Italia Nuova spesso riporta articoli e blogs apparsi su altre piattaforme, per stimolare la discussione anche sul nostro blog. Questo articolo di Michele Boldrin e' molto interessante e inquadra bene la situazione (ahime' triste) attuale. Per quanto riguarda la definizione stessa della "Casta", Boldrini e' stato un'antesignano (vedi http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/35.
L'importante e' proporre e mettere in atto soluzioni di largo respiro. Parliamone.
noiseFromAmeriKa.org
Tra casta comunista e casta peronista, che fare?
di michele boldrin, 30 Gennaio 2008
Messa in soldoni questa è l'orrenda scelta che spetta agli italiani oggi. Se la sono meritata, va detto, ma fa tristezza lo stesso. La squallida fine di un imbarazzante governo e la virulenta zuffa con toni da "resa dei conti" a cui assistiamo in questi giorni non fan presagire nulla di buono. Provo a far finta di fare l'analista politico, ed a dire la mia su questo sfacelo. E sul da farsi.
Come al solito è meglio cominciare dai fatti. Non degli ultimi 2 ma, se permettete, degli ultimi 15 anni. Senza i fatti degli ultimi 15 anni l'oggi è incomprensibile. Ricapitolo molto sommariamente.
Tra il 1990 ed il 1993 il sistema che aveva retto il paese sin dalla II guerra va in crisi.
Il sistema non lo descrivo, altrimenti finiamo domani. Aggiungo solo che NON è cambiato dal 1993 ad oggi e le sue caratteristiche peggiori si sono accentuate:
- il dualismo socio-economico Nord-Sud è tutto lì, i trasferimenti Nord->Sud pure, il Sud continua ad essere terra dove lo stato di diritto vale a turni molto alterni;
- il settore pubblico è cresciuto, diventato più costoso in relazione al reddito nazionale, e continua a produrre servizi da terzo mondo;
- la gestione dell'economia (e di molte parti della società) rimane in mano ai partiti ed alle loro "lunghe mani" sociali, siano essi sindacati, associazioni culturali o associazioni dei consumatori;
- lo stato "liberale" esiste sempre meno, l'economia di mercato va sempre meno di moda, l'economia sommersa cresce in risposta alla rapacità fiscale;
- i costi diretti ed indiretti della politica sono cresciuti (non so se nessuno ha mai fatto il calcolo, ma a naso i partiti hanno recuperato i soldi, che prima rubavano, facendosi finanziare direttamente ed indirettamente dal denaro pubblico). Ora tutti riconoscono che esiste la Casta, cosa che anche solo due anni fa eravamo in pochi a teorizzare .
Cosa è cambiato? Nulla.
Sono apparsi partiti formalmente distinti (FI, Lega, i vari nomi che DC, PCI ed MSI si son dati) ma le persone che fanno politica e reggono lo stato sono, al 95%, gli stessi di 15 anni fa. Da questo, appunto, la Casta ...
Una seconda novità, disdicevole, è l'uso e l'abuso (che portano, come ricorda il detto, al disuso) della parola "liberale" in ogni salsa e modo di cottura della politica italiana. Sono oramai quasi tutti liberali, tanto che viene quasi una certa simpatia per i Bertinotti e gli Storace che, nella loro politica ed umana indecenza, si continuano a dichiarare, rispettivamente, comunista e fascista: beata sincerità! E sia detto, per una volta, senza ironia. Son liberali questi, e questi, questi qua e questi altri ancora, per non parlare ovviamente di costoro e di codesti ...
Per il resto: il sistema elettorale è molto simile a quello pre-1992, l'apparato statale idem, il federalismo è una pagliacciata, il sistema fiscale è lo stesso, idem per quello dell'educazione, quello giudiziario, eccetera. Anche il potere politico del Vaticano è aumentato, come testimonia il fatto che la CEI emette comunicati (al pari di Confindustria, la Lega delle Cooperative, eccetera) su come va risolta la crisi di governo ...
Intanto l'economia è in panne costante e le diseguaglianze di reddito si accentuano, mentre la società civile oscilla fra rabbia, sconforto ed insurrezionismo straccione.
Il ribellismo civile che non riesce a farsi politica.
Il "fenomeno Grillo" (come, negli anni precedenti il "popolo dei fax", i "girotondi", i vari movimenti referendari) è il prodotto di una società civile esausta, esasperata ed allo sbando sia politicamente che intellettualmente. Il personaggio Grillo è irrilevante in tutto questo. Se la stessa cosa l'avessero fatta Pippo Baudo o Orietta Berti avrebbero avuto lo stesso effetto; Celentano, infatti, lo fa per farci i soldi in televisione ...
Provate a chiedervi come interpretare i risultati dell'inchiesta di Mannheimer della settimana scorsa, secondo la quale l'85% (!!) degli italiani vuole andare a votare ai referendum elettorali ed il 75% vuole votare SI. Molta gente capisce istintivamente che il referendum elettorale è "contro la casta" ed è osteggiato dal sistema dei partiti. Quindi lo vogliono e vogliono votare SI. Il messaggio, nella sua semplicità statistica, è chiarissimo: la sfiducia nella possibilità che il processo politico "normale", via parlamento e deputati, porti ad alcunché di nuovo. Io considero questi fenomeni positivi, ed anche sorprendenti: una fetta di società italiana vuole riprendersi in mano la politica e la gestione della cosa pubblica. Successe (e fallì) qualcosa di simile anche con la Lega e Mani Pulite.
Esiste ancora una fetta di società italiana, una fetta educata ed anche altamente produttiva a mio avviso, che cerca ansiosamente un punto di riferimento culturale e politico. Abbandonata a se stessa da decenni, questa fetta d'Italia sta finendo nel qualunquismo ribellista e nella confusione, ma non sembra arrendersi. Non solo continua a produrre, non smette d'incazzarsi per come vanno le cose. A questa fetta d'Italia occorre saper parlare. Faccio la congettura che coincida, in larga parte, con l'Italia economicamente più produttiva, socialmente più evoluta, culturalmente più avanzata. Come sarebbe possibile, altrimenti, che un ridicolo blog come nFA, fatto da 6 accademici che vivono negli USA e da pochi loro "compagni di strada", sia riuscito in un anno e mezzo ad avere una readership mensile di 15mila lettori pubblicano mattoni pazzeschi con grafici, riferimenti a modelli, frasi in inglese, tedesco e latino, ed altre schifezze accademiche? Idem per Epistemes, che non so quanti lettori faccia ma certo non pochi, ed è ancora più "pallosa" di nFA!
Abbandonare il ribellismo, farsi pazientemente politica.
Il potenziale umano ed intellettuale esiste, sarebbe cecità non vederlo e sarebbe non astuto farsi prendere dalla fretta di schierarsi o scendere in campo solo perché ora si va alle elezioni. Non sono le ultime (spero, con Berlusconi-Peron non si sa mai) e vedo all'orizzonte un acutizzarsi, non un attenuarsi, della crisi socio-economica italiana. Credo sia prioritario, specialmente per chi ha meno di 45-50 anni, saper guardare ad un orizzonte di 5-10 anni.
Esistono un paio di milioni di italiani che non solo possono ma vogliono ascoltare un messaggio di cambiamento liberale (in corsivo, perché alla luce di quanto notato sopra provo prurito ad usare la parola). Direi di più: lo vogliono elaborare, perché quando si scende dalle stelle della teoria alla pratica della politica certi schemini eleganti non è detto che funzionino. Per questo occorre trovare strumenti - Quali? Me lo chiedo anche io: avessi la risposta li avrei già utilizzati! - perché quelle elites che non si sono ancora arrese, che sono confuse ma hanno intuito dove sta il problema, si parlino, coordinino, elaborino cultura e proposte politiche liberali.
Alcune centinaia di migliaia di costoro ascoltano Grillo, altri facevano i girotondi o mandavano fax, altri firmavano e firmano per i referendum, altri ancora se ne stanno a casa scazzati ed altri ancora fanno liste civiche e circoli culturali. Cerchiamoli e raggiungiamoli. Siamo molti di più di quanto questo miserabile blog possa far pensare.
Nel frattempo vale la pena che qualcuno faccia quanto fece Pasquino nel finale del film "Nell'anno del signore": s'infiltri in parlamento fingendosi frate loro, mantenendo il profilo basso ma garantendo il punto di riferimento ed anche il supporto organizzativo. I molti altri che hanno filo da tessere tessano: lavorino con pazienza per costruire un supporto diffuso all'ipotesi liberale, cercando di parlare alle "elites esasperate", cercando di farle discutere, cercando di creare progetti realizzabili.
Se vengono le elezioni, per chi votiamo?
A mio avviso la scelta, come il titolo non cela, è fra cialtroni fondamentalmente comunisti (con tutti i catto-, i post-, i pre-, i demo, ed i liberal che si son aggiunti) ed altri cialtroni fondamentalmente peronisti (anche qui, con tutti i prefissi e postfissi propagandistici che sono andati inventandosi dal 1993 ad oggi). È una scelta obbligata, quindi una non-scelta alla quale non merita prestare troppa attenzione. Stracciarsi le vesti, fare distinguo, cercare lumi di speranza, prendere partito o posizione, investire capitale umano per decidere se la salvezza del paese verrà da Berlusconi-Fini-Bossi-Casini o da VW-D'Alema-Rutelli-Bertinotti mi sembra tempo perso, anzi follia. La degenerazione del modello politico, economico, sociale ed anche istituzionale che il post-1946 ci ha regalato, passando per la crisi degli ultimi 15 anni, mi sembra irreversibile. Preferirei sbagliarmi, ma l'evidenza contraria è oramai troppa.
A meno di strani pasticci fra qualche mese voteremo. Io voterei per quelli che sino a ieri stavano all'opposizione, come due anni fa avrei votato per quelli che allora venivano dall'opposizione. La logica e' semplice: per favorire il crollo di un sistema di casta giunto alla paralisi e vicino alla putrefazione occorre che il potere passi da un gruppo all'altro il piu' frequentemente possibile. Piu' a lungo una cosca controlla il potere, piu' acquisice risorse per mantenervisi e per occultare le crepe del sistema, ed i danni che il medesimo causa ai cittadini. Date le scelte a disposizione ed i risultati tragici della coalizione ora dimissionaria, va cacciata sperando spariscano nell'oblivio. Come venne cacciata la precedente, che sfortunatamente nell'oblivio non e' sparita ma speriamo sparisca al prossimo giro di giostra. L'unico membro buono della casta e' quello dimissionario.
La soluzione alla crisi italiana, se esiste, sta altrove: sta nella costruzione di una classe dirigente liberale che possa candidarsi alla guida del paese cinque o dieci anni da ora. A questo vale la pena pensare, su questo vale la pena discutere ed anche litigare.
Il voto che ci attende e' di poco conto: votero' per la CdL, ma questo o quello per me pari sono.
La speranza risiede altrove, risiede in noi.
Wednesday, January 30, 2008
I liberali - pardon, liberal - del PD di Giorgio Topa da NoisefromAmerika del 30 Gennaio 2008
Leggo con moderata curiosità il manifesto dei "Liberal" del Partito Democratico. E ne traggo le debite conseguenze.
Secondo le intenzioni dei promotori, il movimento (corrente? componente? frammento? lobby? club?) "liberal" all'interno del PD dovrebbe raccogliere le anime «diverse della cultura liberaldemocratica (riformismo socialista, cultura repubblicana, liberale, ambientalista, laica senza aggettivi)».
Già questa dichiarata intenzione mi fa pensare al peggio: tra riformisti socialisti, repubblicani, liberali, e ambientalisti copriamo una gamma abbastanza vasta di posizioni e ideologie. Non mi sembra un buon punto di partenza. Ma forse sono un ingenuo, e penso che questi signori vogliano davvero dire qualcosa, piuttosto che reclamare un pezzo del nuovo territorio politico (come si faceva nel Far West, quando si piantavano i bastoncini per reclamare un pezzo di terra vergine). Certo che un "socialista riformista" ti aspetti che voglia la programmazione economica, lo stato del benessere per tutti ed altre cose svedesi, mentre un "liberale" ti aspetti che sia contro sia la programmazione economica che lo stato del benessere per tutti. Infatti, in quasi tutti i paesi che io conosca questi due gruppi stanno al "core" di partiti politici opposti.
Ma sospendo per un attimo il giudizio e proseguo nella lettura, animato dalle migliori intenzioni (sospendo anche il mezzo sorriso provocato da quella parola "liberal" - ché in Italia usare le parole inglesi fa ancora figo, anche se la tradizione "liberal" anglosassone non c'entra molto con il pensiero liberale). Chiusa la parentesi del sorrisino, però, mi sorge un dubbio: forse la differenza la sanno, ed hanno usato la parola "liberal" intenzionalmente? Non nel senso di "liberale" ma nel senso di "americano di sinistra, favorevole allo stato del benessere e non molto amico del mercato"? Il dubbio mi angoscia ...
Andiamo avanti, dunque. Cosa vogliono, questi signori? «...crediamo nel modello europeo di economia di mercato e nella competizione...» - benissimo, penso io, siamo sulla buona strada - prima di accorgermi che c'è quella parolina, modello europeo, che fa pensare alla commissione europea, alla burocrazia di Bruxelles, al modello franco-tedesco, eccetera. Non solo, ma il tutto con grande moderazione, mi raccomando, non sia mai che tutto 'sto mercato e competizione non creino dei disastri:
«...senza che questo significhi non occuparsi più della condizione dei più deboli, degli emarginati e delle zone svantaggiate del Paese, ma anzi rilanciando il valore della solidarietà, della cooperazione, delle pari opportunità; un sistema con poche ma incisive regole per evitare distorsioni e sopraffazioni...»
Com'è come non è, in Italia se ti dichiari di sinistra devi invocare i valori della solidarietà, della cooperazione e delle pari opportunità. E devi per forza occuparti delle zone svantaggiate del Paese: ad esempio, del Meridione, che emarginato e svantaggiato com'è deve ricevere ulteriori sussidi, trasferimenti ed aiutini vari per uscire dalla propria emarginazione (e dalla spazzatura, letterale e metaforica). Nessuno che abbia il coraggio di dire che decenni di trasferimenti non hanno aiutato il Mezzogiorno per niente, anzi hanno creato un sistema corrotto e clientelare in cui è spesso difficile distinguere la malavita organizzata dalla classe politica (generalizzo, per ottenere un voluto effetto retorico - un'iperbole, insomma).
Ma perché l'insistenza sulla solidarietà? Mi vengono in mente due motivi: primo, gli effetti perversi del buonismo cattolico che persistono da decenni (e che poco hanno a che vedere con il senso di responsabilità individuale che dovrebbe discendere logicamente dalla lettura del Vangelo). Secondo, il famoso modello "superfisso" descritto da Sandro su queste pagine. Non sia mai che se scateno le forze dirompenti del mercato e della competizione qualcuno rimanga senza lavoro, guadagni di meno, debba sforzarsi un po' di più (poco importa che prima campasse spudoratamente di rendita, come innumerevoli categorie "protette" della società italiana).
Che il modello superfisso sia in qualche modo alla base di tali affermazioni viene confermato qualche riga più sotto:
«perché è urgente garantire ai cittadini la ricerca di una condizione sociale complessivamente più stabile e certa, [...] all’interno del quale non possono esistere lavoratori di serie A e lavoratori di serie B;»
Eccoci, appunto; una condizione "stabile" e "certa": i fattori di produzione non cambiano, la tecnologia non cambia, se variano i prezzi relativi non cambiano necessariamente i comportamenti individuali. E quindi tutto si riduce ancora una volta ad una questione redistributiva, di fare in modo che non ci siano lavoratori di serie A e di serie B. Promuoviamo tutti alla serie A, diamo a tutti contratti blindati a tempo indeterminato, così avremo tutti una condizione stabile e certa.
Non può mancare infine, e chiudo, il riferimento alla ricerca scientifica e alla fuga di cervelli:
«...perché c’è una richiesta di modernizzazione profonda e complessiva del Paese, soprattutto da parte delle generazioni più giovani, che passa necessariamente dalla garanzia di libertà per la ricerca scientifica e tecnologica, anzi da politiche di stimolo e sostegno per esse, puntando al ritorno nelle nostre università e laboratori di quei “cervelli” che o sono sempre stati all’estero oppure sono stati costretti ad abbandonare gli ambienti di ricerca in Italia;»
Parole, vuote parole. Condite dall'immancabile richiesta di fondi per le università e le istituzioni di ricerca, senza che nessuno abbia il coraggio di richiedere apertamente l'abolizione del valore legale del titolo di studio e la privatizzazione degli atenei. Quella sì sarebbe competizione, ma per i Liberal del PD è un'idea davvero troppo oscena.
PS: qualcuno mi accuserà di aver riportato solo alcuni brani omettendone altri, in cui si invocano leggerezza, trasparenza ed efficienza della pubblica amministrazione, il ruolo del privato, eccetera. Tutto verissimo. Ma quelli sono appelli scontati, oltre che vuoti: i paragrafi che spiegano come farlo (licenziando un 200mila impiegati pubblici, per esempio) mancano. È il resto, comunque, a far rabbrividire.
Secondo le intenzioni dei promotori, il movimento (corrente? componente? frammento? lobby? club?) "liberal" all'interno del PD dovrebbe raccogliere le anime «diverse della cultura liberaldemocratica (riformismo socialista, cultura repubblicana, liberale, ambientalista, laica senza aggettivi)».
Già questa dichiarata intenzione mi fa pensare al peggio: tra riformisti socialisti, repubblicani, liberali, e ambientalisti copriamo una gamma abbastanza vasta di posizioni e ideologie. Non mi sembra un buon punto di partenza. Ma forse sono un ingenuo, e penso che questi signori vogliano davvero dire qualcosa, piuttosto che reclamare un pezzo del nuovo territorio politico (come si faceva nel Far West, quando si piantavano i bastoncini per reclamare un pezzo di terra vergine). Certo che un "socialista riformista" ti aspetti che voglia la programmazione economica, lo stato del benessere per tutti ed altre cose svedesi, mentre un "liberale" ti aspetti che sia contro sia la programmazione economica che lo stato del benessere per tutti. Infatti, in quasi tutti i paesi che io conosca questi due gruppi stanno al "core" di partiti politici opposti.
Ma sospendo per un attimo il giudizio e proseguo nella lettura, animato dalle migliori intenzioni (sospendo anche il mezzo sorriso provocato da quella parola "liberal" - ché in Italia usare le parole inglesi fa ancora figo, anche se la tradizione "liberal" anglosassone non c'entra molto con il pensiero liberale). Chiusa la parentesi del sorrisino, però, mi sorge un dubbio: forse la differenza la sanno, ed hanno usato la parola "liberal" intenzionalmente? Non nel senso di "liberale" ma nel senso di "americano di sinistra, favorevole allo stato del benessere e non molto amico del mercato"? Il dubbio mi angoscia ...
Andiamo avanti, dunque. Cosa vogliono, questi signori? «...crediamo nel modello europeo di economia di mercato e nella competizione...» - benissimo, penso io, siamo sulla buona strada - prima di accorgermi che c'è quella parolina, modello europeo, che fa pensare alla commissione europea, alla burocrazia di Bruxelles, al modello franco-tedesco, eccetera. Non solo, ma il tutto con grande moderazione, mi raccomando, non sia mai che tutto 'sto mercato e competizione non creino dei disastri:
«...senza che questo significhi non occuparsi più della condizione dei più deboli, degli emarginati e delle zone svantaggiate del Paese, ma anzi rilanciando il valore della solidarietà, della cooperazione, delle pari opportunità; un sistema con poche ma incisive regole per evitare distorsioni e sopraffazioni...»
Com'è come non è, in Italia se ti dichiari di sinistra devi invocare i valori della solidarietà, della cooperazione e delle pari opportunità. E devi per forza occuparti delle zone svantaggiate del Paese: ad esempio, del Meridione, che emarginato e svantaggiato com'è deve ricevere ulteriori sussidi, trasferimenti ed aiutini vari per uscire dalla propria emarginazione (e dalla spazzatura, letterale e metaforica). Nessuno che abbia il coraggio di dire che decenni di trasferimenti non hanno aiutato il Mezzogiorno per niente, anzi hanno creato un sistema corrotto e clientelare in cui è spesso difficile distinguere la malavita organizzata dalla classe politica (generalizzo, per ottenere un voluto effetto retorico - un'iperbole, insomma).
Ma perché l'insistenza sulla solidarietà? Mi vengono in mente due motivi: primo, gli effetti perversi del buonismo cattolico che persistono da decenni (e che poco hanno a che vedere con il senso di responsabilità individuale che dovrebbe discendere logicamente dalla lettura del Vangelo). Secondo, il famoso modello "superfisso" descritto da Sandro su queste pagine. Non sia mai che se scateno le forze dirompenti del mercato e della competizione qualcuno rimanga senza lavoro, guadagni di meno, debba sforzarsi un po' di più (poco importa che prima campasse spudoratamente di rendita, come innumerevoli categorie "protette" della società italiana).
Che il modello superfisso sia in qualche modo alla base di tali affermazioni viene confermato qualche riga più sotto:
«perché è urgente garantire ai cittadini la ricerca di una condizione sociale complessivamente più stabile e certa, [...] all’interno del quale non possono esistere lavoratori di serie A e lavoratori di serie B;»
Eccoci, appunto; una condizione "stabile" e "certa": i fattori di produzione non cambiano, la tecnologia non cambia, se variano i prezzi relativi non cambiano necessariamente i comportamenti individuali. E quindi tutto si riduce ancora una volta ad una questione redistributiva, di fare in modo che non ci siano lavoratori di serie A e di serie B. Promuoviamo tutti alla serie A, diamo a tutti contratti blindati a tempo indeterminato, così avremo tutti una condizione stabile e certa.
Non può mancare infine, e chiudo, il riferimento alla ricerca scientifica e alla fuga di cervelli:
«...perché c’è una richiesta di modernizzazione profonda e complessiva del Paese, soprattutto da parte delle generazioni più giovani, che passa necessariamente dalla garanzia di libertà per la ricerca scientifica e tecnologica, anzi da politiche di stimolo e sostegno per esse, puntando al ritorno nelle nostre università e laboratori di quei “cervelli” che o sono sempre stati all’estero oppure sono stati costretti ad abbandonare gli ambienti di ricerca in Italia;»
Parole, vuote parole. Condite dall'immancabile richiesta di fondi per le università e le istituzioni di ricerca, senza che nessuno abbia il coraggio di richiedere apertamente l'abolizione del valore legale del titolo di studio e la privatizzazione degli atenei. Quella sì sarebbe competizione, ma per i Liberal del PD è un'idea davvero troppo oscena.
PS: qualcuno mi accuserà di aver riportato solo alcuni brani omettendone altri, in cui si invocano leggerezza, trasparenza ed efficienza della pubblica amministrazione, il ruolo del privato, eccetera. Tutto verissimo. Ma quelli sono appelli scontati, oltre che vuoti: i paragrafi che spiegano come farlo (licenziando un 200mila impiegati pubblici, per esempio) mancano. È il resto, comunque, a far rabbrividire.
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