Quando i giovani avevano voglia di cambiare le cose
Felice Montanari era un ragazzetto di 18 anni. In paese e precisamente a Canneto sull’Olio (in provincia di Mantova), lo chiamavano il “barbierino”, perché prima di diventare un partigiano, faceva il garzone presso la bottega di barbiere e raccoglieva capelli e quant’altro, sempre agli ordini del padrone. L’idea di diventare partigiano a 18 anni, chissà da dove ti viene, noi non possiamo neanche immaginarlo, per lui probabilmente è stata questione di un attimo, una scelta fatta d’istinto. D’istinto come il giorno della sua morte, il 5 gennaio 1945, quando ha capito che consegnarsi ai soldati repubblichini di Salò avrebbe significato tradimento della patria e allora ha liberato il suo prigioniero tedesco e poi si è tolto la vita. Il gesto puro di un giovane, che crede in un valore e non ha tante domande da farsi, o perlomeno sa ingoiarle bene. Ogni anno a Boretto (in provincia di Reggio Emilia), nel punto esatto dove si è tolto la vita, la gente, la sua gente, si ritrova per ricordarlo. Anche questa volta c’erano proprio tutti: la sorella con la bandiera italiana, l’amico partigiano senza giacca e con una sciarpa rossa al collo, il sindaco del paese che elenca tutte le persone della sua famiglia che non hanno mai scambiato una parola con il “barbierino”. Ci sono anziani e uomini e donne, di quelle facce che se non siete nati tra la nebbia, gli argini e il fiume Po io non so proprio spiegarvi: sono facce rosse per il freddo, e mani ruvide di chi sa lavorare nei campi e poi magari è impiegato, di gente che sa arrangiarsi, che apre le porte a tutti gli immigrati che stanno arrivando in queste zone con un sorriso timido, ma che poi si ritrova nella sala del comune a onorare le proprie origini. Tra la gente c’è anche una senatrice, si chiama Albertina Soliani e da queste parti, specie a noi donne, ci rende molto orgogliosi. Lei che consoce la politica vera, sa quali parole fanno più effetto delle altre e parla come a un comizio: “Ha scritto Pietro Calamandrei, che se mai qualcuno volesse andare in pellegrinaggio nel posto dove è nata la costituzione, dovrebbe andare là dove è morto un partigiano.”
È una sala che parla di democrazia, di un noi più importante dell’io, parla di partecipazione e voglia di cambiare le cose. È una sala di anziani che si ritrova per commemorare la morte di un giovane che si è alzato in piedi perché voleva prestare la sua mano, e che crede nel cambiamento, nell’innovazione. È una sala di anziani, non di giovani. Io, che assonnata sulla mia sedia, penso alle 1800 battute che dovrò scrivere sul giornale, mi vergogno un po’. Mi vergogno per tutti i ragazzi che quel giorno non sono venuti, mi vergogno per me, che se non mi avessero costretto, quel giorno avrei fatto altro. Dove siamo finiti? Perché non c’è uno stuolo di 18enni con la bandiera in mano a parlare, a dire: “Felice noi faremo di tutto per difendere la libertà per cui tu sei morto”? Mi chiedo perché. Poi penso e spero che sto generalizzando e che probabilmente sono solo cose che succedono nei paesini di provincia, mentre in città tutti i giovani sarebbero accorsi. Lo penso forte, così magari me ne convinco. Scusaci Felice se noi non abbiamo la stoffa del tuo coraggio e ce ne stiamo davanti alla televisione. Forse sono i nostri geni ad essere difettosi.
Martina Castigliani
Wednesday, January 9, 2008
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