Monday, March 3, 2008

"Siamo il Paese dove non si va mai in carcere" da Stefano Zurlo su Il Giornale del 2 Marzo 2008

Solo 67 criminali su 100mila adulti sono in prigione: è il numero più basso in Europa. Il 78,8% dei reati rimane senza un colpevole.

Un cittadino sprovveduto, dopo aver letto i dati in arrivo da Londra, scambierebbe l’Italia per un paese quasi senza criminalità. Anzi, il paese virtuoso per eccellenza. Possibile? Non abbiamo la mafia, la camorra, la ’ndrangheta? E un numero senza fine di rapine, furti, scippi? Però dopo aver studiato le tabelle dell’International Centre for Prison Studies del King’s College, sappiamo che l’Italia è lo stato con meno carcerati in rapporto alla popolazione. In testa alla lista, lontanissimi, gli Usa con 2.300.00 detenuti, in pratica un abitante su 100, 750 ogni centomila adulti secondo le valutazioni degli esperti della capitale britannica. A scendere l’Inghilterra (più il Galles) con 80.229 detenuti, ovvero 148 ogni 100mila adulti; poi la Spagna che ne ha 66.129, dunque 147 su 100mila; più in basso la Germania che si ferma a 76.629 detenuti, 93 per 100mila adulti e la Francia che è a quota 52.009, equivalenti a 85 su 100mila abitanti.
L’Italia? Non c’è paragone con nessuno: siamo il paese degli angeli, anche se nessuno se n’è accorto, con 39.348 carcerati. O meglio, solo la Danimarca, nel suo piccolo fa come noi con 67 detenuti ogni 100mila adulti.
Digeriti i numeri resta la sostanza: il quadro, lo capirebbe pure un bambino, stride. C’è un senso di insicurezza percepito ovunque, da Milano a Palermo, e con cadenza quotidiana i giornali lanciano l’allarme. Abbiamo regioni intere infestate dalla grande criminalità, abbiamo semisconosciuti e poco invidiabili record. Uno per tutti, le rapine in banca: nel 2005 sono state 2.735 contro le 728 della Germania e le 122 del Regno Unito. In pratica, il 48,11 per cento degli assalti agli istituti di credito in Europa si verifica in Italia. Eppure la nostra popolazione carceraria è bassissima.
Certo, i dati raccolti dagli specialisti del King’s College vanno interpretati e risentono dell’effetto indulto: dopo aver raggiunto quota 60.710 detenuti, nell’estate 2006 le nostre prigioni si sono svuotate o quasi e l’esercito dei detenuti è precipitato sotto le 40mila unità. Ora la risalita è ripresa e siamo intorno a quota 50mila. Presto, con un incremento di mille unità al mese, si tornerà alla barriera dei 60mila, ma anche con numeri del genere siamo sotto la media Ue. Spagna e Inghilterra sono lontanissime per non parlare degli Usa che hanno cifre per noi spaventose.
E allora conviene fare un passo indietro e allineare tre dati: in un anno vengono commessi in Italia circa 2,8 milioni di delitti. Un insieme sterminato di furti, rapine, omicidi e quant’altro. Attenzione: il 30,6 per cento delle vittime non denuncia neanche l’episodio che gli è capitato. Infine, il 78,8 per cento dei reati resta impunito. Ecco il dato che riassume il disastro italiano e spiega, forse, la scarsa frequentazione delle carceri. Tre reati su quattro, anzi di più, non trovano un colpevole. Che però c’è e va tranquillamente in giro. Dunque, il numero così esiguo dei nostri detenuti è il segnale del fallimento del nostro sistema, non di un’inesistente declino della criminalità. In Italia l’azione penale è obbligatoria, ma in pratica diventa una lotteria: un certo reato viene perseguito, un altro no, moltissime volte - pensiamo ai furti in casa - le indagini sono nominali o poco più; come se non bastasse i processi, e pure le indagini, durano un’eternità, i tribunali sono ingolfati da milioni di procedimenti, spesso la sabbia nella clessidra della giustizia finisce e quel procedimento viene dichiarato prescritto. Insomma, vista dal punto di vista dei delinquenti la macchina giudiziaria è una pacchia. Siamo in affanno, siamo in ritardo, non garantiamo la sicurezza invocata dai cittadini, in compenso - altro dato preoccupante - l’Italia ha 1,39 giudici ogni diecimila abitanti contro gli 0,91 della media Ue. Come mai? Cosa non va?
Eppure, con 50-60mila detenuti le nostre strutture carcerarie vanno al collasso. Non ce la fanno e l’indulto, sia pure controvoglia, appare l’unica soluzione: più delinquenti in giro, meno in carcere.

Sapete Quanti Partiti si Presentano alle elezioni? Ben 177 (!) come riportato da Federico Novella sul il Giornale del 3 Marzo 2008.

Ben 177 partiti, compreso quello degli Impotenti, si sono presentati a queste elezioni, mentre 170 si erano presentati nel 2006.

Ci sono otto falci e martello, cinque fiamme, tre garofani, due edere, cinque rose, quattro scudi crociati, sei targati Grillo, tre col marchio «pensionati». C’è il partito degli astenuti, il partito dei giocatori d'azzardo, c’è persino il partito degli impotenti. Ma siamo sicuri che le cose siano cambiate davvero? No perché si parla tanto di semplificazione della politica, due, tre partiti al massimo, ma qua c’è da mettersi le mani nei capelli. Sta di fatto che al Viminale, in vista delle elezioni politiche, è arrivata una lenzuolata di 177 simboli: roba che se il povero votante in fila al seggio si mette a guardarli tutti, fa prima ad aspettare le elezioni del 2013. Ci pensate? 177 partiti che riempiono sette bacheche: nel voto del 2006 erano solo 170. Sette in più della volta scorsa, alla facciaccia dell’antipolitica: ora possiamo ben dire che dopo il calcio, lo sport nazionale è fondare partiti, o perlomeno simboli. E tutto al fine di vincere le elezioni, certo: ma in alcuni casi semplicemente per esercitare la fantasia, esibirsi nello sberleffo, satireggiare per vie traverse. È l’unica cosa plausibile, se pensiamo al partito «No mondezza in Campania», il cui programma si riduce a una frase: «Rifiuta il rifiuto». È senz’altro il partito delle mani pulite (e non solo le mani): gente che magari punta alla grande raccolta (differenziata) dei voti. Lo slogan? «Una volta in politica pioveva sul bagnato: oggi piove anche sull’umido».
E che dire invece del raggruppamento intitolato «Casinò centro Italia», che sfoggia nell’emblema un tappeto da roulette? Dopo il presidente operaio, avremo un presidente croupier? Rien ne va plus, fate il vostro gioco. Peraltro una formazione piuttosto inutile, questa, perché si sa: a mescolare le carte in Parlamento sono già bravissimi, e alla fine il mazzo ce lo facciamo noi. Ma il picco (si fa per dire) del piacere lo raggiungiamo col «Partito Impotenti Esistenziali» di tal dottor Cirillo: un partito dalla evidente linea morbida, in opposizione al leggendario celodurismo leghista. Per loro, va da sé, non c’è nulla da fare, altro che larghe intese, unità nazionale, governi tecnici: il solo obiettivo sono le erezioni anticipate. L’unica alleanza che potrebbero stipulare è con un altro simbolo intitolato «Contro la Casta». E sarebbe un’unione - inutile dirlo - puramente platonica.
Ma insomma: dopo tutto, è davvero questo il futuro che avanza? Fate voi. In fila per il 13 aprile, c’è anche qualche marchio piuttosto datato, diciamo qualche vecchia conoscenza. Per l’esattezza c’è la Dc, Pli, Psdi, Pri, Radicali, Psi e Msi. Altro che terza repubblica: pare che non ci siamo schiodati dalla prima. Più che una macchina elettorale, sembra una macchina del tempo. Le sigle son sempre quelle, le icone storiche pure. Ma che ci volete fare: se talvolta l’inventiva abbonda, talaltra la vena artistica dei candidati è francamente carente. Al centro c’è Casini che si litiga lo scudocrociato con la Dc di Pizza e l'altra Dc di Sandri. A sinistra i marxisti che litigano coi leninisti che litigano coi comunisti per la falce e martello. A destra la situazione è ancora più calda: difatti vogliono tutti la fiamma. Insomma, chi copia chi? In fondo, basterebbe un po’ di sano, originale umorismo. Come dire, un po’ di spirito, talvolta involontario. Come quello dell'ultimo simbolo presentato al ministero: dicesi «Italia Popolare», movimento di chiara ispirazione cattolica, tant’è che - scherzo del cielo - il candidato premier si chiama Antonio di Dio, dal nome del diretto ispiratore. Come dire: uno che vanta conoscenze molto ma molto in alto. Assai più terreno, invece, il messaggio politico lanciato dalla misteriosa lista «Zarlenga omnia» che esibisce nel simbolo una galassia di palloni da calcio. Riuscirà a scendere in campo con quest’immagine calcistica? Non c’è bisogno di consultare Renato Mannheimer: secondo noi, si tratta di un chiaro autogol. Di palle, in politica, se ne sparano già abbastanza.
Federico Novella

L'Importanza di avere una mente poliedrica e di mantenere vivi stimoli intellettuali, come suggerito da Francesco Alberoni

La vita è ricca e complessa. Chi si specializza inaridisce

Ogni volta che sento dire che l'Italia sta perdendo una grande impresa come l'Alitalia, o si indebolisce in un settore, sia esso la moda o la chimica o l'agricoltura o la grande distribuzione, sono preoccupato. Perché tutte le attività sono interdipendenti. Molti, quando pensano alla moda, hanno in mente le sfilate, le top model. Ma dietro le sfilate vi sono le imprese tessili che possono inventare nuovi tessuti e nuovi prodotti solo grazie all'apporto della chimica, dell'industria delle macchine utensili, che a sua volte richiede l'elettronica, l'informatica; e poi tutta la filiera, i tecnici, le bravissime maestranze, le navi portacontainer. Il cinema non è solo festival e pettegolezzo divistico, ma finanza, alta tecnologia, rapporti con tutte le forme di arte. Dietro il sistema turistico ci sono gli aeroporti, le compagnie aeree, le autostrade, l'industria edilizia, quella alberghiera, quella alimentare. Per cui, se perdiamo il settore nucleare, quello elettronico, quello chimico o la grande distribuzione, viene indebolito tutto il resto. Non è nazionalismo: un grande Paese moderno è per sua natura complesso e richiede, per sua natura, una grande varietà di competenze che si integrano si completano a vicenda.

E questa pluralità è importante non solo per ragioni economiche ma anche culturali, anche morali. Alcuni sentimenti morali come il valore del lavoro e la necessità di un rapporto rigoroso fra merito e ricompensa nascono nel campo delle attività produttive, dove si producono oggetti, se ne calcola il numero, se ne valuta la qualità. Mentre il senso di responsabilità si forma soprattutto là dove ci si fa carico della vita e della sofferenza dell'uomo, come negli ospedali. La capacità di competere si sviluppa nello sport e nella concorrenza fra imprese. La disciplina nella scuola, sul lavoro e nelle forze armate. Mentre altri valori come la capacità di apprezzare la creatività artistica, la fantasia, l'inventiva, si formano nell'industria culturale e nell'industria dello spettacolo che, a loro volta, interagiscono con tutte le altre. La vita è complessità. Nella società, come nell'individuo tutto ciò che è specializzazione estrema, inaridisce, impoverisce. Il matematico che conosce solo la matematica e l'economista solo l'economia non possono capire la ricchezza, la molteplicità del reale. Il sistema economico deve poggiare su numerosi pilastri e la cultura sulla pluralità e il fermento dei valori e dei saperi.

Riflessioni su "L'Italia non e' solo una Parola" di Ernesto Galli Della Loggia dal Corriere del 2 Marzo 2008

Che cosa vuol dire una parola come "Italia"? Non e' solo una realta' geografica, ma anche una immagine spirituale, un richiamo storico ed artistico, un insieme di dati economici ed industriali, una somma di valori umani e una aggregazione linguistica, letteraria e di popolo. Riportiamo appresso un articolo di Ernesto Galli della Loggia che discute cosa rappresenta e costituisce il nostro paese.


ELEZIONI E SIMBOLI NAZIONALI

L'Italia non e' solo una parola

Venti anni dopo il Psi di Craxi, il Partito democratico ha scoperto l'Italia. Nei suoi comizi Walter Veltroni non fa che evocarla, che parlare di Italia, di nazione (riecheggia di continuo sulla sua bocca «siamo un grande Paese, una grande nazione»), spesso di patria. E alla fine di ogni suo incontro è ormai d'obbligo l'inno di Mameli compuntamente intonato da tutti i presenti. Nulla da obiettare, naturalmente. Solo che parlare tanto di nazione, se non si vuole suscitare qualche sospetto di strumentalità, richiede pure che si traggano certe conseguenze. Per esempio che ci si interroghi circa lo stato di salute di quella nazione medesima. Dunque che si guardi oltre un'ottica banalmente politica legata all'attualità, bensì agli elementi di cui una nazione è realmente fatta; e cioè, per cominciare, che si cerchi di capire se il tessuto che lega un popolo a una storia e a uno stato, nel quadro di una determinata costituzione politica, è ancora sano, se tiene ancora. Quale occasione migliore, del resto, di una campagna elettorale, della prima campagna elettorale di un grande partito che mira a grandi traguardi? Tanto più che salta agli occhi che quel tessuto di cui dicevo si sta ormai logorando ogni giorno di più. Che gli elementi di cui è fatta la nazione Italia, che sono valsi a tenerla storicamente insieme e in cui essa consiste, stanno cedendo e sono forse sul punto di venir meno. Stanno forse venendo meno insomma parti decisive dello stesso progetto iniziale su cui fu edificato 150 anni fa lo Stato nazionale. Una visione troppo pessimistica? I dati di fatto dicono di no, mi pare. A cominciare dal dato in certo senso più simbolico perché consustanziale all'idea medesima di Stato, quello della giustizia. Secondo stime del Censis a fine 2005 erano oltre 5 milioni (5 milioni!) i procedimenti pendenti in tutte le sedi della giurisdizione penale, e oltre 3 milioni quelli pendenti nella giurisdizione civile. Giurisdizione che è sempre più disertata da chiunque ne abbia appena qualche possibilità. In pratica nessuno pensa più, in Italia, che lo Stato nazionale possa rappresentare lo strumento per riparare un torto di natura non penale: e per primi non lo pensano gli stranieri, i quali proprio in ciò vedono un motivo spesso decisivo per non avere rapporti qui con noi. Quanto alla giustizia penale, che cosa bisogna ancora dire che ormai non sia stato già detto mille volte? Che bisogna ancora dire del modo d'essere e dell'efficienza dei magistrati? Dell'esasperazione personalistica con cui i pm gestiscono perlopiù il loro ruolo? Del modo come opera il Consiglio superiore sulla base delle opinioni politiche prevalenti al suo interno? Del segreto istruttorio, delle amnistie? Semmai ci sarebbe da sapere che cosa ne pensa, e soprattutto che cosa ne dice, Veltroni. Se pensa che un grande Paese come l'Italia debba avere un sistema giudiziario come il nostro: ovvero che cosa di concreto bisognerebbe fare a suo avviso per averne uno diverso. Ma su questo tema non sembra che il segretario del Pd abbia fin qui voluto spendere una parola. Come non ha speso una parola, se non mi sbaglio, sulla voragine in cui sta precipitando il Mezzogiorno.

Eppure l'Italia è stata pensata a suo tempo come un paese intero, e forse è ancora una nazione sola. Invece, dal Volturno in giù, dopo che sono falliti tutti gli «aiuti», tutte le «industrializzazioni», tutti gli «sviluppi», ormai in un gran numero di casi, come dimostra la Napoli di Bassolino (difeso peraltro fino all'ultimo proprio dal segretario del Pd), sta fallendo anche l'autogoverno locale, cioè la prima espressione della democrazia. E sulle sue macerie signoreggiano sempre più le associazioni delinquenziali. Sentiamo ancora il Censis: oltre il 70% delle popolazioni di Campania, Puglie, Calabria e Sicilia (cioè il 22% circa dell'intera popolazione della penisola) vive in comuni dove dilaga «la forza pervasiva della criminalità organizzata ». A Napoli e a Palermo, le due storiche capitali del Sud, «quasi la totalità degli abitanti convive con le organizzazione criminali»: e si sa cosa ciò significa nei fatti. Ebbene cosa ne pensa Veltroni, il patriota Veltroni? Che cosa pensa che dovrebbe fare in circostanze del genere un ministro degli Interni «italiano», di una nazione che volesse ancora considerarsi tale? Non glielo abbiamo mai sentito dire. Alla fine però un Paese non è solo l'effettivo esercizio della giustizia e della sovranità su un territorio. E' soprattutto gli uomini e le donne che lo abitano, la loro mente e il loro cuore, la loro visione del mondo presente e di quello passato. Un Paese è dunque la sua scuola. Ebbene, ha un'idea Veltroni delle condizioni in cui versa il nostro sistema scolastico? A sentirlo ripetere rancide formulette sulla «creatività dei ragazzi», sulla necessità di andare «oltre i temi», per esempio facendo girare agli studenti un film, o altre «puttanate» del genere, come le ha definite Massimo Cacciari, si direbbe proprio di no. Che non abbia alcuna idea degli edifici scolastici vilipesi e sfregiati in mille modi che costellano quasi tutti i panorami urbani italiani; degli ultimi decenni di riforme ridicole e tutte regolarmente naufragate, volute da pedagogisti di regime convinti che l'educazione e l'istruzione fossero risolvibili essenzialmente nelle tecniche di apprendimento. Che non abbia alcuna idea degli insegnanti in grandissima parte demotivati o, più spesso, del tutto impari al loro compito; dell'incubo cartaceo-riunionistico in cui sono costretti a passare gran parte del loro tempo; di tutto il sistema disciplinare e del rapporto tra la scuola e le famiglie che sono ormai disintegrati. Che nulla sappia del vuoto spirituale (sì, usiamo le parole appropriate: spirituale. Perché lo spirito può prendere mille forme, ma senza di esso nessuna sostanza è mai possibile) che domina una scuola ridotta nella sua essenza a un'insulsa macchina burocratica. Veltroni se ne convinca dunque: l'Italia, il grande Paese, è ahimè questo, non altro. Una nazione senza giustizia, senza scuola, terra di conquista della malavita. Cioè una nazione che vive processi di decomposizione mortali: dai quali forse può salvarsi, sì, ma solo se chi si candida a governarla ha il coraggio di chiamarli per nome. Non di parlare d'Italia per parlare d'altro.

Ernesto Galli Della Loggia