maggiormente nella forma di manodopera e servizi a basso costo. Questo, ad esempio, è l'approccio dell'amministrazione Obama.

Altro segno rivelatore di questa schizofrenia rispetto allo status lavorativo degli irregolari è il fatto che poi si accorgono che il ddl sicurezza potrebbe avere conseguenze socialmente indesiderabili e iniziano a parlare di sanatorie per questa o quella categoria. Secondo il prode Capezzone il problema non sussiste dato che, a nome del PdL, si è precipitato a precisare che

Come sanno tutti, un reato penale non è mai retroattivo. E quindi anche il reato penale di immigrazione clandestina non potrà certo applicarsi a chi oggi è in Italia e lavora come colf o badante, anche se il suo ingresso fu irregolare. Il Governo non si sogna di mettere in difficoltà colf e badanti.

Non sono un giurista (e invito i giuristi a chiarire il punto) ma per quanto ne capisco l'irretroattività si applica al reato commesso prima dell'entrata in vigore delle nuove norme. Ora, il ddl sicurezza penalizza lo status di irregolarità, non l'ingresso da irregolari: chi era irregolare in Italia prima del ddl lo sarà anche dopo e quindi sarà perseguibile. Ma anche se così non fosse dubito che possa esserci un significativo effetto di deterrenza sui possibili nuovi irregolari: infatti il principale canale di immigrazione illegale nei paesi occidentali è la scandenza di un regolare permesso di soggiorno che non viene rinnovato (avevo visto dati a sostegno di questa affermazione, ma al momento non riesco a ritrovarli: me ne scuso e cercherò di rimediare).

In ultima analisi, l'estensione dell'irregolarità dipende molto dalle regole, naturalmente. Perché non iniziare da queste ultime, rendendo più facile la presenza regolare degli stranieri che vengono in Italia per lavorare, così come delle loro famiglie? Ad iniziare, simbolicamente, dalla sostituzione dello ius sanguinis con lo ius soli -- non trovate assurdo che il pronipote di un perugino emigrato a Buenos Aires nel 1913 e mai più tornato in Italia possa facilmente diventare cittadino italiano e il figlio di uno straniero che nasce in Italia no? Con un tasso di fertilità (il numero medio di figli per donna nell'arco della propria vita) di circa 1,4 l'Italia ha bisogno di immigrati regolari per produrre beni e servizi e per pagare pensioni. Inoltre, i regolari pagano le tasse, gli irregolari no e per di più comportano aggravi di spesa pubblica perché tenerli fuori, inseguirli, tenerli nei "centri di identificazione ed espulsione" e respingerli costa. Da sempre ciò che spinge la gente ad emigrare è più forte di qualunque tentativo di respingerla.

Perché non contrastare l'irregolarità espandendo la regolarità, quindi? Chi crede nei valori liberali liberalizzi, no? Il motivo è semplice, e questo governo lo ha spiegato chiaramente: loro non vogliono l'Italia multietnica. Ho raccontato questa storia a un collega californiano che ha commentato: "that's why Italy is backward." Dovrei offendermi? Fascismo, xenofobia e leggi razziali nostrane maturarono infatti, allora, in un paese culturalmente ed economicamente arretrato. Oggi questo governo non perde occasione per rappresentare al meglio questo medesimo stato di cose. Verosimilmente con i medesimi e deleteri effetti.

P.S.: dimenticavo la chicca finale. In mezzo alle norme di contrasto all'immigrazione clandestina appare la reintroduzione del reato di oltraggio a pubblico ufficiale:

Chiunque, in luogo pubblico o aperto al pubblico e in presenza di piu` persone, offende l’onore ed il prestigio di un pubblico ufficiale mentre compie un atto d’ufficio ed a causa o nell’esercizio delle sue funzioni e` punito con la reclusione fino a tre anni. La pena e` aumentata se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato. Se la verita` del fatto e` provata o se per esso l’ufficiale a cui il fatto e` attribuito e` condannato dopo l’attribuzione del fatto medesimo, l’autore dell’offesa non e` punibile.

Ma che c'azzecca? Che BS voglia ricorrere alla soluzione finale contro fischiatori e contestatori?

In Naples, Ex-Convicts Keep a Close Eye on Tourists By ELISABETTA PROVOLEDO - July 2, 2009

NAPLES, Italy — It seemed like a great idea at the time: hire ex-convicts to escort tourists through seedy Neapolitan streets. Who better to explain to the uninitiated the potential dangers lying in wait?

But after less than a month, the experiment has already run into trouble. The former convicts recently staged a wildcat strike after one worker was taken to police headquarters over a verbal altercation with a traffic officer.

The argument was about a fine issued the day before to a worker with the group, who had crossed the street just a few steps from a crosswalk. “The first jaywalking fine issued in Naples in 200 years,” Corrado Gabriele, the program’s main institutional sponsor, said dryly.

Since the program, called the Escodentro Project, began in early June, he has had to “continually respond to polemics,” said Mr. Gabriele, the regional government’s councilor for education, training and work.

This was far from the first conflict the former convicts have had with law enforcement. Some officers view them as a potential threat to their jobs, and many in the police force were already up in arms over the government’s effort to legalize citizens’ patrols.

The ex-convicts, jailed mostly for petty crimes, bristle at the treatment they have received, calling it harassment, and view it as a sign that even though they have paid their debt to society, they are not going to be given a second chance.

“They continue to see us as outsiders,” said Pietro Ioia, who represents an association of 700 former convicts. “Don’t they understand that if we get out of jail and don’t find work we’ll find the Camorra?” He was referring to the Mafia-like criminal association that is deeply rooted in Neapolitan society.

Wearing yellow safety jackets, the men are assigned to different downtown locations. Their tasks can be as simple as helping tourists cross the street and pointing out authentic Neapolitan restaurants to accompanying the stouthearted into seedier — but more authentic — neighborhoods.

At the Beverello Harbor last week, one former convict turned his left wrist in his right hand and shook his head: a warning to a tourist to take off an expensive-looking watch.

Response to the program has been tepid on the part of tourist operators and Naples City Hall. “They claim that ex-convicts are not the best calling card for the city,” Mr. Gabriele said.

But there is nothing, apart from extensive news media coverage, that identifies the yellow-vested men as former inmates.

One worker, Massimiliano Di Caprio, has two daughters and said he just wanted to make an honest living. “Tourists are in good hands, but politicians don’t really care about helping us,” he said. Others grumbled that in Italy lawmakers had just as much of a reason to be in jail as they had.

Many lawmakers were less than enamored of the notion of pairing ex-convicts with gullible tourists. While Prime Minister Silvio Berlusconi’s government is trying to offer a better image of Campania, the region that includes Naples, “we end up offering tourists an all-inclusive package that includes pickpocketing on the part of previous offenders sponsored by the region,” Maurizio Gasparri, the chief Senate whip of Mr. Berlusconi’s People of Freedom party, said last month, according to the ANSA news agency.

A cavalier preparing to host the world by ther Economist A cavalier preparing to host the world in the Economist of July 2nd 2009 | ROME

The host of the G8 summit, Silvio Berlusconi, faces many lurid scandals at home. But the biggest should be his refusal to accept the extent of Italy’s economic woes

WHEN the leaders of the world’s largest economies meet on July 8th near the Italian city of L’Aquila for this year’s G8 summit, they will find themselves in an apposite setting. Three months ago L’Aquila was hit by an earthquake that left 300 people dead and much of the city centre in ruins. The area is still experiencing powerful aftershocks: on June 22nd there was yet another one.

It might be imagined that none of the assembled leaders would deny that their economies have also been shaken to their foundations. But one does: the host. Italy’s prime minister, Silvio Berlusconi, has from the outset insisted that in Italy the recession will be neither as severe nor as prolonged as elsewhere.

At first, this view had some credibility. With a banking system leery of derivatives and relatively isolated from the rest of the world, Italy did not suffer disaster of the sort that brought financial institutions crashing to the ground in America and Britain. But analysts have since given progressively greater weight to other considerations. The Italian economy is highly dependent on exports (partly because of weak domestic demand) and so exposed to a decline in world trade. What is more, the public debt is huge (worth well over 100% of GDP), so the government has little scope to copy others in borrowing for costly stimulus measures. An “anti-crisis” package unveiled by Mr Berlusconi on June 26th was unhelpfully modest: its main provision was a 12-month, 50% tax break on reinvested profits.

In recent weeks, respected organisations inside and outside Italy have lowered expectations for the economy, predicting not merely a savage recession, but at best a fragile recovery in 2010. The European Commission and the International Monetary Fund both now estimate that in 2009 Italy’s GDP will shrink by 4.4%. The Bank of Italy and the employers’ association, Confindustria, have plumped for 4.9%. And in the most recent gloomy analysis, the OECD on June 24th put the likely shrinkage of the economy this year at 5.5%. True, three other G8 countries are doing worse still (see chart). But the notion that Italy, which has a 20-year history of underperformance, will miss the full impact of the recession is fanciful.

The OECD survey, in particular, clearly embarrassed Mr Berlusconi. He responded this week angrily that it was time to “shut the mouths” of those who spoke of “crisis here and crisis there”. He also suggested that companies should withdraw advertising from newspapers that spread gloom (even though his own finance ministry had in May quietly altered its own estimate of the fall in GDP to 4.2%).

In Italy appearance and reality seldom coincide. Many economists and businesspeople assume that, as so often, Mr Berlusconi’s provocative rhetoric masks a subtler purpose. “I think that [Berlusconi and his finance minister, Giulio Tremonti] are most afraid of a drop in internal consumption and are trying to drive it up,” says Michele Tronconi, president of the fashion industry’s trade body, Sistema Moda Italia. Mr Berlusconi has all but admitted as much. “We need to try to revive consumption. People should go back to their previous lifestyles,” he declared recently.

Yet if the plan is indeed to compensate for the loss of exports by hoodwinking the Italian consumer into spending more, it is a risky one, for both Italy’s government and for the country. Mr Berlusconi already has a credibility problem at home over his private life, having refused to make good his pledge to explain to parliament his relationship with an 18-year-old aspiring model. He is now having to put up with a raft of stories about call-girls being entertained at his home in Rome. He can ill afford to have his claims about the health of the economy contradicted by the evidence of voters’ own eyes and ears.

Mr Tronconi, who backs the government’s optimism offensive, acknowledges that “my experience is of a crisis that is biting very hard”. He heads a small, family-owned textile finishing company and output in his sector was down “nearly 30%” compared with 12 months ago.

Fabio Pammolli of CERM, an economics think-tank, notes that “being a country with a very fragmented economy, made up of small businesses, the moment at which the recession becomes visible is delayed. The collapse of thousands of micro-enterprises does not make the front pages in the same way as the bankruptcy of a Chrysler or General Motors.” But it does show up in the figures. Istat, the government statistical office, says that 204,000 jobs were lost in the first quarter of 2009. In April industrial production was down by 22% and orders by 32% on a year earlier.

By insisting that nothing is amiss, Mr Berlusconi and Mr Tremonti are also passing up an opportunity to embark on reforms that would not only speed the economy’s recovery but actually improve Italy’s productivity and public finances. Confindustria is pressing the government for more reform of the unsustainable pension system (Italy spends 13% of GDP on the elderly, almost four percentage points more than the average for the EU 15 richer economies). And it wants a programme of liberalisation and privatisation to promote competition, increase productivity and cut consumer-price inflation. A recent Bank of Italy study concluded that in three years such a programme could boost Italy’s GDP by as much as 5%.

Since it returned to office last year, however, the Berlusconi government has become wary of free-market ideas. Guided by Mr Tremonti, author of a book foreshadowing the credit crunch, the government has embraced Sarkozyite ambiguity. It has no programme for deregulation or asset sales. It is not prepared even to raise the retirement age for women. Ministers have hinted that they fear courting unpopularity at an already delicate juncture.

It might be possible to steer through pension reforms and take on the vested interests opposed to liberalisation and privatisation if it were done in the name of national belt-tightening. Italians responded heroically in the mid-1990s when the then prime minister, Romano Prodi, called for sacrifices to clean up the national accounts to prepare for euro membership.

Yet although Mr Berlusconi may survive the scandals that have engulfed him, he can scarcely appeal to voters for blood, sweat and tears so long as he insists that Italy has emerged almost unscathed from the world’s economic meltdown—rather as the barracks in which the G8 summit is being held weathered the earthquake.

Sunday, June 28, 2009

Acer’s Everywhere. How Did That Happen? By Ashlee Vance in the NY Times of June 28, 2009

Non tutte le considerazioni che facciamo hanno a che fare con problemi ed esempi negativi. Vogliamo cominciare a presentare degli Italiani di successo nel mondo. Per esempio, Giangranco Lanci di Acer.

TAIPEI, Taiwan

ABOUT three months ago, Gianfranco Lanci flew into San Francisco International Airport, got off the plane and made his way to the passport control stations. As he pulled out his documents, the passport agent immediately recognized him as the chief executive of Acer.

“It was the first time in my life that has ever happened,” he says.

Mr. Lanci may need to come to grips with his growing celebrity. After all, he has turned Acer, the personal computer seller based here, into a finely tuned organization that’s obliterating some of the computing industry’s longest-standing traditions and leading Taiwan’s charge up the technology food chain.

This year, Acer appears poised to overtake Dell as the world’s second-largest seller of personal computers, which would put a real dent into one of America’s favorite dorm-to-empire business stories. And if this comes to pass, Acer would trail only Hewlett-Packard; no computer company based outside the United States has ever climbed so high.

“That is a big achievement, and they have beaten the odds,” says Roger L. Kay, a PC industry analyst and president of Endpoint Technologies Associates, a consultancy. “Acer is a real comer.”

And so is Taiwan.

Giants like Foxconn and Quanta have turned this island into a manufacturing hub, producing most of the music players, video game consoles, cellphones and computers bought by consumers and businesses. But the companies that sell these products — H.P., Dell, Apple and others — have put immense pressure on these manufacturers to keep prices low.

So business leaders and the Taiwanese government are urging local companies to think bigger. As a result, many have set out to become household names around the world, to nurture their software businesses and to own more key intellectual property in fast-growing parts of the technology industry.

“Most of the companies in Taiwan are slaves to the boom-and-bust cycles,” says Tien-haw Peng, the director of strategic planning at Prime View International, a company in Hsinchu, Taiwan that makes displays for computing devices. “There’s a goal to smooth things out by finding a better spot on the value chain.

No Taiwanese company has done that faster, or more effectively, than Acer.

To reach the No. 3 spot in the global computer business, Acer went through a corporate reinvention that offers fodder for business-school case studies.

For close to 15 years, Acer suffered from a split personality. One part of the company built computers for other PC sellers that would then put their labels on the machines. Another part of Acer sold very similar computers under the company’s own brand.

The arrangement created obvious conflicts, Acer executives say, with the group responsible for the Acer-branded products competing against the customers of the manufacturing arm.

In 2000, Acer began cleaving off its manufacturing division. A year later it formed an independent company called Wistron to handle these operations. A smaller, nimbler Acer emerged, outfitted with a new logo and lofty, global aspirations.

With a clean slate, Acer made what looked like counterintuitive decisions. It decided to focus on laptops for consumers, and to sell them through partners and retailers, avoiding any kind of direct sales.

This approach placed Acer on a distinctly opposite path from Dell, which was the PC industry’s major success story in 2000. Dell had surged past rivals like Compaq, I.B.M. and H.P. through an ultra-lean direct sales model that hinged to a large degree on shipping desktop computers to big businesses.

In the subsequent years, however, computer retailing shifted in favor of Acer. Consumers now buy more computers than businesses do, and these buyers tend to prefer laptops to desktops. The advantages that Dell once gained by mixing and matching components for customers at its factories have faded as consumers have flocked to stores to buy preconfigured computers.

“When we split, we thought that if the PC is going to become more of a commodity, consumers will end up as the largest part of the business,” says Mr. Lanci, who became chief executive last year. “Going direct didn’t look like the right model for addressing that. After eight or nine years, it looks like we made a very good decision.”

ACER’S ascent has accelerated during the global economic slowdown. The company made an aggressive move into the market for netbooks — the small, low-cost laptops that have been a rare bright spot during the worst slump the PC industry has ever faced. Dell, which depends far more on PC sales to businesses, has struggled as companies have avoided buying new computers.

Last year, Acer’s market share grew by 3 percentage points, to 10.9 percent, while Dell gained just 0.1 percentage point, to 15 percent, according to the research company IDC. Acer has continued to narrow that gap this year, claiming 11.6 percent of the market to Dell’s 13.6 percent through the first quarter.

Mr. Lanci says he thinks that Acer can keep growing, especially in the United States and China — the two most prized regions for PC sellers. In addition, he’s steering Acer into cellphones, arguing that the growing similarities between smartphones and laptops play directly to Acer’s strengths.

“I think we have the know-how, and these two worlds are going to merge,” he says.

In the meantime, Acer has snatched the mantle of quick-moving, lean operator from Dell. Be it wireless technology or super-thin laptops with a long battery life, Acer often ships computers with new features before any other large PC maker. And when it spots a hot trend started by another company — netbooks, for instance, were the brainchild of Asustek, a fellow Taiwanese company — Acer follows in force, bombarding the market with low-cost products.

Paul S. Otellini, the chief executive of Intel, credits Acer with embracing its underdog role and taking big risks to disrupt the status quo. “They have done a spectacular job,” he says.

Acer’s quest comes with challenges, of course. Its low-cost operating structure leaves only so much money for research and development. H.P. knocks Acer as having a limited breadth of products and a dearth of the homegrown features that can command higher prices. And Dell has moved into retail, Acer’s home turf, while also releasing a flood of eye-catching new designs meant to tempt consumers.

“I think Acer is just one more competitor that doesn’t focus on anything other than public relations to win in the marketplace,” said Todd Bradley, the head of H.P.’s computer business.

Such comments, however, come as H.P.’s revenue from the PC business has declined 19 percent in each of the last two quarters. Dell’s decline has been even more severe, with desktop sales falling about 30 percent each quarter. Acer’s overall revenue has fallen as well, but only 7 percent and 8 percent, respectively.

“We are still able to manage even during these tough times,” Mr. Lanci says. “I don’t believe the competitors will be able to match us.”

UNLIKE its more diverse rivals, Acer directs all its attention toward one goal: selling computers. Such focus has helped Acer establish what analysts regard as the lowest cost structure in the industry.

The company is free to pick and choose among manufacturers to obtain the lowest prices, and prides itself on having almost no inventory.

“We collect the order from the customer, place the order with the manufacturer and they ship it,” Mr. Lanci says. “We don’t touch the goods.”

Last year, Acer relied on about 6,000 employees to hit $16.6 billion in revenue and a profit of $358 million. While the company probably produces more revenue per employee than its rivals, it does so on the back of less profitable products. Its operating margin of 2 percent is about half that of H.P. and Dell, placing it in a profit category below even some retailers, said A. M. Sacconaghi, a securities analyst at Sanford C. Bernstein & Company.

“There is a tradeoff between growth and profitability in the PC industry,” Mr. Sacconaghi says.

Acer’s strategy has played well during the PC industry downturn, as cheaper computers have proved more popular. The company has been willing to scoop up as much of this business as possible, while Dell has walked away from sales that would depress its profits.

Mr. Lanci says Dell, which declined to comment for this article, could lower its costs only if it were willing to take drastic measures. “It would require big layoffs,” he says.

These forceful remarks trickle out of his mouth in a subdued, matter-of-fact way.

The unassuming Mr. Lanci, who was born in Turin, Italy, commutes back and forth between his home in Milan and Acer’s European offices in Lugano, Switzerland. Once a month, he makes camp at a hotel here for meetings, conducted in English, at Acer’s headquarters.

Mr. Lanci’s predecessors, including Acer’s founder, Stan Shih, and its chairman, J. T. Wang, engineered much of the company’s sweeping strategic shift. But longtime watchers of the company argue that Mr. Lanci’s mastery of the European market fueled Acer’s belief that it could stretch out as a successful global brand.

After joining the company in 1997 as the managing director for Italy, Mr. Lanci turned Acer into the country’s leading laptop seller in a matter of months. Three years later, he was put in charge of Acer’s European business and began executing a familiar strategy. He lavished attention on smaller partners and large retailers alike, making sure that Acer computers appeared in just about every store possible.

And without any agenda for direct sales, Acer ingratiated itself with retailers — instead of competing against them.

Other Taiwanese companies are copying Acer’s playbook. Asustek is one of the fastest-growing PC brands in Europe. HTC used to produce cellphones for other companies but has seized some of the spotlight for itself with the first device to run Google’s phone software. And BenQ, an Acer spin-off, has hit it big in China with tiny projectors and slick displays.

Many of these same companies have pumped money into software start-ups in the United States, hoping to add iPhone-like gloss to their products and generate larger profits. The big manufacturers have followed suit, bulking up their software divisions, while the Taiwanese government has poured money into software development, hoping to create a wave of start-ups with programs aimed at the Web and mobile devices.

Earlier this month, Prime View signed a deal to acquire E Ink for $215 million, giving it the leading display technology used in electronic reader devices like the Kindle from Amazon.com.

As for Acer, one of its immediate challenges is organizing the large stable of products it has assembled.

Over the last two years, it has acquired brands like eMachines, Gateway and Packard Bell. It pitches eMachines as its most affordable brand, while Acer-branded products cater to the mainstream. The Gateway moniker covers more expensive, flashier computers in the United States, while the Packard Bell brand serves the same purpose in Europe.

The four-front branding assault adds a thick layer of complexity to the company’s ultimate goal of establishing a consistent image around the globe. But Mr. Lanci says PC makers must follow the lead of automobile companies and the likes of Procter & Gamble with a brand for every occasion now that consumers make up such a large part of the computer business.

“One brand is almost impossible, if you want the right product and precision for the right customer profile,” Mr. Lanci says.

Focusing on such details may not be an art, but it’s what makes many successful businesses hum. And analysts are quick to say that Mr. Lanci is, indeed, a details man.

“Gianfranco’s not a very flashy guy,” says Mr. Kay, the industry analyst. “Ultimately, he’s an old-fashioned marketing guy.”

Mr. Lanci now has to take on even bigger challenges. Acer intends to improve its sales in the United States by stealing thunder from H.P. and Dell, and to best Lenovo in China. Acer already ranks as the second-largest PC seller in Europe, behind H.P., according to IDC.

The unusual international structure and diverse management of Acer are seen as a plus, given the global playing field of the industry.

“It has Taiwanese engineering combined with a European business sensitivity,” says Jen-Hsun Huang, the chief executive of Nvidia, the graphics chip maker. “I think they have a flexibility and ability to adapt that is very unique.”

Wednesday, June 24, 2009

La legge inutile e le liberalizzazioni mancate Da Il Messaggero, 18 giugno 2009

Si crea un incredibile, costoso, inutile meccanismo di monitoraggio dei prezzi e si lasciano intatti gli innumerevoli ostacoli alla concorrenza

di Alberto Clò e Carlo Stagnaro

Nel 1967 Alan Greenspan, scriveva che “il mondo dell’antitrust ricorda quello di Alice nel paese delle meraviglie: ogni cosa allo stesso tempo apparentemente è e non è”. Siamo certi che i responsabili del disegno di legge n.1195, in materia di sviluppo ed energia (specie nucleare), da poco approvato in seconda lettura dal Senato, non si siano posti grandi problemi nel redigere l’articolo 51, che obbliga “chiunque eserciti attività di vendita al pubblico di carburante per autotrazione per uso civile” a comunicare al Ministero dello Sviluppo Economico i prezzi praticati “per ogni tipologia di carburante”.

Entro sei mesi dall’approvazione della legge, il ministero dovrà definire “criteri e modalità” della più ampia diffusione di questi prezzi “sul sito internet del ministero…[e] per il tramite di soggetti terzi” (gli strilloni?). I gestori degli impianti che non effettueranno la comunicazione, o indicheranno prezzi diversi da quelli praticati, saranno sanzionati, sulla base, vien da pensare, di severi e minuziosi controlli. In sintesi: la trasparenza al servizio del consumatore, specie nel momento in cui i prezzi dei carburanti hanno ripreso a correre, col greggio balzato dai poco più di 30 dollari al barile nel dicembre scorso a circa 70 dollari. Sarà veramente così? In Italia vi sono 22.500 punti vendita di carburanti (di cui oltre 5.000 piccoli e isolati chioschi), con 1.500 dotati anche di impianti Gpl o metano. Poiché i prezzi vengono aggiornati quotidianamente, questo significa che ogni giorno 22.500 gestori dovranno comunicare al ministero circa 70.000 prezzi: uno per ciascun tipo di carburante (benzina verde, gasolio, gasolio plus, eventualmente Gpl o Metano).

Presumibilmente, i prezzi dovranno riferirsi al servito, ma forse dovranno essere comunicati anche quelli del “fai da te” e negli orari di chiusura. Se così fosse, si arriva grosso modo a 150.000 dati giornalieri: oltre 1 milione la settimana, al netto di eventuali aggiornamenti infragiornalieri! Questo, il primo passo di una lunga camminata che porterà il settore al di là dello specchio, implica che tutti i gestori, dai grandi impianti autostradali ai piccoli benzinai rurali, dovranno dotarsi di computer, collegamenti internet, abilità informatiche, fatti non banali che comporteranno maggiori costi inevitabilmente scaricati sui prezzi. A quel punto, i prezzi dovranno essere elaborati dal Ministero e resi disponibili in tempo reale, altrimenti l’intera manovra perderebbe di ogni utilità per il consumatore: vacca sacra nel cui interesse l’intero rito viene consumato. Alcune domande sorgono spontanee. In primo luogo, se il ministero disponga delle necessarie risorse umane, informatiche, finanziarie per adempiere a questi nuovi compiti.

Un semplice sguardo al suo sito, tra i peggiori perfino per gli standard della pubblica amministrazione italiana, suggerirebbe di no. In secondo luogo, se e come si sia pensato di adeguare queste risorse e a quale costo. Ancora: quanti controlli verranno eseguiti, con quale frequenza, con quali risorse. Mandare funzionari del ministero o delle prefetture (già duramente impegnate con le banche) in giro per l’Italia (consumando carburanti) a fare il pieno per annotare scrupolosamente i prezzi praticati, e poi confrontarli in tempo reale con quelli riportati sul sito, sarebbe un’originale interpretazione delle politiche keynesiane di rilancio dell’economia attraverso una spesa pubblica del tutto inutile.

Al termine di questo lungo processo, qualcuno potrebbe poi accorgersi della sua incompatibilità con la politica in materia dell’Antitrust nazionale. Il suo Presidente, Antonio Catricalà, ha da poco chiuso un’istruttoria contro le compagnie petrolifere, accusate di aver tramato l’ennesimo cartello, coordinando furbescamente tra di loro i prezzi con la loro diffusione sulla stampa specializzata e, incredibile a dirsi, proprio sul sito del ministero! Che, in buona sostanza, avrebbe funzionato come “ufficio del cartello”. Per l’Antitrust la trasparenza nei prezzi era tutt’altro che benefica per i consumatori, così che quel che la regolazione ha vietato alle compagnie, la legge ora impone ai gestori! Norme contrastanti che vengono assunte da organismi diversi per il medesimo nobile fine: la difesa del consumatore.

Se così è, un’ultima domanda sorge spontanea. Se l’intento del buon legislatore è davvero questo (del che vi è da dubitare), perché costruire l’incredibile, costoso, inutile ambaradan previsto nel recedente disegno di legge e non scegliere, invece, la via più breve e razionale: eliminare i numerosi ostacoli (obblighi di chiusura, limiti alla vendita di prodotti non-oil, barriere all’entrata dei supermercati, numero chiuso dei punti vendita) che impediscono una sana, effettiva, benefica concorrenza nella distribuzione dei carburanti, questa sì a favore dei consumatori?

Prova di verità per gli atenei di Francesco Giavazzi su Corriere della Sera del 24 Giugno 2009

COMPORTAMENTI DA CAMBIARE

La legge finanziaria dello scorso anno ha ridotto drastica­mente i finanzia­menti alle università: meno 10% circa nel 2010, fino al 18% l'anno successivo. E' eviden­te che con le regole attuali, e con il 18% di finanziamenti in meno, la maggior parte delle università chiudereb­be. Non penso fosse questa l'intenzione del governo, bensì quella di obbligare i nostri atenei a modificare ra­dicalmente i loro comporta­menti e ad adottare riforme profonde.

Tre sono i problemi da af­frontare: 1) cambiare la go­vernance delle università. Oggi i rettori sono eletti da una platea amplissima che include anche i bidelli. Una volta eletti, non sono liberi perché debitori dei loro gran­di elettori. Sono anche «irre­sponsabili » perché controlla­no il cda delle università, l'or­gano che in teoria dovrebbe valutarli; 2) ripensare i crite­ri con cui sono ripartiti i fi­nanziamenti, perché se i ta­gli colpissero nello stesso modo atenei buoni e cattivi, il risultato sarebbe un deca­dimento generale della di­dattica e della ricerca. Per farlo occorre mettere in pie­di un buon sistema di valuta­zione; 3) correggere le moda­lità di reclutamento dei pro­fessori perché i concorsi pubblici hanno fallito e si so­no dimostrati non riformabi­li.

In questo primo anno il ministro Gelmini ha preso qualche decisione coraggio­sa: in autunno ha bloccato una tornata di concorsi che si preannunciava tutta truc­cata (ma dopo aver cambia­to con un decreto le regole per la scelta delle commissio­ni, di quei concorsi non si sa più nulla); ha deciso che il 5% dei fondi pubblici per il corrente anno accademico (l' anno è praticamente finito, ma i fondi alle università non sono ancora stati asse­gnati) venga ripartito sulla base dei risultati della ricer­ca.

Il ministro ha anche pre­parato un disegno di legge (circola in rete) che innova le modalità di reclutamento, eliminando i ricercatori e adottando il metodo, basato sulle effettive attività di ricer­ca, della tenure track comu­ne nelle migliori università al mondo. (Per capire quan­to questo trasformerebbe i nostri atenei, basta parago­narlo con la proposta presen­tata in Parlamento dal Pd che promuove ope legis pro­fessori tutti i ricercatori, an­che quelli non confermati.) Ma la legge del ministro Gel­mini, annunciata da mesi, viene rimandata di settima­na in settimana. Perché?

Un ostacolo sono i gatto­pardi delle università (retto­ri e molti professori) che pre­mono perché nulla cambi. Un altro sono i sindacati te­tragoni nella difesa dell'ope legis. Un altro infine è il mi­nistro dell'Economia che non rinuncia ai tagli.

Non possiamo fare gli struzzi: anche se le riforme del ministro Gelmini andran­no in porto, l'unico modo per tenere aperte le universi­tà con i fondi previsti in fi­nanziaria è alzare significati­vamente le rette degli stu­denti, introducendo nello stesso tempo borse di studio di pari valore per i meno ab­bienti. Io sono d'accordo, perché l'università di fatto gratuita è un trasferimento dai poveri ai ricchi, ma se questa è la strada occorre il coraggio di dirlo. Ciò che non si può fare è aspettare senza far nulla, e lasciare che a novembre le università chiudano.

Vice and Spice By Maureen Dowd in New York Times of June 24th, 2009

Sneaking a smoke now and again is not the worst presidential flaw imaginable.

Our president is positively monkish compared with Silvio Berlusconi, whose Vesuvial vices spurred a trio of women academics in Italy to write an “Appeal to the First Ladies.” It urges Michelle Obama and other wives of world leaders to boycott next month’s G-8 summit in L’Aquila, Italy, to protest the Italian prime minister’s “sexist” and “offensive” manner toward women.

One of the things the petitioners objected to, according to The Times of London, was Berlusconi’s attempt to put up actresses and showgirls as candidates in the European elections (not to mention as allegedly remunerated ornaments for wild parties at his posh villas).

His wife, Veronica Lario, a former actress who met him while she was starring topless in “The Magnificent Cuckold” and who is now divorcing him, has operatically upbraided him twice: once two years ago after he had a public flirtation with a TV starlet whom he later appointed as Minister of Equal Opportunities; and again last month when Lario charged her randy hubby with “consorting with minors” after he went to the 18th birthday party of a model and gave her a diamond and gold necklace.

Naturally, Berlusconi, who likes to be called “Papi” by his flock of chicks, upped the antics.

The paparazzi splashed photos of topless babes — or “L’harem di Berlusconi,” as they’re known — and a buck naked ex-Czech prime minister romping at Berlusconi’s villa in Sardinia.

And a comely 23-year-old starlet named Barbara Montereale told La Repubblica this week that she got paid by a hospital equipment vendor for going to the villa in January — an incident now under police investigation.

“We played with a little puppy that Bush had given him as a present,” she said.

She claimed she went with another girl, an “escort” named Patrizia D’Addario, who told her that she had had sex with the 72-year-old prime minister and asked for a favor about a building project but never got it. Now a disillusioned D’Addario has released a secret recording she made in which Berlusconi’s voice is heard saying: “Go and wait for me in the big bed.”

The Wall Street Journal reported Tuesday night that Berlusconi, in an interview with the Italian society magazine Chi, which is owned by his holding company, denied that he had ever paid a woman to spend the night with him. “I’ve never understood what would be the satisfaction if there isn’t the pleasure of conquest,” he said, adding that he had “no memory” of D’Addario.

Given Berlusconi’s louche ways, L’Aquila is a safe place for President Obama to indulge his lingering smoking habit.

It’s interesting that someone with such daunting discipline can’t apply his willpower to cigarettes. The day after he signed a historic tobacco bill, the president conceded at a White House news conference that he “constantly” struggles with his vice and falls off the wagon sometimes.

He got testy with the McClatchy reporter who asked him about his bill and his habit, pointing out that the legislation was meant to stop “the next generation of kids” from smoking. Then he got even snippier with Major Garrett of Fox News, who referred to the president’s strong opening statement on Iran, noting: “You said about Iran that you were ‘appalled’ and ‘outraged.’ What took you so long to employ those words?”

The president protested that he had been consistent in trying not to let the White House and C.I.A. become foils that the Iranian government could blame.

When CBS News’s Chip Reed later asked Mr. Obama if he was “influenced at all by John McCain and Lindsey Graham accusing you of being timid and weak,” the president grinned dismissively.

But Mr. Obama regularly has to be cajoled by supporters and critics into using bolder rhetoric. It happened in his battle against Hillary during the campaign and with the A.I.G. bonuses and now Iran.

Privately, he gets irritated at those who make him out to be a wimp just because he tends not to react dramatically or visibly to events. That doesn’t mean he’s not responding or that he’s not tough, he says; it just means he’s not doing it on the timetable or at the decibel levels that some would prefer. Like the Bushes, he will point out, as he did at the press conference, he is the president and his critics are not.

He also got prickly with NBC News’s Chuck Todd when Todd said the president had “hinted” that there would be consequences for a repressive Iran.

“Well, I’m not hinting,” Mr. Obama said. “I think that when a young woman gets shot on the street when she gets out of her car, that’s a problem.”

When Todd asked why he wouldn’t spell out the consequences, the president shot back, “I know everybody here is on a 24-hour news cycle. I’m not. O.K.?”

It was enough to make a guy sneak out to the Truman balcony for a smoke.