Friday, December 21, 2007

Incontro a New York with Epifani, riportato il 17 Dicember 2007 da www.noisefromamerika.org

Accludo una cronaca del recente incontro newyorkese di Epifani, perche' credo spieghi benissimo le radici dei problemi italiani. l'hanno scritta due giovani economisti italiani che lavorano a New York e contribuiscono al blog www.noisefromamerika.org, che e' molto interessante, animato da economisti italiani che vivono e lavorano negli Usa.

Siamo andati a sentire Epifani
di gian luca clementi e giorgio topa, 17 Dicembre 2007
Una decina di giorni addietro abbiamo presenziato ad un incontro di Guglielmo Epifani con un estratto della comunità italiana a New York. L'evento si è tenuto nella elegante cornice della Casa Italiana Zerilli-Marimò, alla New York University.

Prima di addentrarci nella cronaca ed analisi dell'incontro, vorremmo menzionare un semplice fatto di costume che a nostro avviso esemplifica differenze di fondo importanti tra italiani e americani. L'evento si teneva nella piccola biblioteca dell'istituto. Epifani e Gaggi, il giornalista del Corriere che si è gentilmente prestato a fare da moderatore, sedevano ad un lato del tavolo che occupa buona parte della stanza. Ebbene, coloro che sono arrivati tra i primi hanno occupato tutte le sedie appoggiate alle pareti e agli scaffali, lasciando le sedie attorno al tavolo ai ritardatari. Se gli astanti fossero stati americani, si sarebbe verificato l'esatto opposto. I primi si sarebbero seduti nei posti che avrebbero dato loro una maggiore visibilità dell'ospite, una maggiore facilità di ascolto, e infine una maggiore chance di prendere la parola. Che si tratti di deferenza e/o diffidenza per il potere, più o meno costituito? O che altro?

Sindacato in difficoltà. L'unica parte dell'incontro in cui Epifani ha fornito un'analisi lucida è stata quella dedicata alle difficoltà che il sindacato incontra a seguito dei processi che Epifani e molti altri chiamano globalizzazione e finanziarizzazione. Entrambi i neologismi ci paiono particolarmente fastidiosi, ma non ci soffermiamo sul perché in questa sede.

La globalizzazione è un problema per due motivi. Venute a cadere molte delle barriere all'investimento diretto all'estero, il sindacato si trova spesso in posizioni negoziali molto deboli di fronte ad imprese che minacciano di portare la produzione all'estero. Al buon Epifani e ai suoi colleghi non è sfuggito che il problema non sarebbe così grave se i sindacati delle varie nazioni facessero fronte unito di fronte alle imprese. L'obiettivo principale del suo viaggio a New York era la partecipazione a un incontro che gettasse le basi di una sorta di internazionale del sindacato. A noi pare ovvio che il tentativo cadrà nel vuoto, perché i sindacati europei non riusciranno mai a convincere i colleghi dei paesi in via di sviluppo a osteggiare i flussi di foreign direct investment che provengono dai paesi ricchi. L'altro problema dovuto alla globalizzazione consiste nel fatto che molte delle normative osteggiate dai sindacati non hanno origine a Roma, bensì a Bruxelles e in consessi extra-europei come la World Trade Organization. Al sindacato viene a mancare quello che consideravano il referente naturale, ossia il governo.

Secondo Epifani, la finanziarizzazione, che non è altro che il frazionamento della proprietà delle imprese, sarebbe un problema perché, a differenza del padrone, il management non ha un forte attaccamento al territorio ed è portatore di interessi che spesso sono assai più difficili da comprendere e prevedere. Una delle perle di saggezza di Epifani a questo proposito è stata che gli hedge funds inducono scelte d'investimento discutibili da parte delle aziende. Quale sia il modello o ragionamento che generi questo risultato, non è dato sapere.

Dirigismo. Ciò che ci ha provocato particolare raccapriccio è stato il continuo riferimento al ruolo, secondo il Nostro irrinunciabile, che lo Stato, il Sindacato, e addirittura le organizzazioni sovra-nazionali dovrebbero giocare nell'organizzazione della vita dei cittadini. Si lamenta il declino dei mirabili distretti industriali italiani? Ebbene, lo Stato (ovviamente in consultazione con il Sindacato) dovrebbe far crescere nuovi distretti. La contrattazione che porta ai contratti nazionali di lavoro dovrebbe essere coordinata a livello europeo, non solo nazionale. E addirittura le fluttuazioni nei corsi di cambio fra valute dovrebbero essere governate da una regolazione "pluralistica" e sovranazionale dei mercati di cambio. Tra le varie espressioni che Epifani ha usato per indicare questo ruolo, una che ci ha colpiti è il "governo dei sistemi complessi." Secondo il sindacalista, lo stato deprecabile sia dei trasporti che delle università italiane sarebbe dovuto alla supposta incapacità italiana di governare sistemi che, come appunto i trasporti e l'università, sono complessi. Cosa esattamente intendesse con 'sistemi complessi', non è dato sapere. Ci pare una di quelle locuzioni fumose usate dagli esperti di economia aziendale quando si accorgono che non hanno proprio nulla da dire. Sappiamo però molto bene cosa intendesse quando parlava di "governo" di quei sistemi. Intendeva: regolazione, regolamentazione, e molto più spesso fornitura diretta di servizi da parte dello Stato. In questa sede, limitiamoci a considerare le università, che conosciamo bene sia da studenti che da docenti. È noto a tutti che i Paesi in cui le Università producono migliore ricerca e migliore educazione sono quelle in cui il ruolo del governo è inferiore. Quale il movente, dunque, che porta gente come Epifani ad invocare lo Stato? Cecità intellettuale di matrice ideologica, o più semplicemente brama di potere? Una brama molto più facile da soddisfare quando si tiene il guinzaglio ben stretto nella mano? Quando si accenna alla casta dominante italiana (politici, sindacalisti, capitani e tenentelli d'industria), siamo spesso convinti che l'ideologia c'entri ben poco. Ne fa testo il continuo rimescolarsi delle alleanze politico-economico-finanziarie. Nel caso di Epifani, però, siamo propensi a ipotizzare che l'ideologia abbia avuto un ruolo determinante nella crescita di quelle spesse fettine di prosciutto che non gli permettono di vedere poco più in là del proprio naso.

Precariato. Ovviamente, il Nostro non ha mancato l'occasione di propinarci una tirata sul precariato. La stabilità del posto di lavoro è la stella cometa non solo del nostro relatore, ma di tutta la sinistra italiana. A questo proposito, Gian Luca ha avuto la possibilità di porre una domanda, semplice semplice. Si è limitato a chiedere ad Epifani perché fosse così ossessionato dalla stabilità del posto, piuttosto che dalla stabilità (o, meglio, prevedibilità) dei consumi. Negli Stati Uniti, la maggior parte dei lavoratori è licenziabile 'at will', cioe' senza pre-avviso e senza motivazione. Perché gli americani, sebbene questa spada di Damocle sia sempre in agguato, riescono a dormire? Perché non fanno processioni a Washington, modello Piazza San Giovanni? Per una serie di buone ragioni: 1) il mercato del lavoro è molto più flessibile, sicché perdere il posto non significa essere condannati a mesi, se non anni di disoccupazione 2) c'è un sistema di assicurazione pubblica contro i licenziamenti, noto come unemployment insurance e 3) ci sono mercati finanziari che, permettendo accesso al credito al consumo, consentono ai più di mantenere stabili i livelli di spesa anche in periodi di disoccupazione. Allo stesso tempo, la flessibilità del sistema fa sì che vi sia una continua riallocazione di risorse umane tra imprese. Tale flessibilità gioca un ruolo chiave in termini di crescita della produttività. Purtroppo Epifani non ha risposto. Si è limitato a contro-battere che la mobilità dei lavoratori nel settore privato è molto forte, che il volume di riallocazione in Italia è paragonabile a quello degli Stati Uniti, e che il problema non è l'articolo 18. Tempo medio allocato da Epifani alle altre risposte: 15 minuti. Tempo utilizzato per rispondere a Gian Luca: 15 secondi.

Pensioni. In materia di pensioni, Epifani ci ha sorpresi. Non ha proposto alcuna soluzione, ma ha perlomeno ammesso, cosa non da poco, che la dinamica demografica pone un problema di difficile soluzione. Alcuni suoi colleghi si sarebbero rifugiati in una inutile refutazione dei dati. Onore dunque al prode Guglielmo, che si è guardato dal farlo.

Salari e meritocrazia. Dopo il recente intervento del Governatore Draghi a proposito del livello medio dei redditi in Italia, la questione della bassezza dei salari italiani è diventata il leitmotiv del pubblico dibattito in Italia. Dopo aver sostenuto che "il 90% degli stipendi italiani è compreso fra i 1.000 e i 1.500 euro netti mensili", Epifani ha commentato la sua recente proposta di ridurre il prelievo fiscale dei lavoratori dipendenti per un ammontare pari a circa un punto percentuale di PIL. Questo però non tanto allo scopo di ridurre la spesa pubblica (ci mancherebbe!) quanto per poter aumentare la tassazione del patrimonio! E quando Gaggi ed altri hanno argomentato che i bassi livelli di crescita e produttività oggi osservati in Italia (cosa di cui lo stesso Epifani si è lamentato, badate bene!) sono legati alla mancanza di meritocrazia, di flessibilità e di incentivi appropriati, Epifani ha ribattuto "Già abbiamo difficoltà ad ottenere 80-90 Euro di aumento, figuriamoci se possiamo spingere la meritocrazia!" Questa miopia ci sembra davvero illuminante: l'enfasi del dibattito in Italia raramente è posta su modi possibili di aumentare la dimensione della torta (cioè, stimolare la crescita); viene posta invece quasi interamente su questioni di redistribuzione. Si propone di ridurre la pressione fiscale sul lavoro dipendente per aumentarla sul patrimonio; si osserva che se un amministratore delegato prende 12-15 milioni di Euro al mese mentre un operaio ne prende 1.000, ciò "crea un problema"; si lamenta la mancanza di innovazione e di investimenti da parte delle imprese, ma poi ci si barrica dietro le battaglie salariali invece di pensare alla ricerca di flessibilità ed incentivi appropriati... La chiusura è stata avvincente. Secondo Epifani, l'Italia sta importando sistemi di compensazione degli alti dirigenti dagli Stati Uniti. Con tali sistemi, si riferisce ai compensi degli AD, per esempio, commisurati all'andamento delle azioni delle rispettive aziende, si rischia di introdurre invidia nella società italica, invidia che potrebbe avere effetti deleteri...

Conclusione. Ci siamo divertiti. Come non avremmo potuto? A pensarci bene, però, viene da piangere. Epifani è a tutti gli effetti elemento di quella che D'Alema, con la sua solita spocchia, chiama classe dirigente. Con D'Alema condivide l'età (li separa un solo anno), gli studi di filosofia (almeno Epifani il pezzo di carta l'ha preso), l'indubbia intelligenza, e il fatto che sono riusciti ad arrivare vicini ai sessant'anni senza aver mai lavorato un'ora in vita loro. (A tale proposito, si veda wikipedia). Il problema veramente grave, però, è che Epifani, e con lui maggior parte della classe dirigente, non ci capiscono proprio nulla. Usano schemi interpretativi della realtà che sono morti e sepolti, e non riescono a staccarsi da questi neanche di un millimetro. E con tutto ciò, ben pochi osano mettere in discussione il vecchio e collaudato modello, la concertazione, i contratti nazionali, il ruolo preminente che lo Stato stesso conferisce al Sindacato per qualsiasi questione di politica economica. Come al solito, non ci resta che piangere.