Leggiamo nel Corriere della sera del 7 Gennaio 2008 un'articolo di Alessandra Arachi intitolato Impresa Impossibile. L'articolo dettaglia in modo impressionante la burocrazia e i costi per avviare una impresa in Italia.
Per esempio, avviare una impresa in Italia costa diciassette (!) volte di piu' che non costi nel Regno Unito, e undici volte piu' che in Francia. In Italia ci vogliono 3.587 euro solo per le pratiche iniziali e 284 giorni per permessi e autorizzazioni varie, in Francia 300 euro e 7 giorni, in Inghilterra 207 euro e 6 giorni, in Irlanda 95 euro, in Nuova Zelanda l'equivalente di 41 euro. Solo in Grecia ce ne vogliono di piu' (3.700 Euro) che in Italia. Tanto per dire, negli USA, ci vogliono l'equivalente di 241 euro e 5 giorni di tempo.
L'Italia domina una altre triste classifica, nella quale le imposte e i contributi incidono per il 76% rispetto ai profitti, verso una media OCSE del 47.8%. Negli USA tale quota e' del 46%, in Inghilterra il 35.4%, in Irlanda 25.8% e in Svizzera un incentivante 24.9%. Il Censis inoltre stima che un imprenditore italiano ha bisogno di almeno 360 ore per compilare i moduli dei pagamenti contro le 203 ore della media dei Paesi Ocse. Nel 2005 Censis-Confcommercio stimava che la spesa a carico del sistema produttivo per gli espletamenti amministrativi sia di oltre 13.7 miliardi di euro, pari a circa l'1% del PIL, dovuti a piu' di 233 scadenze fiscali in un anno medio, obbligando le aziende ad assumere una media di un impiegato addetto soltanto a sbrigare i rapporti con le pubbliche amministrazioni.
Gli oneri fiscali rappresentano uno dei maggiori ostacoli per lo sviluppo dell'attivita' commerciale. Nel 2006 l'Italia era numero 82 fra i vari paesi del mondo per quanto riguarda la facilita' di fare business (paragonato al 69 in 2005); numero 104 nella concessione di licenze (numero 109 nel 2005); numero 117 nel pagamento delle tasse (numero 112 nel 2005) e numero 52 per quanto riguarda l'avvio di un'impresa (numero 46 nel 2005).
Ci sono 7 milioni di imprenditori in Italia e piu' di 100 mila aziende. Il saldo netto positivo (natalita' verso mortalita aziendale, oggi attivo) sta pero' calando. C'e'un rallentamento del tasso di crescita nette di aziende dal 1,6% al 1,2%. La tendenza negativa continua a crescere.
Soluzioni?
Da dieci anni tutti promettono (e non fanno) lo sportello unico per le imprese, come recentemente riproposto da Pierluigi Bersani, ministro per lo Sviluppo Economico. Questa potrebbe una delle soluzioni piu' semplici, accompagnata magari dall'autocertificazione di tutto quello che non e' tassativamente soggetto as autorizzazioni esplicite e specifiche, come suggerito da Matteo Colaninno, Presidente dei giovani della Confindustria.
Il tempo stringe. Bisogna agire e premere per risolvere questi nodi gordiani.
Monday, January 7, 2008
Che c'è di liberale nei 7 punti di Dini? Di Andrea Moro in noisefromAmerika.org del 31 Dicembre 2007
Che c'è di liberale nei 7 punti di Dini?
di andrea moro, 31 Dicembre 2007 stampa
Ieri Dini ha posto un ultimatum al governo condizionandone la sopravvivenza all'accettazione di 7 riforme. Da quasi due anni ripetiamo, almeno parlando di politica economica in Italia, più o meno sempre la stessa manfrina: il paese ha bisogno di mercato, mercato, e ancora mercato. Dini è il leader di un partito con la parola liberale nel nome. Nessuno dei sette punti menziona direttamente concorrenzialità e liberismo economico, mentre alcuni lo fanno indirettamente. Nonostante questo sembrano aver sollevato una grande levata di scudi a sinistra, e non solo a sinistra. A noi sembrano ovvietà che ogni governo decente dovrebbe aver già attuato, altro che utili spunti di discussione.
Il contenuto delle richieste diniane e le reazioni ad esse seguite mi fanno pensare che forse sbagliamo noi ed i problemi del paese sono ancora più gravi di quanto si argomenti su nFA. Dico questo perché i 7 punti sembrano essere ispirati da semplice buonsenso. Dalla cronaca dei telegiornali l'eptalogo sembrava invece un esercizio di scatenato populismo liberista. Ho deciso quindi di andarmeli a leggere scoprendo, appunto, che sono pure richieste dettate da comunissimo buonsenso. Direi ancor di più: forse qualcuna di queste riforme è realizzabile persino da questo governo. Temo però che quelle più realizzabili siano anche quelle meno prioritarie.
Procedo in ordine di realizzabilita'. Lascio per questo i punti che mi sembrano piu' importanti, e meno realizzabili, alla fine. Comincio dal sesto punto:
6. La riduzione da 45 a 15 giorni della sospensione feriale dei termini processuali. [...] La sola riduzione del periodo feriale, e il prevedere che i giudici facciano come tutti gli altri lavoratori le loro vacanze a turno, può aumentare di quasi il 10% la produttività del servizio giustizia.
La mia reazione è stata: ma come, i giudici fanno 45 (quarantacinque) giorni di ferie? E le fanno TUTTI ASSIEME? A nessun passato ministro della giustizia è venuta l'idea di suggerire una turnazione, se non una riduzione, delle ferie? Mah, se questo è uno dei punti su cui condizionare la vita del governo siamo messi davvero male.
Un po' più ambizioso, ma sempre ispirato al buonsenso, e' il punto 4:
4. La rinuncia alle centinaia di programmi inconcludenti nei quali vengono disperse le risorse europee dei fondi strutturali, che lasciano il Meridione nella penosa situazione in cui si trova. Drastica revisione dei programmi per il periodo 2007-2013, concentrando le risorse su strade, ferrovie, porti e aeroporti. [...]
Anche qui nulla da ridire; sembra ragionevole che il ruolo dello stato sia quello di fornire infrastrutture. Mi piacerebbe dunque sapere quali siano invece le destinazioni dei fondi europei spesi nel meridione, e lo chiederei soprattutto alle persone che si oppongono alla realizzazione di questo punto: su cosa dovrebbero essere spesi i fondi strutturali europei? Temo che, al momento, servano solo a spargere sussidi a pioggia. Se non erro esiste una Direzione del Ministero dell'Economia predisposta all'uopo; forse loro ci possono dare dei lumi su cosa si fa in Italia con i soldi dei fondi strutturali. In ogni caso, la piccola riforma richiesta da Dini mi sembra scarsamente liberista; certamente ispirata non da animo liberista ma dall'idea di concentrare le risorse disponibile su un unico obiettivo strutturale, come appunto dovrebbe essere.
Passiamo al punto 3:
3. Una riduzione del carico fiscale per i contribuenti, secondo un percorso graduale ma annunciato in partenza. Utilizzando l'intero risultato della lotta all'evasione fiscale, e non disperdendolo per mille rivoli come si è fatto nella prima parte di legislatura. Ed utilizzando quella parte della riduzione di spesa non destinata ad anticipare l'obiettivo di pareggio del bilancio. Il tutto senza innalzare il grado di progressività del nostro sistema tributario, già oggi a livelli che ostacolano la crescita. [...]
Le tasse sono alte anche perché alta è l'evasione, questo ritornello viene ripetuto continuamente dagli esponenti del governo Prodi. Sembrerebbe perciò ragionevole restituire a chi le tasse le ha pagate le somme recuperate con la lotta all'evasione. Nel 1998, l'ex-lottatore Jesse Ventura divenne governatore del Minnesota grazie alla promessa di restituire ai contribuenti l'avanzo di bilancio dello stato. Pochi mesi dopo le elezioni, ciascun residente contribuente ricevette un congruo assegno proporzionale alle tasse pagate. Se questo fu possibile per uno stato di alcuni milioni di persone, perché non è possibile e realizzabile in Italia? Il punto ovviamente dice anche dell'altro: pone dei paletti all'aumento della progressività fiscale. Pertanto la sponda sinistra del governo porrebbe il veto, preferendo spargere ai quattro venti i pochi euro dei tesoretti piuttosto che restituirli a chi li ha pagati.
Si può discutere sull'urgenza del settimo punto rispetto ad altri problemi del paese, ma non sulla sua ragionevolezza.
7. Il ridimensionamento del ruolo della politica nella gestione della sanità pubblica. La politica fornisca regole e risorse; scelga ministro, sottosegretari e assessori. Ma non direttori generali e primari. [...]
Il punto però non dice come si dovrebbero scegliere i dirigenti sanitari, in un sistema totalmente privo di concorrenzialità. Temo che qualsiasi soluzione che non implichi una rivoluzione totale del sistema lascerebbe l'amaro in bocca.
5. La realizzazione del sistema nazionale di valutazione dei risultati scolastici, per legare ogni incremento reale delle retribuzioni degli insegnanti a livello e dinamica della preparazione scolastica degli allievi. [...]
Dini vuole importare in Italia la logica ed alcuni dei metodi del programma No-Child-Left-Behind, forse una delle poche cose buone che ci lascerà GW Bush. Una riforma estremamente controversa, osteggiata dai sindacati della scuola statunitensi e ancora oggi ferocemente osteggiata dagli insegnanti. In Italia, la vedo dura.
Come anticipato, ho lasciato per ultime due piccole rivoluzioni. Così come descritte da Dini sembrano anche a portata di mano. Ma rivoluzioni sono.
1. Una decisa azione per la riduzione della spesa pubblica. A partire dall'uscita anticipata di almeno il 5% dei lavoratori pubblici. Il forte aumento registrato dagli investimenti nella information technology è in grado di generare un incremento della produttività di questa dimensione. Occorre poi prevedere una parziale sostituzione di quanti usciranno dal lavoro per limiti di età negli anni successivi. Ed aumenti delle retribuzioni legati solo al merito di ciascuno.
Lambertow non chiarisce se "uscita anticipata" significhi licenziamento, o, più probabilmente, pre-pensionamento, nel qual caso l'impatto sulla spesa pubblica sarebbe minimo. Bisognerebbe pagare le pensioni a gente che, in media, ha fatto poco tutta la vita, e quindi, in media, vivrà più a lungo. Esagero nel dire che l'impatto sulla riduzione della spesa non supererebbe lo 0.5%? Non poco, ma certo neanche tanto.
2. Il ridimensionamento delle persone che vivono di politica. A partire dall'abolizione delle Province; le Regioni che volessero mantenerle in vita dovranno finanziarle con le proprie tasse. È vero che serve una revisione costituzionale, ma per adottarla bastano sei mesi.
Wow, questo implica non una, bensì due rivoluzioni: l'eliminazione di uno degli istituti più inutili e dispendiosi del nostro paese, e l'introduzione d'una forma embrionale ma vera di autonomia fiscale regionale. Regioni che volessero fornire più servizi, potrebbero affidarli alle province con i vincoli che ritengono opportuni e finanziarli attraverso l'intervento fiscale previsto per il bilancio provinciale.
Non sembra un sogno: purtroppo lo è.
di andrea moro, 31 Dicembre 2007 stampa
Ieri Dini ha posto un ultimatum al governo condizionandone la sopravvivenza all'accettazione di 7 riforme. Da quasi due anni ripetiamo, almeno parlando di politica economica in Italia, più o meno sempre la stessa manfrina: il paese ha bisogno di mercato, mercato, e ancora mercato. Dini è il leader di un partito con la parola liberale nel nome. Nessuno dei sette punti menziona direttamente concorrenzialità e liberismo economico, mentre alcuni lo fanno indirettamente. Nonostante questo sembrano aver sollevato una grande levata di scudi a sinistra, e non solo a sinistra. A noi sembrano ovvietà che ogni governo decente dovrebbe aver già attuato, altro che utili spunti di discussione.
Il contenuto delle richieste diniane e le reazioni ad esse seguite mi fanno pensare che forse sbagliamo noi ed i problemi del paese sono ancora più gravi di quanto si argomenti su nFA. Dico questo perché i 7 punti sembrano essere ispirati da semplice buonsenso. Dalla cronaca dei telegiornali l'eptalogo sembrava invece un esercizio di scatenato populismo liberista. Ho deciso quindi di andarmeli a leggere scoprendo, appunto, che sono pure richieste dettate da comunissimo buonsenso. Direi ancor di più: forse qualcuna di queste riforme è realizzabile persino da questo governo. Temo però che quelle più realizzabili siano anche quelle meno prioritarie.
Procedo in ordine di realizzabilita'. Lascio per questo i punti che mi sembrano piu' importanti, e meno realizzabili, alla fine. Comincio dal sesto punto:
6. La riduzione da 45 a 15 giorni della sospensione feriale dei termini processuali. [...] La sola riduzione del periodo feriale, e il prevedere che i giudici facciano come tutti gli altri lavoratori le loro vacanze a turno, può aumentare di quasi il 10% la produttività del servizio giustizia.
La mia reazione è stata: ma come, i giudici fanno 45 (quarantacinque) giorni di ferie? E le fanno TUTTI ASSIEME? A nessun passato ministro della giustizia è venuta l'idea di suggerire una turnazione, se non una riduzione, delle ferie? Mah, se questo è uno dei punti su cui condizionare la vita del governo siamo messi davvero male.
Un po' più ambizioso, ma sempre ispirato al buonsenso, e' il punto 4:
4. La rinuncia alle centinaia di programmi inconcludenti nei quali vengono disperse le risorse europee dei fondi strutturali, che lasciano il Meridione nella penosa situazione in cui si trova. Drastica revisione dei programmi per il periodo 2007-2013, concentrando le risorse su strade, ferrovie, porti e aeroporti. [...]
Anche qui nulla da ridire; sembra ragionevole che il ruolo dello stato sia quello di fornire infrastrutture. Mi piacerebbe dunque sapere quali siano invece le destinazioni dei fondi europei spesi nel meridione, e lo chiederei soprattutto alle persone che si oppongono alla realizzazione di questo punto: su cosa dovrebbero essere spesi i fondi strutturali europei? Temo che, al momento, servano solo a spargere sussidi a pioggia. Se non erro esiste una Direzione del Ministero dell'Economia predisposta all'uopo; forse loro ci possono dare dei lumi su cosa si fa in Italia con i soldi dei fondi strutturali. In ogni caso, la piccola riforma richiesta da Dini mi sembra scarsamente liberista; certamente ispirata non da animo liberista ma dall'idea di concentrare le risorse disponibile su un unico obiettivo strutturale, come appunto dovrebbe essere.
Passiamo al punto 3:
3. Una riduzione del carico fiscale per i contribuenti, secondo un percorso graduale ma annunciato in partenza. Utilizzando l'intero risultato della lotta all'evasione fiscale, e non disperdendolo per mille rivoli come si è fatto nella prima parte di legislatura. Ed utilizzando quella parte della riduzione di spesa non destinata ad anticipare l'obiettivo di pareggio del bilancio. Il tutto senza innalzare il grado di progressività del nostro sistema tributario, già oggi a livelli che ostacolano la crescita. [...]
Le tasse sono alte anche perché alta è l'evasione, questo ritornello viene ripetuto continuamente dagli esponenti del governo Prodi. Sembrerebbe perciò ragionevole restituire a chi le tasse le ha pagate le somme recuperate con la lotta all'evasione. Nel 1998, l'ex-lottatore Jesse Ventura divenne governatore del Minnesota grazie alla promessa di restituire ai contribuenti l'avanzo di bilancio dello stato. Pochi mesi dopo le elezioni, ciascun residente contribuente ricevette un congruo assegno proporzionale alle tasse pagate. Se questo fu possibile per uno stato di alcuni milioni di persone, perché non è possibile e realizzabile in Italia? Il punto ovviamente dice anche dell'altro: pone dei paletti all'aumento della progressività fiscale. Pertanto la sponda sinistra del governo porrebbe il veto, preferendo spargere ai quattro venti i pochi euro dei tesoretti piuttosto che restituirli a chi li ha pagati.
Si può discutere sull'urgenza del settimo punto rispetto ad altri problemi del paese, ma non sulla sua ragionevolezza.
7. Il ridimensionamento del ruolo della politica nella gestione della sanità pubblica. La politica fornisca regole e risorse; scelga ministro, sottosegretari e assessori. Ma non direttori generali e primari. [...]
Il punto però non dice come si dovrebbero scegliere i dirigenti sanitari, in un sistema totalmente privo di concorrenzialità. Temo che qualsiasi soluzione che non implichi una rivoluzione totale del sistema lascerebbe l'amaro in bocca.
5. La realizzazione del sistema nazionale di valutazione dei risultati scolastici, per legare ogni incremento reale delle retribuzioni degli insegnanti a livello e dinamica della preparazione scolastica degli allievi. [...]
Dini vuole importare in Italia la logica ed alcuni dei metodi del programma No-Child-Left-Behind, forse una delle poche cose buone che ci lascerà GW Bush. Una riforma estremamente controversa, osteggiata dai sindacati della scuola statunitensi e ancora oggi ferocemente osteggiata dagli insegnanti. In Italia, la vedo dura.
Come anticipato, ho lasciato per ultime due piccole rivoluzioni. Così come descritte da Dini sembrano anche a portata di mano. Ma rivoluzioni sono.
1. Una decisa azione per la riduzione della spesa pubblica. A partire dall'uscita anticipata di almeno il 5% dei lavoratori pubblici. Il forte aumento registrato dagli investimenti nella information technology è in grado di generare un incremento della produttività di questa dimensione. Occorre poi prevedere una parziale sostituzione di quanti usciranno dal lavoro per limiti di età negli anni successivi. Ed aumenti delle retribuzioni legati solo al merito di ciascuno.
Lambertow non chiarisce se "uscita anticipata" significhi licenziamento, o, più probabilmente, pre-pensionamento, nel qual caso l'impatto sulla spesa pubblica sarebbe minimo. Bisognerebbe pagare le pensioni a gente che, in media, ha fatto poco tutta la vita, e quindi, in media, vivrà più a lungo. Esagero nel dire che l'impatto sulla riduzione della spesa non supererebbe lo 0.5%? Non poco, ma certo neanche tanto.
2. Il ridimensionamento delle persone che vivono di politica. A partire dall'abolizione delle Province; le Regioni che volessero mantenerle in vita dovranno finanziarle con le proprie tasse. È vero che serve una revisione costituzionale, ma per adottarla bastano sei mesi.
Wow, questo implica non una, bensì due rivoluzioni: l'eliminazione di uno degli istituti più inutili e dispendiosi del nostro paese, e l'introduzione d'una forma embrionale ma vera di autonomia fiscale regionale. Regioni che volessero fornire più servizi, potrebbero affidarli alle province con i vincoli che ritengono opportuni e finanziarli attraverso l'intervento fiscale previsto per il bilancio provinciale.
Non sembra un sogno: purtroppo lo è.
Articolo apparso su Il Mondo del 11 gennaio 2008
Immagine Paese: Giovani Manager della Grande Mela Aprono un Blog
(...)
Vogliono contribuire a far uscire l’Italia dalla «paura e delusione» denunciate da un recente articolo sul New York Times. Circa 20 giovani manager e imprenditori italiani che da tempo lavorano negli Usa hanno così deciso di iniziare con un blog, www.italia-nuova.org, dove scambiare idee e proposte. A unirli, è il disaccordo con chi si è offeso per quanto scritto dal quotidiano americano: "Abbiamo l’impressione che i nostri connazionali residenti in Italia non si rendano conto di quella che è ormai l’immagine dell’Italia nel mondo, un’immagine negativa che ha molti riflessi sui milioni di italiani che vivono e lavorano fuori dall'Italia."
Fra i collaboratori del blog: Clemente Micara-Sartori, partner della società d’investimenti Graham; Ottavio Serena di Lapigio, managing director della società di private equity Lincolnshire; Ivano Panetti, gestore del fondo di private equity Mercurio capital; Federico Mennella, socio della banca d’affari Lincoln International; Paolo Vannini, ex ceo di Fiat Usa, ora consulente e co-fondatore della società newyorkese Alta cucina.
Maria Teresa Cometto
Il Mondo 11 Gennaio 2008, pagina 21
(...)
Vogliono contribuire a far uscire l’Italia dalla «paura e delusione» denunciate da un recente articolo sul New York Times. Circa 20 giovani manager e imprenditori italiani che da tempo lavorano negli Usa hanno così deciso di iniziare con un blog, www.italia-nuova.org, dove scambiare idee e proposte. A unirli, è il disaccordo con chi si è offeso per quanto scritto dal quotidiano americano: "Abbiamo l’impressione che i nostri connazionali residenti in Italia non si rendano conto di quella che è ormai l’immagine dell’Italia nel mondo, un’immagine negativa che ha molti riflessi sui milioni di italiani che vivono e lavorano fuori dall'Italia."
Fra i collaboratori del blog: Clemente Micara-Sartori, partner della società d’investimenti Graham; Ottavio Serena di Lapigio, managing director della società di private equity Lincolnshire; Ivano Panetti, gestore del fondo di private equity Mercurio capital; Federico Mennella, socio della banca d’affari Lincoln International; Paolo Vannini, ex ceo di Fiat Usa, ora consulente e co-fondatore della società newyorkese Alta cucina.
Maria Teresa Cometto
Il Mondo 11 Gennaio 2008, pagina 21
Subscribe to:
Posts (Atom)

