Il Nero
L’imposizione fiscale in Italia raggiunge oltre il 45% del reddito prodotto dai contribuenti. Solo una piccola parte dei proventi del fisco serve a far funzionare i servizi pubblici
Matteo Mattia GEMIGNANI - Nel nostro paese persiste da anni il problema della c.d. “economia sommersa”. Il fenomeno, peculiarmente tutto italiano, è ampiamente diffuso tra imprenditori e commercianti appartenenti a tutte le fasce di mercato. Sebbene esistano aree geografiche e categorie commerciali che si distinguono per una loro più spiccata virtù in materia, studi a livello nazionale rendono noto che quasi un terzo dell’economia italiana (circa il 20% del prodotto interno lordo) non passa attraverso il vaglio del fisco, con grosso danno per le casse dello Stato e di tutti i cittadini. Questo fiume carsico di denaro rappresenta un tesoro di cui l’attuale ministro dell’economia non intende privarsi.
Da anni la guardia di finanza ed in generale lo Stato, attraverso politiche più o meno severe in materia, tentano di arginare il problema. Fatto caratteristico dei governi presieduti da Prodi è proprio quello di dichiarare aspra guerra agli evasori e promuovere la propria azione tramite il braccio armato del fisco. Se in passato sono stati studiati sistemi automatici per il controllo dei contribuenti come il “redditometro”, una volta dimostrato il loro dubbio rispetto dei valori costituzionali e gli scarsi risultati pratici, oggi si è passati alla “falange oplitica” degli ispettori. Migliaia di assunzioni stagionali, incarichi e fondi speciali, tutti destinati a rastrellare la penisola a caccia del “denaro nero”. Durante la passata estate la falange ha mietuto vittime sui litorali e in tutte le località turistiche, per passare poi ai centri e alle città principali. Tramite un uso improprio l’arma ha colpito in modo casuale solo alcune delle fasce dei commercianti e piccoli imprenditori caricandoli di pene pecuniarie esemplari e minando pericolosamente alla medio-piccola impresa già prossima alla rovina.
Questa battaglia, che ha visto schierati, da un lato, una falange armata fino ai denti e, dall’altro, una categoria di commercianti che lotta quotidianamente per la propria sopravvivenza, ha prodotto un risultato storico, per il quale è stato addirittura coniato un neologismo prodiano: il “tesoretto”. L’extragettito è stato prima promesso all’una e l’altra fazione e poi disperso millantando aiuti ai giovani e alle famiglie. Gli ultimi dati pervenuti evidenziano un aumento dei controlli sui contribuenti del 62%, e degli introiti del 12%.
Fatto strano, quello dei “governi Prodi”, è che nessuno dei suoi membri abbia mai indagato le ragioni economiche per cui sussista e persista il fenomeno.
L’imposizione fiscale in Italia raggiunge oltre il 45% del reddito prodotto dai contribuenti. Solo una piccola parte dei proventi del fisco serve a far funzionare i servizi pubblici, il resto viene disperso nei meandri amministrativi e serve a mantenere in vita la lenta macchina burocratica. Se sommiamo alla pressione fiscale l’elevata inflazione, le forti accise per l’acquisto dei beni fondamentali, risulta evidente che per far quadrare i conti del bilancio familiare degli italiani è necessaria una soluzione che permetta di trattenere parte degli utili. Preso atto dell’incapacità dello Stato di fornire servizi di qualità e dello sproporzionato carico fiscale che grava sul cittadino ecco spiegato il fenomeno dell’economia sommersa.
Il precedente governo Berlusconi si proponeva di risolvere il problema con altri mezzi, ovvero tramite la riduzione della pressione fiscale, con la semplificazione del sistema di prelievo, e assicurando una migliore qualità dei servizi pubblici. In generale l’azione di governo puntava non a punire il cittadino ma a risolvere il problema alla radice, permettendo ai contribuenti di avere un giusto guadagno dalla propria attività ed incentivandoli così a pagare le tasse.
Apprendiamo dai dati economici provenienti dall’Unione Europea che la Spagna ha raggiunto il prodotto interno dell’Italia pur restando ancora lontana da Germania, Inghilterra e Francia. Una breve analisi dei sistemi fiscali di questi paesi sottolinea, a differenza dell’Italia, un prelievo fiscale costruito su di un modello snello che grava fino ad un massimo del 30 % sulle tasche dei propri cittadini, al quale non si sommano forti accise e caro vita, una macchina statale funzionante che non disperde il denaro dei contribuenti e servizi pubblici di qualità.
La formula proposta da questi paesi ha dimostrato non solo di poter arginare un problema che ormai appartiene solo al nostro paese, ma anche di aiutare e sostenere l’economia .
Viene da chiedersi perché il governo non si sia mosso in questa direzione, cercando di risolvere il problema alla radice. La riduzione della pressione fiscale risulta essere lo strumento migliore per arginare il problema dell’economia sommersa. Così facendo si incentiverebbe il contribuente a dichiarare tutto l’utile prodotto non incorrendo nelle sanzioni causate dall’evasione. La lex mercatoria insegna che per indirizzare il mercato ad un comportamento non si ottiene risultato vietando specifiche fattispecie ma si raggiunge con più facilità lo scopo rendendo “meno costoso” il comportamento voluto. Per cui sarebbe auspicabile un atteggiamento differente da parte delle istituzioni, prevedendo una progressiva riduzione del carico fiscale e un proporzionale aumento delle pene e dei controlli contro l’evasione.
Monday, December 24, 2007
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