Sunday, January 27, 2008

"La Caduta del Centrosinistra - Alle Origini del Fallimento" di Ernesto Galli della Loggia dal Corriere della Sera del 27 Gennaio 2008

La fine del governo Prodi evoca innanzi tutto un'importante questione storica destinata, temo, ad accompagnarci a lungo: la costante minorità numerica della sinistra italiana, e dunque la sua costante debolezza elettorale di partenza. L'Italia profonda non è un Paese progressista. Ciò costringe la sinistra, per avere qualche probabilità di andare al governo, ad allearsi con forze diverse da lei, più o meno dichiaratamente conservatrici. Il che, tuttavia, come si capisce, può avvenire in momenti e su spinte eccezionali (per esempio l'antiberlusconismo) ma è difficile che duri a lungo. Si aggiunga — come concausa di questa minorità, e sua aggravante — la paralizzante eredità comunista. La vicenda italiana indica quanto sia difficile che da quell'eredità nasca un'evoluzione di tipo uniformemente socialdemocratico. La stragrande maggioranza degli eredi del vecchio Pci, infatti, come si sa, ha rifiutato tale evoluzione e il suo nome, preferendo invece, al suo posto, quello alquanto vago di «democratici ».

Accanto a loro è nato dal tronco del vecchio partitoun blocco di tenace radicalismo (le tre o quattro formazioni che ancora si dicono «comuniste ») il quale include almeno un terzo dell'antico elettorato di Botteghe Oscure: insomma un ulteriore fattore di debolezza. C'è poi da ultimo la sinistra cattolica proveniente dalla vecchia Democrazia cristiana. Per avere qualche speranza di vincere è necessario dunque assommare e combinare queste tre componenti, e in più, come dicevo, è necessario trovare un'alleanza con il centro. Un'impresa non da poco, bisogna ammettere; proprio per riuscire nella quale si è spinti a ricorrere a una personalità a suo modo autonoma e di prestigio, per esempio Romano Prodi, la quale però a sua volta tenderà per forza di cose a concepire anch'essa prima o poi una sua personale strategia, a costituire un suo personale polo politico. Portando così al massimo il potenziale divisivo e la confusione delle lingue. Il governo Prodi, già nato sulla base di queste difficoltà strutturali, le ha aggravate di suo con una serie di errori e di insufficienze. Innanzi tutto con la faccenda del programma. Invece di provare a superare la fortissima disomogeneità dell'alleanza accordandosi preliminarmente su cinque, al più dieci, cose importanti da fare nella legislatura, invece di perdere anche magari qualche settimana prima delle elezioni a discutere priorità e stabilire modalità a quel punto davvero vincolanti, si è preferito soddisfare le esigenze identitarie dei circa dieci-dodici componenti della coalizione e compilare un ridicolo programma «monstre» di 280 e passa pagine, impossibile da attuare ma solo fonte di discussioni e rivendicazioni continue, da parte di tutti contro tutti, appena si è cominciato a governare: e da cui nessuno, ovviamente, si è mai sentito impegnato. Anche su queste secche si è incagliata la capacità realizzativa del governo. La cui portata assai limitata, del resto, si è però vista già all'inizio, nell' estate del 2006, quando il ministro Bersani presentò un pacchetto di riforme liberalizzatrici che, pur se nella sostanza cautissime, furono ancor di più sterilizzate finendo per partorire il più classico dei topolini.

Egualmente, di qualunque vera riforma dell'ordinamento giudiziario— un'altra questione cruciale che mina la vita del Paese — non si è sentito mai parlare. Lo stesso dicasi poi per quella che pure il centrosinistra aveva presentato come la più urgente ed essenziale delle riforme: la legge sul conflitto d'interessi. Sono pure cadute nel dimenticatoio grandi questioni nazionali, come l'infame legislazione sulla sanità pubblica, le condizioni delle reti infrastrutturali, lo stato disastrato dell'istruzione. Per quanto riguarda i conti pubblici, infine, anche qui all'urgenza da tutti invocata di ridurre la spesa pubblica non è stato dato alcun seguito, nel mentre si è ricorso come sempre all'aumento del carico fiscale. Insomma, la coalizione di centrosinistra, presentatasi come portatrice di volontà e di visioni realizzative assai superiori a quelle dei suoi avversari, è mancata clamorosamente alla promessa creando un sentimento di disillusione profonda nell'opinione pubblica. Sentimento accresciuto dalla presenza, anche ai vertici, di un personale politico troppo di frequente demagogico, vuotamente assertivo quanto inconcludente, di cui il ministro Pecoraro Scanio è stato l'esempio ormai emblematico.

Un personale politico che su un altro versante ancora ha mostrato peraltro la sua scarsa qualità: su quello dell'occupazione del potere. A cominciare dal presidente del Consiglio il centrosinistra ha condotto dappertutto una sistematica politica lottizzatrice. I suoi uomini di governo, favoriti dalla vasta influenza sociale e culturale a loro omogenea, frutto della storia della Repubblica, non hanno mai fatto spazio a nulla e nessuno che non portasse la loro etichetta politica. Posti, incarichi e finanziamenti sono andati solo a persone e cose della loro parte. Per quella che non era ritenuta tale, invece, non si è mancato di fare ricorso a pressioni dirette e indirette, intrecciate a più o meno sottili intimidazioni. In questo modo, e abbastanza paradossalmente, la coalizione di centrosinistra è venuta costruendo un'immagine di sé sempre più identificata con le oligarchie e i poteri tradizionali, con le nomenclature più tenaci della Repubblica. E ben prima che il verdetto del Senato sono stati lo scoramento e la delusione che tutto ciò, insieme al resto, ha provocato nei suoi stessi elettori, che hanno scavato la fossa in cui alla fine il governo è precipitato

Ciampi: «La partita è quasi disperata» Intervista di Marzio Breda sul Corriere della Sera del 27 Gennaio 2008

Il voto al Senato ha chiarito contraddizioni e equivoci nella maggioranza»
Ciampi: «La partita è quasi disperata»
L'ex capo di Stato: «L'unica strada è strettissima, ma bisogna tentare. Il Pd? Non è l'origine della crisi»


L'ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi
Presidente Ciampi, quale sarà lo sbocco della crisi? Il voto è inevitabile?
«Il quadro d'insieme mi pare complicato e l'aria che tira nel Paese piuttosto allarmante. Comunque, ortodossia vuole che le mie considerazioni io le esprima martedì, davanti al capo dello Stato».

Abbia pazienza, ma lei sembra preoccupato che non si riesca a imporre una tregua, per quanto breve, prima di chiudere la legislatura.
«Esatto, temo proprio questo. E posso soltanto dire che considero assurdo andare alle urne con una legge elettorale come quella che abbiamo adesso. Tutti, del resto, hanno riconosciuto nei mesi scorsi che queste regole provocano problemi. Cioè esecutivi deboli, frammentazione, un rapporto poco corretto tra elettori ed eletti e una fragilità complessiva del sistema, che è in torsione ormai da tempo. Ecco perché mi chiedo come si possa pensare di chiudere la legislatura senza prima aver fatto un minimo di cambiamenti. È il buonsenso a sconsigliarlo».

Servirebbe dunque una soluzione tecnico-istituzionale, un governo «di scopo» per riformare quella legge e magari fare qualche altro ritocco.
«Non entro sul terreno delle formule che potranno emergere dalle consultazioni del presidente Napolitano. Ma insisto, a costo di sembrare stucchevolmente esortativo: bisogna trovare in fretta delle vie d'uscita in grado di dare motivate ragioni di fiducia su un doppio fronte. Fiducia ai cittadini, che sono confusi, in ansia per il futuro e tentati da giudizi liquidatori verso l'intero ordinamento dello Stato, come dimostrano anche certe manifestazioni d'antipolitica. E fiducia ai nostri partner stranieri, in primo luogo quelli dell'ambito europeo. Questo è oggi l'interesse generale su cui tutti dovrebbero riflettere e impegnarsi: riconquistare la fiducia».

Ma come si fa a ricostruire in pochi mesi un clima di fiducia, un fattore che si alimenta di infinite variabili?
«Occorrerebbe cominciare da una sorta di patto tra le forze più responsabili, perché stavolta è più che mai in gioco l'interesse nazionale. E l'impegno dovrebbe andare oltre lo stesso mondo politico, nel senso che tutti dovremmo imparare a essere meno autolesionisti di quanto abitualmente non siamo».

Che c'entra l'autolesionismo?
«Guardi che all'estero alcuni comportamenti sui quali qui si tende a sorvolare hanno invece un effetto devastante. Una crisi di governo dovrebbe essere un passaggio normale, fisiologico, in ogni democrazia. Ma certe "coloriture" e drammatizzazioni tipiche di noi italiani e ormai tipiche anche del modo di fare politica — coloriture, frutto del nostro temperamento e del linguaggio politico che si è imposto e che vengono enfatizzate attraverso giornali e televisioni — risultano pesantemente costose per il Paese. Anche se magari non sono cose di sostanza, ciò che è andato in scena l'altro giorno a Palazzo Madama è stato tutt'altro che edificante. Ci facciamo del male da soli e non ce ne rendiamo conto, come ho provato a spiegare in questi giorni a un amico straniero che mi ha telefonato per chiedermi che cosa stia accadendo in Italia».

A proposito di drammatizzazioni, c'è chi contesta a Prodi di aver «avvelenato i pozzi» e reso impossibili soluzioni alternative al suo governo, portando la sfida alle estreme conseguenze.
«L'hanno chiamata testardaggine, la scelta di Prodi, e di sicuro ha a che fare anche con il suo carattere. Ho considerato giusto il consiglio che gli aveva dato Napolitano, di prendere atto dello strappo nella maggioranza e di dimettersi prima di farsi sfiduciare. Tuttavia, il voto del Senato è almeno servito all'ex premier a chiarire il suo personale futuro, e infatti si è chiamato fuori...».

Se è per questo, ha certificato in modo definitivo pure l'inconsistenza del centrosinistra.
«Sì, ha chiarito certe contraddizioni e certi equivoci — ma forse si potrebbe dire ambiguità — interni alla maggioranza. Che da mesi si reggeva solo su pochi, esilissimi fili. Tra continue scuciture e rammendi. Prodi ha mediato finché ha potuto, con un'incredibile pazienza, ma poi...».

E le recriminazioni verso il Partito democratico, la cui nascita è stata indicata come il vero detonatore della crisi?
«Non condivido queste analisi. Ho guardato con favore alla nascita del Pd. L'ho considerato un buon segnale, in quanto poteva e doveva favorire un utile processo di semplificazione di un versante politico cruciale. Ho sperato che fosse imitata sul fronte del centrodestra. No, non è il Partito democratico l'origine della crisi».

In definitiva, presidente Ciampi: se la sente di scommettere su un governo di tregua?
«È una partita difficile, che oggi come oggi può sembrare quasi disperata. L'unica strada percorribile è purtroppo strettissima. Io però, per natura, ripeto sempre, anche a me stesso, che non bisogna arrendersi. Il che oggi, in quest'Italia di umori cupi, inquieta, impaurita e stremata da un conflitto permanente iniziato oramai quindici anni fa, significa far lievitare nel Paese — a partire dalla classe politica — una salda volontà positiva. Per riuscirci, bisognerebbe mobilitare delle figure di riferimento. Ne esistono, per carità. Ma sono poche quelle in cui tutti si riconoscono».