Politica e magistratura
Squilibrio di poteri
In un’intervista pubblicata ieri dal Corriere, l’ex magistrato ed esponente del Partito democratico, Luciano Violante, mette il dito in una delle piaghe del nostro ordinamento: «In Italia, l’azione penale è obbligatoria solo formalmente ma, in realtà, è lasciata alla discrezionalità dei singoli magistrati». Detto con altre parole: i magistrati perseguono selettivamente chi vogliono, secondo criteri soggettivi che rischiano di tracimare nell’arbitrio. Prosegue, infatti, Violante: «E’ giusto, quindi, affrontare il problema della priorità nella trattazione dei processi, ma il potere politico non può sospendere i processi in corso». Detto con altre parole: una legge che regoli il flusso dei reati da rinviare a giudizio è necessaria. Ma un clamoroso esempio di «distorsione da discrezionalità » lo offre, quasi contemporaneamente alle parole di Violante, L’Espresso oggi in edicola, che pubblica le intercettazioni di alcune delle ben novemila (9000!) telefonate depositate nell’inchiesta napoletana. In realtà, i Pm napoletani non le hanno depositate tutte perché le hanno ritenute non rilevanti e successivamente destinate, scrive il settimanale, alla distruzione, ma molte sono finite nella disponibilità dei giornalisti. I quali, pur pubblicandole — un giornale non deve preoccuparsi se sia giusto o no pubblicare un documento giudiziario che gli è pervenuto, purché la legge sia rispettata—correttamente mette in luce il carattere anomalo della situazione.
L’intervento di Violante sul Corriere e la cronaca di una sfuriata ai magistrati del vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, Nicola Mancino, pubblicata dalla Stampa — «Parlate troppo con i giornalisti. Volete sempre apparire» — si inquadrano nel dibattito in corso sui recenti provvedimenti sulla Giustizia in merito al quale è, forse, utile fare qualche distinzione. I problemi giudiziari di Silvio Berlusconi-padrone- di-Mediaset riguardano lui solo e stanno tutti negli atti processuali. I rapporti fra il capo del governo- chiunque-egli-sia e l’ordine giudiziario riguardano lo Stato. Sono una questione istituzionale della quale si deve occupare la politica. Ha sbagliato, dunque, Berlusconi ad andare a parlare dei suoi problemi personali all’assemblea della Confesercenti. Fa tutta la differenza fra un imputato, preoccupato della propria sorte, e uno statista, sensibile al corretto funzionamento dello Stato. Sbaglia anche Antonio Di Pietro, ignorando i rapporti fra esecutivo e giudiziario per concentrarsi unicamente sui problemi personali di Silvio Berlusconi. Fa tutta la differenza fra un uomo politico, attento agli interessi del Paese, e un poliziotto sensibile al tintinnare delle manette.
Dei rapporti fra esecutivo e ordine giudiziario si sta occupando, invece, con equilibrio e saggezza, il capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Ne parlano, sia pure con toni diversi, ma con non minore equilibrio istituzionale, sia Violante, sia Mancino. Quest’ultimo mette il dito nella piaga di un’altra anomalia del nostro ordinamento. E’ stata depositata da due consiglieri una bozza di parere che è già in discussione nella Sesta commissione e che il Csm dovrebbe discutere pubblicamente e votare la settimana prossima. Parla di «incostituzionalità» del decreto governativo sulla sospensione dei processi.
Ora, non si capisce chi dia il diritto al Csm di dire che una norma emanata dal Parlamento è incostituzionale. Non c’è un solo articolo della Costituzione che attribuisca al Csm un preventivo controllo di costituzionalità sugli atti parlamentari; controllo che, se mai, spetta al presidente della Repubblica con veto sospensivo, comunque superabile da un voto parlamentare a maggioranza semplice. Così, Mancino sbotta: «Capisco che si scriva di una norma che è inappropriata. O irragionevole. Ma che c’entra la Costituzione?». Aggiunge Violante nell’intervista citata: «...non è scandaloso che ci siano forme di garanzia temporanea per alcune cariche istituzionali». A certe condizioni, tutte da discutere. Aveva scritto il Financial Times qualche giorno fa: «Spagna, Francia, Germania e altri Stati hanno una qualche forma di immunità (...) Lo scopo dell’immunità non è quello di consentire agli eletti mano libera. Bensì quello di proteggere il diritto degli elettori di farsi governare da coloro che hanno democraticamente scelto. Le accuse a Berlusconi derivano da un sincero desiderio di giustizia o dal tentativo di una parte dell’elite italiana di capovolgere una scelta elettorale che non accetta?». Questo — al di là dei personali problemi giudiziari di Berlusconi—è parlare di rapporti fra potere esecutivo e ordine giudiziario. E’ politica. «Il resto — come dice Violante, riferendosi a Di Pietro—è demagogia»
Piero Ostellino
Saturday, June 28, 2008
Squilibrio di Poteri di Piero Ostellino su Il Corriere della Sera del 27 Giugno 2008
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magistratura
Statali, lo sperpero dei permessi sindacali di Gian Maria de Francesco dal Giornale del 28 Giugno 2008
La pubblica amministrazione perde quasi 121 milioni l'anno: nel 2006 sono state oltre 830mila le ore di lavoro destinate a permessi, distacchi e riunioni. I dipendenti pubblici che fanno politica "costano" altri 67,2 milioni: quanto fare un pezzo di autostrada
Roma - Le assenze per motivi sindacali nella pubblica amministrazione e i permessi per funzioni pubbliche elettive (Parlamento e consigli degli enti locali, ndr) sono costati nel 2006 oltre 188 milioni di euro dei quali solo 121,4 per le rappresentanza nel sindacato. Si tratta di una cifra di poco superiore a quella necessaria per finanziare la costruzione di tre lotti della strada statale Grosseto-Fano, un’arteria di collegamento tra la costa tirrenica e quella adriatica.
In particolare, il capitolo più «pesante» dell’intera voce è quello dei distacchi sindacali. Ben 830.598 giornate di lavoro sono state spese per l’istituto contrattuale che consente a un dipendente pubblico che sia dirigente di un’organizzazione di rappresentanza dei lavoratori di svolgere questo compito mantenendo la propria retribuzione. È come se 2.276 impiegati si fossero assentati dal servizio per un anno intero. Il costo? Si è aggirato attorno ai 68,2 milioni di euro.
Analogamente significativa è la cifra dei permessi sindacali retribuiti per l’espletamento del mandato: 263.466 giorni pari all’assenza per un anno di 1.198 dipendenti. Il costo, stimato sulla base di una retribuzione media di 30mila euro per dipendente, a circa 36 milioni di euro. La partecipazione alle riunioni degli organismi direttivi ha «disperso» 115.868 giornate, ossia un contingente di 527 persone in ferie retribuite per un anno. Solo 1,4 milioni e 47 unità di personale in meno per le 17.095 di permessi cumulati sotto forma di distacco.
L’aspetto singolare della vicenda è rappresentato dal «costo» delle autonomie. Distacchi e permessi sindacali nelle Regioni e negli altri enti locali sono costati nel 2006 ben 31,3 milioni di euro, ben più dei 22,6 milioni del Servizio sanitario nazionale e dei 20,1 milioni della scuola nonostante questi due comparti della pubblica amministrazione contino più dipendenti di quelle delle autonomie (1,1 milioni la scuola e 690mila l’Ssn a fronte dei 526mila delle regioni).
Certo, bisogna anche osservare che ci sono dei settori pubblici in decisa controtendenza. Un esempio è quello dell’università, comparto nel quale distacchi e permessi hanno comportato la «perdita» di poco più di 78 dipendenti nel 2006 su un totale di oltre 113mila per una spesa di circa 2 milioni. Negli enti pubblici non economici (60.232 dipendenti) i soli distacchi hanno comportato l’assenza di 232,5 dipendenti per una spesa di circa 7 milioni di euro. Ma non è l’unica anomalia: ad esempio nel 2006 il ministero dei Beni culturali ha contato 59 distacchi, 12 in più dei dipartimenti del ministero dell’economia riconducibili all’ex Tesoro.
L’attività sindacale non è l’unica prerogativa costituzionale che ha «sottratto» tempo e denaro allo Stato. Anche la democrazia ha avuto il suo costo sotto forma di permessi e aspettative per le funzioni elettive. Complessivamente questa voce ha determinato una spesa di 817.144 giornate lavorative, corrispondenti all’assenza dal servizio di 2.239 dipendenti con un costo pari a 67,1 milioni di euro. Regioni e autonomie locali varie anche in questo caso incidono per oltre 26 milioni (circa 860 dipendenti) superando scuola (14,2 milioni) e Ssn (15,6 milioni).
Gli enti più virtuosi? La presidenza del Consiglio con 59mila euro, le Forze Armate (solo 30mila euro), la Polizia (9mila euro) e la Penitenziaria (821 euro). Hanno sicuramente fatto meglio di alcuni dipendenti del ministero dell’Interno (dal quale la Polizia dipende) che hanno cumulato oltre 1.000 ore di permesso per svolgere la carica di consigliere comunale o circoscrizionale. Sempre in tema di spigolature si può segnalare che all’Inps nel 2006 sedici dipendenti si sono messi in aspettativa (un parlamentare) e 289 hanno chiesto un permesso, tra questi un eurodeputato che ha usufruito di 136 ore. D’altronde, a Strasburgo non è necessaria una presenza costante.
Infine una citazione di merito va alle organizzazioni che non hanno usufruito di alcun tipo di permesso. A Roma sono stati i collegi dei geometri, dei periti agrari, dei ragionieri e degli infermieri. Tra gli enti che non hanno inviato le segnalazioni, invece, si contano l’Inpdap, l’istituto di previdenza dei dipendenti pubblici e l’Aran, l’agenzia governativa che si occupa di contrattazione (nel 2006 c’è stato un ricambio al vertice).
Comunque, distacchi e permessi sono regolamentati dalla legge e dai contratti di lavoro. La Grosseto-Fano può aspettare.
Roma - Le assenze per motivi sindacali nella pubblica amministrazione e i permessi per funzioni pubbliche elettive (Parlamento e consigli degli enti locali, ndr) sono costati nel 2006 oltre 188 milioni di euro dei quali solo 121,4 per le rappresentanza nel sindacato. Si tratta di una cifra di poco superiore a quella necessaria per finanziare la costruzione di tre lotti della strada statale Grosseto-Fano, un’arteria di collegamento tra la costa tirrenica e quella adriatica.
In particolare, il capitolo più «pesante» dell’intera voce è quello dei distacchi sindacali. Ben 830.598 giornate di lavoro sono state spese per l’istituto contrattuale che consente a un dipendente pubblico che sia dirigente di un’organizzazione di rappresentanza dei lavoratori di svolgere questo compito mantenendo la propria retribuzione. È come se 2.276 impiegati si fossero assentati dal servizio per un anno intero. Il costo? Si è aggirato attorno ai 68,2 milioni di euro.
Analogamente significativa è la cifra dei permessi sindacali retribuiti per l’espletamento del mandato: 263.466 giorni pari all’assenza per un anno di 1.198 dipendenti. Il costo, stimato sulla base di una retribuzione media di 30mila euro per dipendente, a circa 36 milioni di euro. La partecipazione alle riunioni degli organismi direttivi ha «disperso» 115.868 giornate, ossia un contingente di 527 persone in ferie retribuite per un anno. Solo 1,4 milioni e 47 unità di personale in meno per le 17.095 di permessi cumulati sotto forma di distacco.
L’aspetto singolare della vicenda è rappresentato dal «costo» delle autonomie. Distacchi e permessi sindacali nelle Regioni e negli altri enti locali sono costati nel 2006 ben 31,3 milioni di euro, ben più dei 22,6 milioni del Servizio sanitario nazionale e dei 20,1 milioni della scuola nonostante questi due comparti della pubblica amministrazione contino più dipendenti di quelle delle autonomie (1,1 milioni la scuola e 690mila l’Ssn a fronte dei 526mila delle regioni).
Certo, bisogna anche osservare che ci sono dei settori pubblici in decisa controtendenza. Un esempio è quello dell’università, comparto nel quale distacchi e permessi hanno comportato la «perdita» di poco più di 78 dipendenti nel 2006 su un totale di oltre 113mila per una spesa di circa 2 milioni. Negli enti pubblici non economici (60.232 dipendenti) i soli distacchi hanno comportato l’assenza di 232,5 dipendenti per una spesa di circa 7 milioni di euro. Ma non è l’unica anomalia: ad esempio nel 2006 il ministero dei Beni culturali ha contato 59 distacchi, 12 in più dei dipartimenti del ministero dell’economia riconducibili all’ex Tesoro.
L’attività sindacale non è l’unica prerogativa costituzionale che ha «sottratto» tempo e denaro allo Stato. Anche la democrazia ha avuto il suo costo sotto forma di permessi e aspettative per le funzioni elettive. Complessivamente questa voce ha determinato una spesa di 817.144 giornate lavorative, corrispondenti all’assenza dal servizio di 2.239 dipendenti con un costo pari a 67,1 milioni di euro. Regioni e autonomie locali varie anche in questo caso incidono per oltre 26 milioni (circa 860 dipendenti) superando scuola (14,2 milioni) e Ssn (15,6 milioni).
Gli enti più virtuosi? La presidenza del Consiglio con 59mila euro, le Forze Armate (solo 30mila euro), la Polizia (9mila euro) e la Penitenziaria (821 euro). Hanno sicuramente fatto meglio di alcuni dipendenti del ministero dell’Interno (dal quale la Polizia dipende) che hanno cumulato oltre 1.000 ore di permesso per svolgere la carica di consigliere comunale o circoscrizionale. Sempre in tema di spigolature si può segnalare che all’Inps nel 2006 sedici dipendenti si sono messi in aspettativa (un parlamentare) e 289 hanno chiesto un permesso, tra questi un eurodeputato che ha usufruito di 136 ore. D’altronde, a Strasburgo non è necessaria una presenza costante.
Infine una citazione di merito va alle organizzazioni che non hanno usufruito di alcun tipo di permesso. A Roma sono stati i collegi dei geometri, dei periti agrari, dei ragionieri e degli infermieri. Tra gli enti che non hanno inviato le segnalazioni, invece, si contano l’Inpdap, l’istituto di previdenza dei dipendenti pubblici e l’Aran, l’agenzia governativa che si occupa di contrattazione (nel 2006 c’è stato un ricambio al vertice).
Comunque, distacchi e permessi sono regolamentati dalla legge e dai contratti di lavoro. La Grosseto-Fano può aspettare.
Privatizzare si', ma con calma di Bruno Costi su Il Giornale del 28 Giugno 2008
Circolano due modi per valutare le privatizzazioni di Tremonti, uno sciocco e l’altro poco intelligente.
Quello sciocco prende le mosse dalla mancata vendita di Alitalia ad Air France, per sostenere che il ritiro dei francesi è colpa del centrodestra e non della pilatesca e velleitaria decisione del governo Prodi di mettere nelle mani dei sindacati il sì o il no alla cessione; posizione ormai irrimediabilmente radicata nel centrosinistra.
Quello poco intelligente ignora quanto scritto dal governo sulle privatizzazioni, glissa sulla storia delle cessioni dell’ultimo quindicennio e confonde una certa prudenza di Tremonti con supposto neostatalismo, scetticismo verso il mercato, addirittura antiliberismo. E purtroppo questa posizione riemerge a tratti anche nella cultura del centrodestra e rischia di essere strumentalizzata a sinistra.
La realtà a nostro avviso è assai diversa e per rendersene conto è sufficiente leggere pagina 32 e 33 del Documento di programmazione economica e finanziaria 2009-2013 dove, dopo lo stop di due anni del governo Prodi, le privatizzazioni italiane vengono ora rilanciate e se ne indicano modi, tempi e oggetti.
Apprendiamo così che in Eni, Enel e Finmeccanica, attive nei settori strategici dell’energia e della tecnologia per la difesa, lo Stato è sceso ormai al 30% del capitale e andare oltre significherebbe esporsi a take over, magari di qualche fondo sovrano, mettendo a rischio la sicurezza del Paese. Ma apprendiamo anche che, dopo quindici anni di cessioni di aziende di Stato, ormai resta ben poco da vendere, e quel poco che resta o non è appetibile perché in perdita o, se lo è, prima di vendere occorrerebbe risolvere problemi di ristrutturazione, riposizionamento, regolamentazione ancora aperti. Eppure, nonostante questo, lo «statalista Tremonti» mette nero su bianco che obiettivo del governo torna ad essere il rilancio delle privatizzazioni, offrendo al mercato 6 grandi aziende come Alitalia, Poste, Poligrafico, Sace, Fincantieri e Tirrenia. Probabilmente chi giudica non abbastanza tutto ciò ha in mente la cessione dell’intero patrimonio immobiliare dello Stato, cosa che farebbe felici molti immobiliaristi, e che resta una risorsa, anche se per il momento non tra le priorità di governo.
Ma qui vale la pena di riflettere un minuto di più sulle ragioni per cui Tremonti intende procedere con i piedi di piombo. Perché tanta prudenza?
Nasce, crediamo, dalla storia delle privatizzazioni dell’ultimo quindicennio, da quando cioè Ciampi quel 30 giugno del 1993 con una semplice direttiva, dette 30 giorni di tempo per la vendita di Enel, Ina, Comit, Credit, Imi, Stet e Agip, principalmente per abbattere il debito pubblico e rendere possibile la partecipazione italiana alla moneta unica.
Ebbene, nel periodo 1993-2005 abbiamo venduto 125 aziende, pari al 45% della proprietà industriale di Stato, al 90% delle banche, incassato 140 miliardi di euro e acquisito il primato mondiale nelle privatizzazioni dopo il Giappone. Ma il debito pubblico anziché essere abbattuto è ancora tutto lì: si è ridotto di appena lo 0,77% l'anno, da allora a oggi del 7,6%. Ne valeva la pena? L'obiettivo debito è stato fallito ma le aziende non ci sono più, vogliamo ripetere il film?
A onor del vero oltre alla riduzione del debito, le privatizzazioni servivano anche a ispessire i mercati finanziari, a diffondere l’azionariato tra le famiglie, a rendere più efficienti le aziende pubbliche, a guidare il sistema industriale privato verso innovazione e competitività. Alcuni obiettivi sono stati raggiunti, ma altri no. Per esempio, se si vuole continuare a perseguire la riduzione del debito, occorrerebbe cedere aziende, sì, ma contemporaneamente stabilizzare la finanza pubblica. Viceversa, continueremmo a vendere gli ori di famiglia per mantenere un tenore di vita e di consumo superiori alle possibilità. Inoltre occorrerebbe soprattutto proteggersi dal rischio di cedere aziende a privati non in grado di mantenere gli impegni assunti con il venditore quando in ballo ci sono interessi nazionali. Purtroppo, accanto a esempi di privatizzazioni ben riuscite, come per esempio la siderurgia Italsider di Taranto che allora perdeva e volevano chiuderla mentre oggi guadagna e si è rafforzata, ce ne sono di importanti che hanno funzionato nel rendere più efficienti le aziende, accrescere profitti e dividendi ma hanno fallito negli investimenti nelle infrastrutture necessarie alla competitività del Paese. Alla rete di Autostrade mancano 2 miliardi di investimenti, nella rete elettrica gli investimenti sono scesi del 46%, in quella telefonica del 45%. Il mercato, da solo, non ha dato la soluzione ottimale. La prudenza di Tremonti nasce qui. Non è statalismo, ma profonda conoscenza del liberismo, dei suoi vizi e delle sue virtù.
Bruno Costi
Quello sciocco prende le mosse dalla mancata vendita di Alitalia ad Air France, per sostenere che il ritiro dei francesi è colpa del centrodestra e non della pilatesca e velleitaria decisione del governo Prodi di mettere nelle mani dei sindacati il sì o il no alla cessione; posizione ormai irrimediabilmente radicata nel centrosinistra.
Quello poco intelligente ignora quanto scritto dal governo sulle privatizzazioni, glissa sulla storia delle cessioni dell’ultimo quindicennio e confonde una certa prudenza di Tremonti con supposto neostatalismo, scetticismo verso il mercato, addirittura antiliberismo. E purtroppo questa posizione riemerge a tratti anche nella cultura del centrodestra e rischia di essere strumentalizzata a sinistra.
La realtà a nostro avviso è assai diversa e per rendersene conto è sufficiente leggere pagina 32 e 33 del Documento di programmazione economica e finanziaria 2009-2013 dove, dopo lo stop di due anni del governo Prodi, le privatizzazioni italiane vengono ora rilanciate e se ne indicano modi, tempi e oggetti.
Apprendiamo così che in Eni, Enel e Finmeccanica, attive nei settori strategici dell’energia e della tecnologia per la difesa, lo Stato è sceso ormai al 30% del capitale e andare oltre significherebbe esporsi a take over, magari di qualche fondo sovrano, mettendo a rischio la sicurezza del Paese. Ma apprendiamo anche che, dopo quindici anni di cessioni di aziende di Stato, ormai resta ben poco da vendere, e quel poco che resta o non è appetibile perché in perdita o, se lo è, prima di vendere occorrerebbe risolvere problemi di ristrutturazione, riposizionamento, regolamentazione ancora aperti. Eppure, nonostante questo, lo «statalista Tremonti» mette nero su bianco che obiettivo del governo torna ad essere il rilancio delle privatizzazioni, offrendo al mercato 6 grandi aziende come Alitalia, Poste, Poligrafico, Sace, Fincantieri e Tirrenia. Probabilmente chi giudica non abbastanza tutto ciò ha in mente la cessione dell’intero patrimonio immobiliare dello Stato, cosa che farebbe felici molti immobiliaristi, e che resta una risorsa, anche se per il momento non tra le priorità di governo.
Ma qui vale la pena di riflettere un minuto di più sulle ragioni per cui Tremonti intende procedere con i piedi di piombo. Perché tanta prudenza?
Nasce, crediamo, dalla storia delle privatizzazioni dell’ultimo quindicennio, da quando cioè Ciampi quel 30 giugno del 1993 con una semplice direttiva, dette 30 giorni di tempo per la vendita di Enel, Ina, Comit, Credit, Imi, Stet e Agip, principalmente per abbattere il debito pubblico e rendere possibile la partecipazione italiana alla moneta unica.
Ebbene, nel periodo 1993-2005 abbiamo venduto 125 aziende, pari al 45% della proprietà industriale di Stato, al 90% delle banche, incassato 140 miliardi di euro e acquisito il primato mondiale nelle privatizzazioni dopo il Giappone. Ma il debito pubblico anziché essere abbattuto è ancora tutto lì: si è ridotto di appena lo 0,77% l'anno, da allora a oggi del 7,6%. Ne valeva la pena? L'obiettivo debito è stato fallito ma le aziende non ci sono più, vogliamo ripetere il film?
A onor del vero oltre alla riduzione del debito, le privatizzazioni servivano anche a ispessire i mercati finanziari, a diffondere l’azionariato tra le famiglie, a rendere più efficienti le aziende pubbliche, a guidare il sistema industriale privato verso innovazione e competitività. Alcuni obiettivi sono stati raggiunti, ma altri no. Per esempio, se si vuole continuare a perseguire la riduzione del debito, occorrerebbe cedere aziende, sì, ma contemporaneamente stabilizzare la finanza pubblica. Viceversa, continueremmo a vendere gli ori di famiglia per mantenere un tenore di vita e di consumo superiori alle possibilità. Inoltre occorrerebbe soprattutto proteggersi dal rischio di cedere aziende a privati non in grado di mantenere gli impegni assunti con il venditore quando in ballo ci sono interessi nazionali. Purtroppo, accanto a esempi di privatizzazioni ben riuscite, come per esempio la siderurgia Italsider di Taranto che allora perdeva e volevano chiuderla mentre oggi guadagna e si è rafforzata, ce ne sono di importanti che hanno funzionato nel rendere più efficienti le aziende, accrescere profitti e dividendi ma hanno fallito negli investimenti nelle infrastrutture necessarie alla competitività del Paese. Alla rete di Autostrade mancano 2 miliardi di investimenti, nella rete elettrica gli investimenti sono scesi del 46%, in quella telefonica del 45%. Il mercato, da solo, non ha dato la soluzione ottimale. La prudenza di Tremonti nasce qui. Non è statalismo, ma profonda conoscenza del liberismo, dei suoi vizi e delle sue virtù.
Bruno Costi
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RITORNANO I SIGNORNÒ di Mario Giordano su Il Giornale del 28 Giugno 2008
RITORNANO I SIGNORNÒ
di Mario Giordano
Toh, guarda: sono tornati i signornò. No alla manovra finanziaria, no alla riforma della giustizia, no agli interventi sulla sicurezza. Abbiamo perduto il dialogo, come dice Veltroni. Chissà, forse l’ha nascosto in un buco di bilancio. Comunque il centrosinistra ormai è incastrato dentro la gabbia di quello che per mesi Walter ha definito come il vero problema del centrosinistra: il fronte del no, il dissenso per partito preso, il rifiuto a priori. Noto e pericoloso virus che trasforma chi ne rimane vittima in un clone di Pecoraro Scanio. O, per ben che vada, di Diliberto.
La regola degli oltranzisti del no? Nega, nega tutto, nega anche davanti all'evidenza. Perfetto. Peccato che, in questo modo, si rischiano incidenti di percorso. Ieri, per la seconda volta in pochi giorni, un'istituzione pubblica (l'altra volta il Csm, stavolta la Ue) è stata usata di sponda come un tavolo da biliardo per far rimbalzare critiche a un provvedimento del governo. Si capisce: chi non ha forza da sé deve necessariamente appoggiarsi all'esterno. La prossima volta, però, si prega l’opposizione di verificare almeno la tenuta della stampella.
I fatti, in breve. Il ministro Maroni annuncia che verranno prese le impronte digitali ai bimbi rom. Viene fuori il finimondo. C'è chi parla di razzismo, chi di fascismo, chi di discriminazione, si fanno scendere in campo addirittura i sopravvissuti dei lager, si paragona una banale misura di polizia allo sterminio degli ebrei. (Il senso delle proporzioni, evidentemente, si deve essere perso dentro l'urna elettorale).
A un certo punto esce pure il solito lancio di agenzia: l'Unione europea contraria al provvedimento italiano. E ai nuovi signornò in cerca di stampella non par vero di scatenarsi sull’onda del nazismo: «barbara idea», «si torna alla stella gialla», «a quando il numero tatuato sul braccio?», «tradito il concetto di umanità». Poffarbacco, parole grosse: peccato che nell'attesa di tradire il concetto di umanità, sia stato tradito il concetto di verità. «Non ci siamo mai espressi sul provvedimento», smentisce tutto a metà pomeriggio l'Unione europea. Il solito equivoco. Il secondo in pochi giorni. Nel frattempo, però, sull'equivoco il caso era montato come la panna. Panna acida, peraltro.
Eppure sarebbe bastato poco per scoprire che le impronte digitali ai bambini sono previste da una norma Ue (regolamento numero 230 pubblicato in Gazzetta ufficiale il 29 aprile 2008) che riguarda gli extracomunitari. Sì, si dice, ma i bambini rom possono essere comunitari. E come fai a saperlo se non li identifichi? E poi perché, per i nostri illuminati di sinistra, prendere le impronte a un piccolo senegalese che sta tranquillo in braccio alla sua mamma è cosa buona e giusta mentre prenderle a un piccolo romeno che ruba i portafogli è un atto di discriminazione? «Trattandosi di un rilievo segnaletico può essere adottato», conferma il presidente emerito della Corte costituzionale Onida. E un magistrato del tribunale dei minori di Milano confida oggi al Giornale: «Noi lo facciamo da tempo».
In effetti, il vero scandalo non sono le impronte digitali. È il modo in cui vivono i bambini rom. E i veri razzisti, i veri barbari sono quelli che, non facendo nulla, hanno consentito che tutto questo continuasse, indisturbato per anni: bambini picchiati e costretti a mendicare, bambini mutilati per fare più compassione, bambini mandati a rubare e a prostituirsi, bambini minacciati, laceri, obbligati a restare agli angoli delle strade fino a notte quando tornano stremati ai loro cartoni infestati dai topi, bambini calpestati, tenuti al guinzaglio, usati addirittura come cavie per addestrare i cani da combattimento. Ora finalmente c’è qualcuno che interviene, che prova a dire basta a questi orrori. Ma la sinistra fighetta dell’ultima spiaggia storce il naso. In effetti a loro non sta a cuore risolvere il problema, l'unica cosa che importa è sollevare la polemica di giornata: non si sono mai interessati alle vite di questi bimbi, ora si interessano alle loro impronte digitali. E parlano di razzismo, senza accorgersi che l'unica razza è la loro. Razza di signornò, che sono rimasti.
Mario Giordano
di Mario Giordano
Toh, guarda: sono tornati i signornò. No alla manovra finanziaria, no alla riforma della giustizia, no agli interventi sulla sicurezza. Abbiamo perduto il dialogo, come dice Veltroni. Chissà, forse l’ha nascosto in un buco di bilancio. Comunque il centrosinistra ormai è incastrato dentro la gabbia di quello che per mesi Walter ha definito come il vero problema del centrosinistra: il fronte del no, il dissenso per partito preso, il rifiuto a priori. Noto e pericoloso virus che trasforma chi ne rimane vittima in un clone di Pecoraro Scanio. O, per ben che vada, di Diliberto.
La regola degli oltranzisti del no? Nega, nega tutto, nega anche davanti all'evidenza. Perfetto. Peccato che, in questo modo, si rischiano incidenti di percorso. Ieri, per la seconda volta in pochi giorni, un'istituzione pubblica (l'altra volta il Csm, stavolta la Ue) è stata usata di sponda come un tavolo da biliardo per far rimbalzare critiche a un provvedimento del governo. Si capisce: chi non ha forza da sé deve necessariamente appoggiarsi all'esterno. La prossima volta, però, si prega l’opposizione di verificare almeno la tenuta della stampella.
I fatti, in breve. Il ministro Maroni annuncia che verranno prese le impronte digitali ai bimbi rom. Viene fuori il finimondo. C'è chi parla di razzismo, chi di fascismo, chi di discriminazione, si fanno scendere in campo addirittura i sopravvissuti dei lager, si paragona una banale misura di polizia allo sterminio degli ebrei. (Il senso delle proporzioni, evidentemente, si deve essere perso dentro l'urna elettorale).
A un certo punto esce pure il solito lancio di agenzia: l'Unione europea contraria al provvedimento italiano. E ai nuovi signornò in cerca di stampella non par vero di scatenarsi sull’onda del nazismo: «barbara idea», «si torna alla stella gialla», «a quando il numero tatuato sul braccio?», «tradito il concetto di umanità». Poffarbacco, parole grosse: peccato che nell'attesa di tradire il concetto di umanità, sia stato tradito il concetto di verità. «Non ci siamo mai espressi sul provvedimento», smentisce tutto a metà pomeriggio l'Unione europea. Il solito equivoco. Il secondo in pochi giorni. Nel frattempo, però, sull'equivoco il caso era montato come la panna. Panna acida, peraltro.
Eppure sarebbe bastato poco per scoprire che le impronte digitali ai bambini sono previste da una norma Ue (regolamento numero 230 pubblicato in Gazzetta ufficiale il 29 aprile 2008) che riguarda gli extracomunitari. Sì, si dice, ma i bambini rom possono essere comunitari. E come fai a saperlo se non li identifichi? E poi perché, per i nostri illuminati di sinistra, prendere le impronte a un piccolo senegalese che sta tranquillo in braccio alla sua mamma è cosa buona e giusta mentre prenderle a un piccolo romeno che ruba i portafogli è un atto di discriminazione? «Trattandosi di un rilievo segnaletico può essere adottato», conferma il presidente emerito della Corte costituzionale Onida. E un magistrato del tribunale dei minori di Milano confida oggi al Giornale: «Noi lo facciamo da tempo».
In effetti, il vero scandalo non sono le impronte digitali. È il modo in cui vivono i bambini rom. E i veri razzisti, i veri barbari sono quelli che, non facendo nulla, hanno consentito che tutto questo continuasse, indisturbato per anni: bambini picchiati e costretti a mendicare, bambini mutilati per fare più compassione, bambini mandati a rubare e a prostituirsi, bambini minacciati, laceri, obbligati a restare agli angoli delle strade fino a notte quando tornano stremati ai loro cartoni infestati dai topi, bambini calpestati, tenuti al guinzaglio, usati addirittura come cavie per addestrare i cani da combattimento. Ora finalmente c’è qualcuno che interviene, che prova a dire basta a questi orrori. Ma la sinistra fighetta dell’ultima spiaggia storce il naso. In effetti a loro non sta a cuore risolvere il problema, l'unica cosa che importa è sollevare la polemica di giornata: non si sono mai interessati alle vite di questi bimbi, ora si interessano alle loro impronte digitali. E parlano di razzismo, senza accorgersi che l'unica razza è la loro. Razza di signornò, che sono rimasti.
Mario Giordano
Friday, June 27, 2008
E' possibile e come per l'Italia rientrare nel nucleare? di Alberto Clo su NoisefromAmerika del 21 giugno 2008
In cui si spiega come, in tema di energia nucleare, la realtà delle cose, in Italia, è ben altra da quel che si cerca di rappresentare e che le risposte ai problemi da risolvere sono molto ma molto più complesse di quanto appaia dalle semplicistiche posizioni espresse nel dibattito che si è acceso al riguardo.
A 20 anni esatti dall’azzeramento di ogni produzione nucleare nel nostro Paese; a 27 anni dall’ultima centrale realizzata (da Enel a Caorso, vicino a Piacenza); a circa 40 anni dalla relativa procedura di licensing, è possibile rientrarvi e a quali condizioni? E’ possibile, in altri termini, dopo aver distrutto tutto il sapere di cui disponevamo – scientifico, progettuale, manifatturiero, gestionale – realizzare in tempi brevi nuove centrali nucleari, come Enel va dichiarando, dicendosi pronta a realizzare “5 centrali da 1.800 MWe in 8 anni” (3 per l’autorizzazione, 5 per la costruzione). Roba, che se vera, farebbe schiattare di rabbia i francesi? Ancora: è possibile, per tale via, contrastare il caro-petrolio e ridurre l’enorme svantaggio competitivo nei costi/prezzi elettrici verso l’Europa?
Il meno che si possa dire è che la realtà delle cose è ben altra da quel che si cerca di rappresentare e che le risposte ai problemi da risolvere sono molto ma molto più complesse di quanto appaia dalle semplicistiche posizioni espresse nel dibattito che si è acceso al riguardo. Dibattito teso, ieri come oggi, più a far la conta dei favorevoli e dei contrari al nucleare, per fini squisitamente politici, che a comprendere se quel che si propone abbia un qualche minimo fondamento e, soprattutto, quali siano le condizioni per darvi concreto seguito.
E’ mia opinione – e lo dico essendo stato tra i pochi che si batterono contro il referendum del 1987 e contro chi oggi ne parla a sproposito o se ne dice pentito (alla Chicco Testa, per intenderci) – che il rientro nel nucleare non possa che realizzarsi in un’ottica di lungo periodo e non come concreta e ravvicinata possibilità di ridurre significativamente i costi dell’elettricità. Non illudiamoci. A parte il fatto che per riuscirvi bisognerebbe realizzare molte e non poche centrali, concorrono ad impedirlo, accanto a ragioni d’ordine sociale, in un paese che non riesce a realizzare una discarica, un rigassificatore, un termovalorizzatore, altre d’ordine economico. In sintesi: l’incompatibilità del nucleare con la logica di mercato che connota oggi i sistemi elettrici e che governa le decisioni degli investitori e finanziatori.
E’ proprio il mercato che spiega l’innegabile impasse in cui il nucleare versa – checché se ne dica – nell’intero mondo industrializzato. Sulle 35 centrali attualmente in costruzione nel mondo (di cui 13 bloccate), 20 sono nei paesi emergenti (in molti casi in regimi non propriamente democratici) e appena 5 nei paesi industrializzati. Nessuna negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Germania, in Canada, in Spagna. Negli Stati Uniti, l’ultimo kWh ordinato risale al 1978, mentre dal 1990 si sono costruite in quel paese centrali a metano per 220.000 MW. Tra 1970 e 1990 si sono costruite nel mondo 17 centrali nucleari ogni anno. Dal 1990 al 2005 appena 1,7 all'anno, per lo più nei paesi emergenti. I dati, nudi e crudi, sono questi. Venute meno le condizioni che in passato favorirono gli investitori (enormi aiuti di stato, assetti monopolistici che garantivano la domanda, prezzi che coprivano i costi remunerati), essi hanno volto le loro preferenze là dove i costi di capitale sono di gran lunga inferiori; dove rischi ed incertezze di mercato sono molto minori; dove i rientri degli investimenti sono molto più rapidi. Dove, in sostanza, la redditività è più certa e maggiore (in primis: metano) o dove addirittura è garantita (con i lauti sussidi alle mitiche quanto marginali rinnovabili).
Morale: le convenienze di mercato disincentivano oggi investimenti di lungo periodo, come sono tipicamente quelli nel nucleare. Piaccia o no, ma è così. Non a caso, l’unica centrale in costruzione in Europa, in Finlandia, è stata realizzata grazie ad un modello societario che bypassa il mercato (e grazie ad aiuti di Stato che la Commissione Europea ha messo sotto indagine), attraverso una partnership chiusa tra produttori e grandi consumatori che si sono impegnati a ritirare la produzione nell’intera vita della centrale a prezzi ancorati ai costi remunerati. Quel che ha azzerato ogni rischio di mercato, con la disponibilità delle banche a finanziare la centrale a tassi la metà di quelli altrimenti praticati.
Conclusione: in passato erano gli Stati a decidere se investire o no nel nucleare, oggi è il mercato. Accapigliarsi su quanto costi il nucleare rispetto alle altre fonti – confronto per altro difficilissimo – ha poco senso. Quel che conta è, infatti, la valutazione di convenienza che ne fanno imprese e banche, che rischiano del loro denaro. Se ne sono convinte, è perché ritengono che il nucleare sia vincente nel gioco del mercato.
Il ruolo degli Stati oggi è altro da quello del passato: è garantire certezza dei processi autorizzativi; definire standards e vincoli di sicurezza; predisporre organismi di vigilanza e di controllo altamente specializzati (in Italia sono stati sostanzialmente cancellati e vanno interamente ricostruiti); concorrere a individuare i siti delle centrali e quelli per smaltire le scorie (ed i modi con cui farlo); definire le politiche di regolazione. La decisione ultima resterà, comunque, degli investitori privati. Allo stato delle cose il loro interesse nella quasi generalità dei paesi industrializzati non va affatto palesandosi (Enel a parte), così che l’Agenzia di Parigi (un organismo associato all’OCSE e non un covo di anti-nuclearisti) stima, sulla base degli ordinativi in essere, solo una leggera crescita del nucleare nel mondo da qui al 2030, contro un raddoppio della complessiva produzione elettrica, con un conseguente calo della quota del nucleare di 6 punti, al 9%.
Essere realistici non significa, tuttavia, escludere che il nostro Paese debba e possa riprendere la via del nucleare in un futuro non immediato, ma da costruire, comunque, da subito. L’orizzonte internazionale è l’unica prospettiva entro cui farlo: puntando a recuperare e valorizzare il poco sapere rimasto; aggregandosi all’altrui impegno di ricerca; ripartendo, in buona sostanza, da zero: sul piano industriale, gestionale, istituzionale. Dire altrimenti, in modo strumentale e fazioso, è truccare le carte in tavola. Perché questa prospettiva si traduca in fatti è necessario disegnare una chiara e credibile strategia di lungo periodo che fissi gli obiettivi da raggiungere e in che tempi; definisca l’assetto delle responsabilità nel rapporto pubblico-privato; quantifichi le risorse finanziarie che si intendono impegnare nella ricerca e a carico di chi; chiarisca in anticipo le politiche di regolazione dei mercati tali da ridurre le incertezze per gli investitori senza gravare sui consumatori o sui contribuenti. In altri termini: senza che si adottino altri sussidi simili a quelli che vanno gonfiando le bollette elettriche per sostenere le fonti rinnovabili (quantificabili nel solo fotovoltaico in 10 miliardi di euro nei prossimi 12 anni): con rendite a beneficio di pochi privati e a carico dell’intera utenza (ad oggi circa 40 miliardi di euro).
Una strategia che richiede chiarezza di intenti, determinazione nel perseguirli, continuità d’azione, e, non ultimo, piena condivisione politica (dati i lunghissimi tempi del potenziale rientro, non meno di 15-20 anni), onde evitare altri “Stretti di Messina”: ovvero che quel che una parte politica avvia, l’altra smantella. Senza nessuna illusione, comunque, di poter rimediare in breve ai morsi sempre più dolorosi della crisi energetica e agli sciagurati errori di venti anni fa. Di illusioni, sprechi, fallimenti nel nucleare ne abbiamo già patiti troppi in passato per poterne sopportare di altri in futuro.
L’articolo è apparso originariamente sul numero del 16 Giugno 2008 de L'Arengo del Viaggiatore
A 20 anni esatti dall’azzeramento di ogni produzione nucleare nel nostro Paese; a 27 anni dall’ultima centrale realizzata (da Enel a Caorso, vicino a Piacenza); a circa 40 anni dalla relativa procedura di licensing, è possibile rientrarvi e a quali condizioni? E’ possibile, in altri termini, dopo aver distrutto tutto il sapere di cui disponevamo – scientifico, progettuale, manifatturiero, gestionale – realizzare in tempi brevi nuove centrali nucleari, come Enel va dichiarando, dicendosi pronta a realizzare “5 centrali da 1.800 MWe in 8 anni” (3 per l’autorizzazione, 5 per la costruzione). Roba, che se vera, farebbe schiattare di rabbia i francesi? Ancora: è possibile, per tale via, contrastare il caro-petrolio e ridurre l’enorme svantaggio competitivo nei costi/prezzi elettrici verso l’Europa?
Il meno che si possa dire è che la realtà delle cose è ben altra da quel che si cerca di rappresentare e che le risposte ai problemi da risolvere sono molto ma molto più complesse di quanto appaia dalle semplicistiche posizioni espresse nel dibattito che si è acceso al riguardo. Dibattito teso, ieri come oggi, più a far la conta dei favorevoli e dei contrari al nucleare, per fini squisitamente politici, che a comprendere se quel che si propone abbia un qualche minimo fondamento e, soprattutto, quali siano le condizioni per darvi concreto seguito.
E’ mia opinione – e lo dico essendo stato tra i pochi che si batterono contro il referendum del 1987 e contro chi oggi ne parla a sproposito o se ne dice pentito (alla Chicco Testa, per intenderci) – che il rientro nel nucleare non possa che realizzarsi in un’ottica di lungo periodo e non come concreta e ravvicinata possibilità di ridurre significativamente i costi dell’elettricità. Non illudiamoci. A parte il fatto che per riuscirvi bisognerebbe realizzare molte e non poche centrali, concorrono ad impedirlo, accanto a ragioni d’ordine sociale, in un paese che non riesce a realizzare una discarica, un rigassificatore, un termovalorizzatore, altre d’ordine economico. In sintesi: l’incompatibilità del nucleare con la logica di mercato che connota oggi i sistemi elettrici e che governa le decisioni degli investitori e finanziatori.
E’ proprio il mercato che spiega l’innegabile impasse in cui il nucleare versa – checché se ne dica – nell’intero mondo industrializzato. Sulle 35 centrali attualmente in costruzione nel mondo (di cui 13 bloccate), 20 sono nei paesi emergenti (in molti casi in regimi non propriamente democratici) e appena 5 nei paesi industrializzati. Nessuna negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Germania, in Canada, in Spagna. Negli Stati Uniti, l’ultimo kWh ordinato risale al 1978, mentre dal 1990 si sono costruite in quel paese centrali a metano per 220.000 MW. Tra 1970 e 1990 si sono costruite nel mondo 17 centrali nucleari ogni anno. Dal 1990 al 2005 appena 1,7 all'anno, per lo più nei paesi emergenti. I dati, nudi e crudi, sono questi. Venute meno le condizioni che in passato favorirono gli investitori (enormi aiuti di stato, assetti monopolistici che garantivano la domanda, prezzi che coprivano i costi remunerati), essi hanno volto le loro preferenze là dove i costi di capitale sono di gran lunga inferiori; dove rischi ed incertezze di mercato sono molto minori; dove i rientri degli investimenti sono molto più rapidi. Dove, in sostanza, la redditività è più certa e maggiore (in primis: metano) o dove addirittura è garantita (con i lauti sussidi alle mitiche quanto marginali rinnovabili).
Morale: le convenienze di mercato disincentivano oggi investimenti di lungo periodo, come sono tipicamente quelli nel nucleare. Piaccia o no, ma è così. Non a caso, l’unica centrale in costruzione in Europa, in Finlandia, è stata realizzata grazie ad un modello societario che bypassa il mercato (e grazie ad aiuti di Stato che la Commissione Europea ha messo sotto indagine), attraverso una partnership chiusa tra produttori e grandi consumatori che si sono impegnati a ritirare la produzione nell’intera vita della centrale a prezzi ancorati ai costi remunerati. Quel che ha azzerato ogni rischio di mercato, con la disponibilità delle banche a finanziare la centrale a tassi la metà di quelli altrimenti praticati.
Conclusione: in passato erano gli Stati a decidere se investire o no nel nucleare, oggi è il mercato. Accapigliarsi su quanto costi il nucleare rispetto alle altre fonti – confronto per altro difficilissimo – ha poco senso. Quel che conta è, infatti, la valutazione di convenienza che ne fanno imprese e banche, che rischiano del loro denaro. Se ne sono convinte, è perché ritengono che il nucleare sia vincente nel gioco del mercato.
Il ruolo degli Stati oggi è altro da quello del passato: è garantire certezza dei processi autorizzativi; definire standards e vincoli di sicurezza; predisporre organismi di vigilanza e di controllo altamente specializzati (in Italia sono stati sostanzialmente cancellati e vanno interamente ricostruiti); concorrere a individuare i siti delle centrali e quelli per smaltire le scorie (ed i modi con cui farlo); definire le politiche di regolazione. La decisione ultima resterà, comunque, degli investitori privati. Allo stato delle cose il loro interesse nella quasi generalità dei paesi industrializzati non va affatto palesandosi (Enel a parte), così che l’Agenzia di Parigi (un organismo associato all’OCSE e non un covo di anti-nuclearisti) stima, sulla base degli ordinativi in essere, solo una leggera crescita del nucleare nel mondo da qui al 2030, contro un raddoppio della complessiva produzione elettrica, con un conseguente calo della quota del nucleare di 6 punti, al 9%.
Essere realistici non significa, tuttavia, escludere che il nostro Paese debba e possa riprendere la via del nucleare in un futuro non immediato, ma da costruire, comunque, da subito. L’orizzonte internazionale è l’unica prospettiva entro cui farlo: puntando a recuperare e valorizzare il poco sapere rimasto; aggregandosi all’altrui impegno di ricerca; ripartendo, in buona sostanza, da zero: sul piano industriale, gestionale, istituzionale. Dire altrimenti, in modo strumentale e fazioso, è truccare le carte in tavola. Perché questa prospettiva si traduca in fatti è necessario disegnare una chiara e credibile strategia di lungo periodo che fissi gli obiettivi da raggiungere e in che tempi; definisca l’assetto delle responsabilità nel rapporto pubblico-privato; quantifichi le risorse finanziarie che si intendono impegnare nella ricerca e a carico di chi; chiarisca in anticipo le politiche di regolazione dei mercati tali da ridurre le incertezze per gli investitori senza gravare sui consumatori o sui contribuenti. In altri termini: senza che si adottino altri sussidi simili a quelli che vanno gonfiando le bollette elettriche per sostenere le fonti rinnovabili (quantificabili nel solo fotovoltaico in 10 miliardi di euro nei prossimi 12 anni): con rendite a beneficio di pochi privati e a carico dell’intera utenza (ad oggi circa 40 miliardi di euro).
Una strategia che richiede chiarezza di intenti, determinazione nel perseguirli, continuità d’azione, e, non ultimo, piena condivisione politica (dati i lunghissimi tempi del potenziale rientro, non meno di 15-20 anni), onde evitare altri “Stretti di Messina”: ovvero che quel che una parte politica avvia, l’altra smantella. Senza nessuna illusione, comunque, di poter rimediare in breve ai morsi sempre più dolorosi della crisi energetica e agli sciagurati errori di venti anni fa. Di illusioni, sprechi, fallimenti nel nucleare ne abbiamo già patiti troppi in passato per poterne sopportare di altri in futuro.
L’articolo è apparso originariamente sul numero del 16 Giugno 2008 de L'Arengo del Viaggiatore
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