Friday, February 8, 2008

Anche la Francia ha dei problemi, come riportato da Alain Duhamel su Le Point del 6 Dicembre 2007, tradotto da Jon Delogu

Spesso le problematiche italiane sono paragonabili a quelle evidenti in altri paesi europei come la Francia. Questo articolo apparso recentement su Le Point (e tradotto da Jon Delogu) lo illustra chiaramente. Interessanti sono anche i libri a cui si riferisce l'articolo, che pero' fondamentalmente parla del fatto che in Francia la realta' sia migliore dell'apparenza. In Italia, purtroppo, la realta' e' a volte anche peggiore della percezione.. Siete d'accordo?
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It is our national disease. The French distrust everything and everyone, including themselves. Although indispensable to the healthy functioning of democracy and irreplaceable within a market economy, confidence in France has become such a rare commodity that it seems sometimes not to exist at all. As we know, the French are more afraid of globalization than any other Western people, and are also the most allergic to liberal economic policies and the most traumatized by the new world of the twenty-first century. All studies prove it. The French confess a strange pessimism about the future of their country and their children, convinced that the best years are behind them, prosperity is a thing of the past, and decadence lies just ahead. They are mourning their lost hopes. All the same, they are not Europe’s most culturally impoverished nation nor are they the developed country with the fewest strengths. Nevertheless they have convinced themselves that a somber future is their fate. In France what weighs most heavily today is neither socialist ideology nor liberalism, but rather a “declinist” ideology that has managed to give shape to French fears and infest their collective spirit.

A very fashionable thin volume both explains and reflects this spiritual condition that constitutes a serious handicap for a nation that has not ceased to believe in its importance while also searching for a new equilibrium. Its title is “The Distrustful Society: How the French Social Model is Destroying Itself.” It is the work of two young and brilliant economists who, in plain language, go straight to the facts and rely on incontrovertible evidence. Their diagnosis (which aims, naturally, to give the patient a positive therapeutic shock) is that France is dominated by distrust and incivility, and that these attitudes derive from a mixture of corporatism and statism established after World War Two, even though some of its roots go back to the Vichy regime. The evidence they give is impressive. Only 21% of the French say they trust other people, as against 60% in Scandinavian countries, more than 50% in China, and more than 40% in Anglo-Saxon countries. This distrust applies not only to individuals but to institutions, whether parliament, courts, or unions. Worse still—the French are persuaded that it is impossible to rise to the top of society without being corrupt. In quasi-masochistic fashion, they even think it dangerous to trust people like them. In their answers to international comparative questionnaires, the French easily take first prize for incivility. When asked if it is immoral to try to obtain financial aid or indemnities for which one is not eligible, or it if is OK to offer bribes to win a particular client or market, the French prove to be the most cynical of all.

The two authors, Yann Algan and Pierre Cahuc, see this as the direct effect of a typically French blend of corporatism and statism: status, rank, and profession determine social advantages (the origin of a fragmentation of the society and the ostentatious display of competing desires, jealousies, and demands) and the State butts into everything, arbitrating on every issue and substituting itself for the natural social dialogue between unions and company directors. At the present time, one has to admit that the scandals at EADS or UIMM, the strikes against the reform of a group of special government pension plans, or the international contracts won by Nicolas Sarkozy; i.e., by the State, all offer ample proof of the authors’ thesis. Moreover, Algan and Cahuc’s extremely thorough investigation is only the most devastating example of a veritable flood of publications that all agree in their denunciation of the crumbling French social model. Other titles include “The Derailment of the Middle Classes” (Louis Chauvel, Seuil), “The Social Down Escalator” (Philippe Guibert and Alain Mergier, Plon), “The Capitalism of the Inheritors” (Thomas Philippon, Seuil), and “The Big Bad Market” (Augustin Landier and David Thesmar, Flammarion). The dissection of France’s social model has become today’s favorite intellectual exercise.

This demystifying balm of an unprecedented scientific violence recalls the rabid denunciations and the clairvoyant warnings of the non-conformists in the 1930s that heralded the terrible storms to come. While lacking the literary flair of that earlier group, the recent studies compensate with larger amounts of investigative rigor. They underestimate, however, the importance of metamorphoses within France over the past generation: the end of job indexing (?), successive waves of privatization, strong international performances by large French companies, the spectacular productivity of French workers (always ranked in the top three worldwide), the decrease in unemployment, and the recent rethinking of the archaic social practices inherited from the 1940s. Various corps, ranks, rites, and laws from a different world are finally on the point of disappearing. France carries the burden of a society of distrust but also the promises of a dynamic economy. In sum, the reality is more positive than France’s psychological profile would suggest.

Riflessioni su "Qualche Idea" di Luca su liberodipensare il 25 Gennaio 2008

Una delle cose importanti che possiamo fare come Italia Nuova sarebbe di cercare di focalizzare l'attenzione su qualche idea concreta che affronta una problematica specifica e proporre delle soluzioni. All'uopo, vorremmo cominciare a lavorare con voi per prepare una lista e per avviare una discussione.
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Luca scrive sul liberodipensare:
Premessa: la sbornia è passata presto. É bastata una notte per rendersi conto che la situazione è molto complessa. Al di là dei referendum, al di là Mastella, oltre gli inciuci invocati da Walter Ego.
Inutile dire che sono più che contento che Prodi sia stato defenestrato. Ha un bel dire lui che il suo governo ha fatto un sacco di cose, perchè le hanno viste solo loro. E nemmeno tutti. Le uniche cose per cui si sono trovati d'accordo sono stati gli smantellamenti delle decisioni prese dal governo 2001-2006 della Cdl. Quelle decisioni erano certamente più che discutibili, mica tutti devono essere d'accordo, ma non si possono chiamare "provvedimenti" del governo Prodi gli smantellamenti e gli smontamenti attuati in tutti i campi: giustizia, scuola, immigrazione, sicurezza, economia.

Ma tralasciamo le polemiche e proviamo a guardare un pò più distante del nostro naso. Questa mattina mi sono fatto un giretto nei principali quotidiani online e ho saltellato in qualche blog per vedere di farmi un'idea. Ma non ci sono riuscito più di tanto.
Per ora posso dire che da elettore di cdx, con idee liberiste e liberali, spererei che si vada alle elezioni subito, cosicchè possa vincere una coalizione di cdx. Il logorio dell'opinione pubblica è sotto gli occhi di tutti. E nonostante la convinzione che il Porcellum faccia schifo, dopo le porcate fatte da Prodi e compagnia bella, con tutta probabilità il cdx avrebbe una maggioranza certamente più ampia in Senato, anche se non di 30 senatori come qualcuno sui quotidiani si affanna a far credere in giro. Il cdx, dicevo, nella quale comunque resta il problema leadership. Io vedrei bene Letta a guidare un governo dell'ex cdl che per l'occasione a riaperto le serrande, spolverato l'argenteria ed è tornata alla carica.
Inciso: Ma che credono? Che siam scemi? Ma se fino a ieri se ne sono dette di tutti i colori... E noi beoti che, come diceva Montanelli (citazione suggeritami da una chiaccherata in casa di sinistri ieri sera, a governo appena caduto ;D), che andiamo a votare il meno peggio e non il migliore. Scemi che non siamo altro. Fine inciso.

Per contro è innegabile che sarebbe ottimo un governo di decantazione che permettesse di rasserenare gli animi, e si proponesse quelle poche riforme che allo stato attuale delle cose sono urgenti, necessarie e non più rimandabili.

1. Riforma elettorale, che prenda gli spunti dal referendum (così permetta di risparmiare i 500 milioni di Euro che costerebbe una tornata referendaria) e permetta di avviarci verso un sano bipartitismo.
2. Riforma delle istituzioni, che coinvolga una notevole e drastica riduzione della spesa (a cominciare da un ridottissimo numero di ministri dell'ipotetico governo tecnico), oltre che l'avvio di un processo di taglio del numero dei parlamentari (magari prendendo spunto dalla riforma bocciata al referendum del 2006).
3. Riforma del sistema giudiziario e dei codici, cercando di fare pulizia di tutti quei milioni di comma, codicilli, leggine, decreti regi che ormai sono inutili e creano solo confusione.
4. Liberalizzazioni, vere e utili al cittadino, compresa l'abolizione degli albi professionali.
5. Una finanziaria snella, con riduzione delle tasse e controllo della spesa, per rilanciare l'economia.
6. Una serie di provvedimenti per i giovani e le famiglie, che consentano di inventarsi un lavoro, se non ce ne fossero di disponibili, di uscire di casa (quelli che di restare "bamboccioni" non ne hanno alcuna voglia) e di costruire una famiglia, per chi lo volesse.


Un anno così e poi si va a votare. Avremo fatto piazza pulita di molti stipendi inutili, di molti partiti da zero virgola, i grandi partiti avrebbero le mani libere per varare i provvedimenti promessi in campagna elettorale e ci avvieremmo verso un sistema che può davvero fare affidamento sulle elezioni primarie per scegliere i propri candidati premier.

Ma forse è solo un sogno...

Un Motto per l'Italia di Beppe Severgnini - Dal Corriere della Sera

Gli inglesi, beati loro, sono occupati con una questione splendidamente inutile, quindi piuttosto interessante: definire la "britannicità" in un periodo in cui il Regno Unito viene usato da molti come un'anonima piattaforma internazionale, e rischia di perdere il proprio carattere. Si domandano a Londra (meno ad Edimburgo): gli americani hanno scritto tutto nella Dichiarazione d'Indipendenza, i francesi ripetono ""Liberté, Egalité, Fraternité". Perché noi niente?

Della "caccia al motto" ha scritto la "Herald Tribune", ricordando alcuni esiliranti interventi nella House of Lords e un concorso promosso da "The Times". Tra i molti suggerimenti arrivati sono piaciuti "One Mighty Empire, Slightly Used" (Un potente impero, leggermente usato), "We Apologize for the Inconvenience" (Ci scusiamo per il disturbo) e - scelto dal 21% dei lettori - "No Motto, Please, We're British", che ricorda "No Sex, Please, We're British", e non ha bisogno di traduzione.

Voi capite che, di questi tempi, la tentazione è irresistibile. Troviamo un motto per l'Italia! Qualcosa di breve ed efficace, da mettere sotto la bandiera. I vostri suggerimenti mandateli a www.corriere.it. Li pubblicheremo tutti (esclusi quelli volgari, incompatibili col codice penale e, comunque, troppo facili).

Potremmo cominciare con L'ONESTA' E' UN OPTIONAL: mi sembra riassuma bene la condizione di un Paese dove non è ancora vietato (per adesso) essere onesti, ma non è strettamente necessario. Tanto, non succede niente (leggete, vi prego, "Fine pena mai", il libro di Luigi Ferrarella sullo stato comatoso della giustizia italiana).

Una seconda possibilità è NON SI SA MAI. Fossimo fatalisti diremmo "Quel che sarà, sarà", come i sudamericani. Siccome siamo cauti, optiamo per il dubbio civico metodico. NON SI SA MAI rende l'idea di un Paese dove tutto - la protesta, l'indignazione, la reazione col voto - è condizionato dal timore delle conseguenze.

LIBERA CURVA IN LIBERO STADIO Un adattamento calcistico del celeberrimo "Libera Chiesa in libero Stato", ultimamente un po' malandato. Per carità, la libertà dello Stato c'è ancora: vigilata, però.

UNA REPUBBLICA FONDATA SULLO STAGE Lieve aggiornamento dell'articolo 1 della gloriosa Costituzione Italiana (buon compleanno, signora). Un motto che ho proposto proprio qui qualche anno fa, e ha avuto un certo successo (600 citazioni su Google), soprattutto tra i ventenni precari. Meno fra i loro capi.

Il mio motto preferito per l'Italia moderna è però UNO PER UNO, TUTTI DISTRUTTI. Mi sembra perfetto per descrivere i disastri provocati dall'individualismo parossistico. Arrivano le elezioni. Alcuni furbacchioni tenteranno di convincervi che questo è un segno di libertà e autonomia, e ogni tentativo di creare qualcosa insieme è una forma di statalismo mascherato. Storie. La verità è un'altra: fare i nostri porci comodi è facile, ma è stupido. Prima o poi arriva un altro più comodo e più porco di noi. E allora sono guai.