Monday, March 10, 2008

Le proposte di Condustrie come riportate dal Sole

LA CRESCITA ECONOMICA

VERO BENE COMUNE

Le proposte di Confindustria

Governabilità, Riforme, Liberalizzazioni e Privatizzazioni

Proposte:

correzioni e integrazioni alla II parte della Costituzione;

superamento del bicameralismo perfetto;

rapporto fiduciario monocamerale;

più poteri al premier, a cominciare da proposta e revoca dei ministri

sfiducia costruttiva;

nuova legge elettorale, che consenta di scegliere chi mandare in Parlamento e riduca il numero di deputati e senatori;

riforma dello Stato e vero federalismo fiscale;

abolizione progressiva delle Province, partendo dalle aree metropolitane;

meno regole, meno tasse, meno Stato in economia;

liberalizzazioni e privatizzazioni a livello nazionale e nei servizi pubblici locali;

privatizzazione del patrimonio immobiliare degli enti locali;

Lo Stato faccia quello che i cittadini non possono fare.

La governabilità del sistema Paese, la sua capacità di decidere sono una precondizione indispensabile per la crescita. Dall’ingresso dell’euro, cioè negli ultimi dieci anni, non ci sono state incisive riforme perché chi vince le elezioni non riesce a governare.

Le proposte istituzionali puntano a dare al governo una maggiore capacità di decidere e ad accrescere la responsabilità di chi decide. Il federalismo fiscale mira anche a ridurre il peso del debito pubblico, che negli ultimi anni è aumentato soprattutto in ambito locale, e a frenare la spesa pubblica che genera inefficienza, sprechi e concorrenza sleale.

Puntiamo ad una vera sussidiarietà: il pubblico, a tutti i livelli, assicuri solo quelle attività che i privati cittadini non possono fare.

L’intervento diretto del settore pubblico in economia si è in gran parte trasferito dal livello statale a quello locale. Gli enti locali hanno un ricco patrimonio spesso poco o male utilizzato che va privatizzato. Gli enti locali hanno esteso la rete dei servizi pubblici prodotti fuori dal regime di concorrenza, generando un neostatalismo municipale a fini di consenso elettorale che abbiamo più volte condannato. Occorre liberalizzare e privatizzare queste attività, compreso il settore idrico, e vanno fortemente limitate le possibilità di affidamento “in house”. In questo modo si genera efficienza e si innalzano produttività e crescita.

Il federalismo fiscale è indispensabile per trasferire la responsabilità delle decisioni il più vicino possibile ai bisogni dei cittadini e delle imprese. Si deve creare una concorrenza virtuosa tra regioni su un tema fondamentale: il rapporto tra prelievo fiscale e servizi offerti a cittadini e imprese.

Risanamento dei conti pubblici

Proposte:

anticipare al 2010 l’obiettivo di pareggio del bilancio pubblico;

anticipare al 2010 l’obiettivo di riduzione del debito pubblico sotto il 100% del PIL;

portare nel 2010 l’avanzo primario al 5% del PIL (dal 3,1% del 2007) e mantenerlo costante;

elevare dal 2,5% al 3,5% del PIL la spesa pubblica per investimenti entro il 2010;

ridurre dal 39,6% del 2007 al 37% del PIL entro il 2010 la spesa corrente primaria risparmiando sulla spesa per il personale e sugli acquisti di beni e servizi.

Non è una passeggiata. Occorre farlo sapere con chiarezza e trasparenza agli italiani. Il nuovo miracolo economico è possibile solo con impegno, sacrifici, riforme coraggiose.

La stabilità dei conti pubblici è fondamentale. Occorre darsi obiettivi sfidanti per cambiare le aspettative e creare certezze: le decisioni di spesa delle famiglie e delle imprese sono state inibite dal timore di nuove e continue manovre di risanamento. E ciò ha frenato la crescita.

Senza decisivi, drastici e impopolari tagli strutturali alla spesa pubblica non sarà possibile rilanciare la crescita economica. Non ci sono soluzioni senza costi o con costi solo a carico di altri. Con i risparmi di spesa vanno reperiti i 30 miliardi che mancano per azzerare il rapporto tra deficit e PIL.

L’extragettito ottenuto dalla lotta all’evasione va destinato alla diminuzione delle aliquote fiscali. La riduzione della spesa pubblica cambia la mentalità e il modo di lavorare, ponendo al centro la qualità e il servizio per i cittadini.

In Italia la macchina amministrativa assorbe il 18,7% della spesa pubblica. In Francia il 13,4%, in Germania il 13,1%. In Spagna il 12%. C’è molto spazio per ristrutturare e risparmiare.

Riduzione delle imposte

Proposte:

riduzione dell’IRES di 3,5 punti per portarla in cinque anni alla media europea (24%);

eliminazione progressiva del costo del lavoro dalla base imponibile IRAP;

eliminazione delle addizionali regionali IRAP che addossano alle imprese i costi della cattiva gestione della sanità;

diminuzione graduale della pressione fiscale complessiva iniziando a portarla dal 43,3% del 2007 al 42% nel 2010;

riduzione di 5 punti del cuneo fiscale e contributivo, che in Italia rimane tra i più elevati.

Si tratta di ipotesi che non sono destinate a sommarsi tutte tra loro, ma costituiscono leve possibili per ottenere il risultato. Il taglio del cuneo fiscale avviato nel 2007, ad esempio, è stato ottenuto riducendo la base imponibile IRAP.

Certamente, maggiore crescita e minore spesa pubblica devono tradursi in una riduzione della pressione fiscale su cittadini e imprese. Tasse così alte come quelle che si pagano attualmente sottraggono potere d’acquisto alle famiglie e riducono la competitività del Paese.

Per le imprese occorre ridurre il peso complessivo sul risultato operativo lordo di tutte le tasse pagate, a diverso titolo, a livello nazionale e locale (il cosiddetto total tax rate).

Secondo la Banca Mondiale, prima delle riduzioni di aliquote IRES e IRAP introdotte dalla Finanziaria 2008, tale peso era in Italia del 76% contro il 66% della Francia, il 62% della Spagna, il 54% della Svezia, il 51% della Germania e il 46% degli Stati Uniti. Esistono, dunque, ancora ampi margini di intervento.

Agendo sull’IRAP si può così ridurre nel corso della legislatura il “cuneo fiscale e contributivo” di altri cinque punti con benefici divisi fra imprese e lavoro dipendente. Una simulazione del Centro Studi Confindustria dimostra che un taglio del cuneo per nove miliardi di euro innalza il PIL dello 0,4-0,9% in tre anni, l’occupazione dello 0,2-0,6%, i consumi dello 0,8-1,2%. L’efficacia è tanto maggiore quanto più la riduzione è indirizzata verso le imprese, attraverso l’abbattimento del costo del lavoro, perché stimola gli investimenti, aumenta la competitività, riduce i prezzi.

Dalla lotta all’evasione, che rimane ampia - il mancato gettito è di oltre 90 miliardi di euro, pari ad almeno 6 punti di PIL - possono venire le risorse necessarie a ridurre le aliquote. Bisogna pagare tutti per pagare meno, affrontando con coraggio e tenacia il sommerso. La lotta all’evasione va condotta in modo efficace ed efficiente, senza inutile accanimento verso quei contribuenti onesti - cittadini e imprese - che già pagano le tasse e ne pagano molte.

Lavoro, Contratti, Salari, Produttività

Proposte:

decontribuzione e detassazione strutturale dell’intero importo dei premi di risultato;

detassare gli straordinari;

computabilità dell’intera somma a fini pensionistici;

servizi per l’impiego più efficaci;

moderni ammortizzatori sociali per sostenere il reddito dei lavoratori nel passaggio da un lavoro ad un altro, compreso il pubblico impiego;

potenziare la formazione continua;

sbloccare e valorizzare l’apprendistato per renderlo lo strumento principale per l’assunzione stabile dei giovani;

semplificare le regole del processo del lavoro e favorire il ricorso all’arbitrato;

rivedere il sistema delle quote per i lavoratori stranieri e favorire l’ingresso di personale qualificato e specializzato;

unificare gli enti che si occupano di prevenzione e sicurezza sul lavoro.

Per aumentare le retribuzioni occorre dar vita a un circolo virtuoso fra salari, produttività e crescita economica. Nel settore pubblico occorre ottenere guadagni di produttività di almeno il 5% annuo.

La strada, avviata con il Protocollo sul Welfare, è quella di incentivare la contrattazione di secondo livello che collega aumenti salariali a obiettivi di produttività concordati tra impresa e sindacati. I premi di risultato devono costare meno all’azienda (minori contributi previdenziali) e assicurare ai lavoratori somme più “pesanti” perché sgravate da contributi e tasse pur senza perdere nulla sul piano pensionistico.

Più in generale vogliamo pagare di più chi lavora di più. Va detassato, a favore dei lavoratori, il lavoro straordinario dopo che è stata eliminata l’ingiusta sovracontribuzione a carico delle imprese.

Per aumentare la competitività servono nuovi equilibri tra tutele per i lavoratori e sviluppo di un’organizzazione del lavoro più moderna e flessibile.

Il sistema produttivo italiano sta attraversando una profonda trasformazione verso prodotti a più alta qualità e contenuto innovativo e sempre più richiede lavoratori preparati. Perciò sono indispensabili il potenziamento della formazione e l’attrazione dei talenti.

La sicurezza sul lavoro ha bisogno di collaborazione, dialogo e formazione.

Occorre creare una cultura della sicurezza. Ci vuole una nuova attitudine alla prevenzione dei rischi da parte di istituzioni, lavoratori e imprese. Le imprese nel fare prevenzione hanno bisogno di certezza sulle misure da adottare. Vanno unificati, e focalizzati soprattutto su attività di prevenzione, i vari enti che, a diverso titolo, si occupano di sicurezza sul lavoro.

No ad un approccio basato solo su adempimenti burocratici e su un abnorme inasprimento delle sanzioni.

5. Semplificazione

Proposte:

approvare definitivamente e al più presto le misure già concordate dalla piccola industria con il Ministero della Funzione Pubblica:

semplificazione dei controlli per le imprese certificate

rinnovo automatico delle autorizzazioni

apertura di nuove attività

riduzione adempimenti in materia di privacy

introduzione del danno da ritardo nel rilascio dei nullaosta;

ridurre annualmente, almeno del 10%, i costi per adempimenti burocratici, proseguendo e implementando le attività di misurazione degli oneri;

attribuire un ruolo forte all’interlocutore unico per le strategie di semplificazione, rafforzando anche il coordinamento tra Stato e Regioni per una migliore qualità della regolazione a livello regionale;

proseguire con il meccanismo “taglia leggi”.

La burocrazia è un ostacolo micidiale alla crescita del Paese, limita le potenzialità di sviluppo delle aziende anche del 50%, è il principale motivo di non attrazione di investimenti esteri in Italia. La moltiplicazione e stratificazione delle leggi, le loro interpretazioni variegate e aleatorie, la lunghezza delle risposte della pubblica amministrazione e della giustizia civile scoraggiano gli investimenti e riducono lo sviluppo.

La burocrazia inefficiente è gravissima per le piccole aziende perché sottrae all’attività d’impresa la risorsa più importante: il tempo dell’imprenditore. Proponiamo riforme a costo zero per i conti pubblici. Anzi, poiché rilanciano la crescita, generano nuove entrate fiscali.

. Energia e Ambiente

Proposte:

attuare con urgenza il piano nazionale di efficienza energetica per ridurre i consumi e aumentare la competitività del sistema industriale;

velocizzare con iter certi, rapidi e trasparenti la realizzazione di investimenti nelle infrastrutture energetiche;

sbloccare immediatamente la realizzazione dei rigassificatori;

potenziare il sistema gas (utilizzo delle risorse nazionali e ampliamento delle infrastrutture di stoccaggio);

razionalizzare il mix delle fonti con maggior utilizzo del carbone;

puntare sul nucleare di nuova generazione;

completare il mercato elettrico;

ripristinare, da parte del Governo, l’acquisto di crediti di emissioni di gas serra sul mercato internazionale per il periodo 2008-2012;

assumere, per l’attuazione del protocollo di Kyoto dopo il 2012, obiettivi realizzabili e sostenibili per il Paese;

emanare i decreti attuativi previsti dal Codice Ambientale;

regolamentare, a livello nazionale, l’assimilazione dei rifiuti industriali ai rifiuti urbani;

nuova cultura ambientale, a cominciare dalla scuola: rapporto positivo con lo sviluppo.

Le imprese italiane pagano l’energia il 30% più della media europea (il 60% più delle concorrenti francesi).

L’energia e il cambiamento climatico sono questioni cruciali strettamente legate tra loro e che sempre più condizioneranno la crescita economica futura. Occorrono scelte precise non più rinviabili dopo che per troppi anni vi è stato un totale immobilismo.

Una immediata attuazione del piano nazionale di efficienza energetica, come avviene in Germania, può ridurre i consumi finali del Paese di oltre il 10 per cento.

In Italia servono nuovi investimenti: vanno accelerati con iter più snelli e chiari.

In particolare, per i rigassificatori, va sbloccato l’iter autorizzativo degli impianti già previsti; per i tre maggiori, con capacità complessive per circa 20 miliardi di metri cubi, il procedimento autorizzativo è concluso a livello ministeriale; per altri otto, con capacità complessiva di 64 miliardi di metri cubi, il procedimento autorizzativo è in corso.

Il gasdotto dalla Russia (TAG) può aumentare la propria capacità entro il 2011, quello dall’Algeria (Transmed) entro il 2012.

Per avviare un riequilibrio del mix di fonti occorre completare la riconversione a carbone degli impianti di Tor Valdaliga Nord, Porto Tolle e Vado Ligure.

Per il nucleare sono tre le azioni prioritarie: partecipazione dell’Italia all’attività di ricerca e sviluppo nei reattori di quarta generazione; partecipazione italiana alla realizzazione di centrali all’estero, in particolare vicino ai confini, attivando linee di interconnessione ad hoc; realizzare impianti nucleari di nuova generazione in Italia verificando anche la possibilità di una compartecipazione utenti-produttori industriali per la realizzazione.

Il completamento del mercato elettrico renderà più competitivo il settore con un forte processo di liberalizzazione.

L’attuazione del protocollo di Kyoto per il quadriennio 2008-2012 necessita di ripristinare l’acquisto di crediti di emissioni di gas serra sul mercato internazionale da parte del Governo. Ciò per garantire una assegnazione gratuita delle quote di emissione a tutti i nuovi impianti che verranno attivati in quel periodo, impianti che altrimenti verrebbero gravati subito da oneri aggiuntivi.

Nell’ambito degli impegni assunti dall’Europa per la lotta ai cambiamenti climatici successivamente al 2012, l’Italia deve negoziare propri obiettivi realizzabili e sostenibili che non creino condizioni distorsive della competitività dei nostri settori industriali.

Occorre definire i decreti attuativi previsti dal Codice Ambientale del 2006 parzialmente modificato nel gennaio 2008 recuperando innanzitutto quelli emanati nel 2006 ma rimasti inefficaci.

Sono urgenti il decreto sull’assimilazione dei rifiuti industriali ai rifiuti urbani e la definizione delle regole per il ritiro dei cosiddetti RAEE, i rifiuti elettrici ed elettronici. Per le bonifiche dei siti inquinati occorre accelerare l’applicazione degli accordi di programma per la reindustrializzazione previsti dal decreto correttivo del Codice Ambientale. Va superata al più presto la situazione di stallo creata dalla non operatività della commissione ministeriale competente per il rilascio dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) ai circa 200 grandi impianti di competenza statale.

. Infrastrutture

Proposte:

opere prioritarie: Torino-Lione e Corridoio 5 (alta velocità Milano-Brescia, Verona-Padova-Venezia-Trieste); Brennero; Terzo Valico di Genova; alta velocità Napoli-Bari; autostrada Salerno-Reggio Calabria; Statale jonica; Pedemontana; Brebemi; ferrovia Palermo-Messina-Catania;

realizzare tutte le opere necessarie a completare le grandi reti europee;

nuova disciplina del project financing.

L’inadeguatezza delle infrastrutture costituisce una grave strozzatura per i cittadini, le imprese, il turismo e in generale per le potenzialità di crescita del Paese. In Italia i costi relativi al trasporto e alla logistica incidono per oltre il 20% (20,5%) sui costi di produzione, mentre nell’Europa dei 15 incidono per il 16%. Abbiamo, quindi, uno svantaggio competitivo di quattro punti e mezzo.

Una buona dotazione infrastrutturale è vitale per il rilancio del turismo che può diventare uno dei volani della crescita. Il turismo ha bisogno di una decisa riqualificazione dell’offerta per intercettare la domanda a più alto valore aggiunto, necessita di una cabina di regia nelle promozioni di fronte all’accentuata concorrenza internazionale. Gli enti locali spendono male il danaro pubblico; investono nel complesso tre volte la Spagna che ottiene risultati enormemente più efficaci.

La scarsità dei fondi disponibili per grandi opere richiede di focalizzarsi su poche priorità.

Le grandi infrastrutture europee hanno già ottenuto circa un miliardo di finanziamenti UE.

Il Terzo Valico di Genova è fondamentale per il raccordo fra Mediterraneo e Mare del Nord.

La ricerca di una soluzione per Malpensa deve tener conto delle esigenze di alcune fra le più importanti regioni economiche del Paese.

Al Sud mancano collegamenti tra regioni e in generale la sottodotazione di infrastrutture si accentua. Perciò è indispensabile potenziare la rete stradale e ferroviaria, così da farne un’unica,grande area integrata. Tali opere, di per sé fondamentali, assumono ancora più importanza se si dovesse riprendere il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina.

Dal punto di vista normativo occorre correggere il Codice dei Contratti Pubblici riformulando la disciplina in materia di project financing.

Nei trasporti è ormai divenuta urgente l’istituzione di una AUTORITA’ di SETTORE per favorire la concorrenza nelle singole modalità e nell’integrazione logistica.

. Istruzione, Università

Proposte:

rafforzare la capacità competitiva della scuola pubblica;

promuovere la competizione e l’emulazione tra le scuole, sia statali che paritarie, con modalità di finanziamento che premino le offerte migliori, incentivino lo sviluppo e trasferiscano risorse direttamente alle famiglie per ampliarne la libertà di scelta;

riconoscere il merito tra gli insegnanti con la selezione, la remunerazione, la carriera;

portare a compimento il processo di autonomia dell’università ridefinendo le responsabilità dei soggetti della governance universitaria;

portare almeno al 30% nell’arco di un triennio la percentuale di fondi pubblici attribuiti alle università in forma concorrenziale.

La conoscenza è la nuova frontiera della crescita economica. Se adeguassimo entro il 2020 i livelli di apprendimento italiani a quelli delle nazioni con popolazione più istruita il PIL potrebbe aumentare fino al 15% grazie al miglioramento della produttività.

Ma non basta aumentare il numero di anni di istruzione: è indispensabile migliorare la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento. Perciò occorre introdurre forti criteri meritocratici nel sistema scolastico e in quello universitario.

Infine occorre affrontare con decisione l’emergenza tecnico-scientifica del nostro paese. Man mano che le imprese riorganizzano e orientano la produzione verso beni di qualità, con contenuti innovativi e tecnologici superiori, vedono mancare risorse umane e figure professionali all’altezza delle sfide competitive per lo scarso orientamento dei giovani verso l’istruzione tecnica e le facoltà tecnico-scientifiche.

. Ricerca, Innovazione

Proposte:

portare al 2% del PIL gli investimenti in ricerca entro il 2011:

ricerca pubblica da 0,56 a 0,80% del PIL; ricerca attivata dalle imprese da 0,62 a 1,20% del PIL;

elevare al 20% il credito di imposta per la ricerca fatta all’interno dell’azienda;

estendere ai centri ricerca privati non profit e indipendenti il credito di imposta del 40%;

dare continuità decennale agli incentivi fiscali e ai progetti di innovazione industriale;

completare la rivisitazione degli incentivi;

completare la rete della banda larga e dar vita ad un vasto piano di alfabetizzazione informatica.

Queste misure sono indispensabili per arrivare in breve tempo a coprire la distanza ancora troppo ampia negli investimenti in ricerca e innovazione che ci separa dagli altri Paesi. Introducendo questi miglioramenti al sistema esistente ed assicurando risorse pubbliche aggiuntive per 1,5 miliardi all'anno, nel 2009 potremmo raggiungere un investimento di almeno 1,4 % del PIL e puntare nel 2011 al 2 % del PIL.

Sulla ricerca e sull’innovazione si gioca il futuro manifatturiero ed economico del Paese. Bisogna integrare di più e meglio i centri di ricerca e le Università con il sistema delle imprese, costituito soprattutto da aziende piccole. Perciò occorre completare e attuare rapidamente il “pacchetto” che è stato definito in questi anni e che, soprattutto attraverso il credito di imposta, può diffondere la ricerca tra le PMI.

Il progetto Industria 2015 si è rivelato un importante catalizzatore di idee e progetti che hanno coinvolto le energie del sistema industriale: non va accantonato. Per questi progetti vanno assegnate dotazioni finanziarie adeguate, a cominciare per il prossimo triennio da un investimento aggiuntivo di 500 milioni per aree di intervento.

10. Mezzogiorno

Proposte:

potenziare le infrastrutture (vedere punto 7) raddoppiando la capacità di spesa annua;

sostenere la lotta ai racket;

dare immediata operatività agli strumenti automatici previsti dalla Finanziaria 2008 (credito di imposta e bonus occupazione);

ridurre da 24-28 a 6 mesi le procedure autorizzative dei contratti di programma e localizzazione;

rafforzare la fiscalità compensativa a favore delle imprese;

riportare immediatamente i tempi di pagamento della pubblica amministrazione ai valori medi nazionali e tendenzialmente a quelli previsti dalla legge (30 giorni).

Il Sud soffre, in misura amplificata, delle stesse cause nazionali della mancata crescita: lo Stato che non assicura i servizi essenziali (a cominciare dalla sicurezza pubblica), la burocrazia inefficiente, le infrastrutture scadenti, la pressione fiscale elevata soprattutto in rapporto ai servizi pubblici erogati e, in molte aree, la forte presenza di criminalità organizzata.

Il tasso di occupazione è di un terzo inferiore rispetto al Nord.

L’obiettivo strategico deve essere quello di portare il PIL per abitante del Mezzogiorno vicino al valore del Nord: obiettivo quasi impossibile da raggiungere in tempi medi poiché oggi è al 56,7%, ma che deve essere il riferimento per ogni scelta concreta.

Per far ciò occorre agire simultaneamente su vari fronti: dalle infrastrutture al sostegno agli investimenti, dai contratti di programma alla lotta ai racket (in molte regioni il costo delle estorsioni sfiora l’1% del PIL) e alla criminalità organizzata, concentrando le risorse europee (pari a circa 1,2 miliardi) sul controllo del territorio e la protezione delle aree industriali.

I ritardi nei pagamenti per la fornitura di beni e servizi alla pubblica amministrazione raggiungono in taluni settori (sanità) nelle regioni meridionali anche i 400 giorni. Serve un piano straordinario per avvicinare i tempi ai 30 giorni previsti dalla legge.

Il livello attuale di investimenti esteri nel Mezzogiorno, vicino allo zero, rende indispensabile, d’intesa con l’Unione europea, estendere il principio della fiscalità compensativa, già introdotto attraverso il taglio del cuneo fiscale, il credito d’imposta e gli sgravi nelle Zone Franche Urbane.

Protezionismo verso Liberismo - un dibattito importante come riportato da Angelo Panebianco sul Corriere del 8 Marzo 2008

PROTEZIONISTI E LIBERISTI

Il paradosso di Tremonti


di Angelo Panebianco

Questione dell'aborto a parte, quella innescata da Giulio Tremonti su protezionismo e globalizzazione, con le reazioni polemiche che ha suscitato, è, almeno fino ad ora, l'unica discussione politico- culturale degna di questo nome della campagna elettorale. Investe un tema su cui l'intero Occidente è diviso e, plausibilmente, si dividerà ancor più nei prossimi anni. Una divisione che, per giunta, è impossibile ricondurre alla logora distinzione destra-sinistra. Si pensi, ad esempio, al fatto che il protezionismo è una delle bandiere del candidato alla nomination democratica Barack Obama.

Tremonti, armato dell'intelligenza e dell'anticonformismo che tutti gli riconoscono, ha rotto lo schema classico che vede (dall'epoca reaganiana e thatcheriana in poi) i liberal- conservatori combinare anti-proibizionismo in economia e tradizionalismo nelle questioni etiche. Riprendendo temi che aveva già sollevato in passato e a cui ha dato veste più sistematica nel suo ultimo libro, Tremonti ripropone l'idea della necessità di una dura difesa europea, e occidentale, dalla concorrenza asiatica. Nel quadro di una rivolta, anche morale, contro la rinuncia della politica a guidare il mercato. Sarebbe facile (ma sbagliato) dire che in questo modo i «no-global», coloro che combattono il mercato globale, hanno trovato un campione, inaspettato ma anche molto più preparato di quelli che si erano scelti fino ad oggi. Sarebbe sbagliato perché Tremonti non è certo, a differenza dei no-global, un avversario del capitalismo e della libera impresa. Ciò che propone è una protezione del capitalismo occidentale dal dumping
sociale, ossia dall'aggressione economica portata da Paesi nei quali le condizioni politiche garantiscono bassi salari e vantaggi competitivi. Una protezione che, nella visione di Tremonti, spetta agli statisti, a una politica di nuovo consapevole del proprio ruolo di comando, assicurare.

Non c'è dubbio che una posizione come quella di Tremonti sia fatta per dividere trasversalmente gli schieramenti. Contrastata dai liberali del centrodestra (ben rappresentati da economisti come Renato Brunetta o Antonio Martino) può trovare orecchie attente nel sindacalismo, Cgil compresa. Può attrarre quella parte del ceto medio, per esempio il mondo artigianale, estraneo ai processi di internazionalizzazione dell'economia, ma può anche arrivare a spiazzare e imbarazzare la sinistra estrema .

Non è certo l'unico, né il primo, Tremonti, a mettere in guardia contro la cosiddetta «faccia oscura della globalizzazione». In Occidente lo hanno già fatto molti altri prima di lui. Ma c'è una differenza. Tremonti occupa un ruolo politico di primissimo piano all'interno di uno schieramento liberal-conservatore e, se le elezioni daranno la vittoria al Popolo della libertà, sarà di nuovo alla guida dell'economia italiana. Ha ragione Alberto Mingardi quando, sul Riformista, osserva che Tremonti sembra proporre l'archiviazione del reaganismo, sinonimo (più nell'immaginario che nella realtà) di liberalismo economico senza vincoli, e il ritorno a forme di conservatorismo «sociale» come quello che fu incarnato in Europa dal generale De Gaulle.

Come Francesco Giavazzi (su questo giornale), come Renato Brunetta, come Antonio Polito ( Il Riformista), come Fabrizio Onida ( Il Sole 24 ore), anche chi scrive pensa che la strada indicata da Tremonti non sia quella giusta, e che la concorrenza, anche quella drogata dei colossi asiatici, possa essere affrontata solo con riforme liberalizzatrici e con la lotta contro l'oppressione burocratico-statale dell'economia. E non mi sembra che questo sarebbe un compito indegno, o subalterno, da proporre alla politica. Per esempio, piuttosto che la creazione di istituti di credito, se non pubblici, comunque guidati dallo Stato, non servirebbe di più al nostro Mezzogiorno, come ha proposto l'Istituto Bruno Leoni, la sua trasformazione in una no taxation area per le imprese disposte ad investirvi?

Pur non condividendo, riconosco tuttavia che quella di Tremonti è una posizione rispettabile e seria. E' quello, comunque, uno dei più importanti temi con cui gli occidentali dovranno confrontarsi nei prossimi anni. Nonostante il ruolo politico di Tremonti, tuttavia, non credo che, in caso di vittoria del centrodestra, la sua posizione culturale possa tradursi in immediata azione politica. Non solo perché nel centrodestra sono in molti a pensarla diversamente da lui. Ma anche, o soprattutto, perché chi avrà responsabilità di indirizzo economico nei prossimi anni sarà inevitabilmente «assalito dalla realtà», dovrà fare i conti, prima di ogni altra cosa, con la necessità, comunque, di liberalizzare l'economia, colpire le rendite politiche annidate al centro e alla periferia, fare insomma tutte quelle cose che piacciono ai liberali, a quelli che pensano che il mercato, meglio senza frontiere, non sia solo il mezzo più efficiente per creare e distribuire ricchezza ma sia anche garanzia di libertà (per chi ce l'ha) e di emancipazione (per chi vi aspira).

08 marzo 2008

Paragonando l'esperienza spagnola con quella italian, usando uno spunto dal Corriere della Sera del 10 Marzo 2008

Ci sembra molto importante paragonare l'esperienza spagnola con quella italiana. Vorremmo usare l'articolo di Sergio Romano sul Corriere del 10 Marzo 2008 per iniziare una discussione su questo tema.


il voto in spagna

Se il Primo Ministro governa

di Sergio Romano

Il primo segnale che giunge da Madrid, al di là della vittoria socialista, è la grande somiglianza delle elezioni europee. I protagonisti e i temi principali sono quasi ovunque gli stessi. Esistono due grandi partiti a «vocazione maggioritaria» che aspirano alla guida del Paese e, in molti casi, piccoli partiti che finiscono troppo spesso per avere un’importanza superiore alle loro dimensioni. Il confronto avviene sulle questioni che agitano tutte le società nazionali del continente: crescita dell’economia, riduzione delle imposte, infrastrutture, potere delle regioni, sicurezza, criminalità, immigrazione, la famiglia moderna e i nuovi diritti umani che ne stanno modificando i caratteri, la credibilità della classe politica e la sua capacità di affrontare problemi che dipendono in buona misura da fattori esterni, europei o mondiali.

Ma le differenze, soprattutto per un osservatore italiano, non sono meno importanti delle somiglianze. L’economia spagnola rallenta, come in Italia, e dipende troppo da un fattore, l’edilizia, che non gode generalmente di buona salute. Ma la crescita, alla fine dell’anno, sarà pur sempre pari al 2 per cento del prodotto interno lordo contro lo 0,5 per cento in Italia. La Spagna ha bisogno di grandi infrastrutture, ma l’aeroporto madrileno di Barajas, la Tav che attraversa l’intero Paese da Siviglia a Barcellona e il colossale progetto per l’utilizzazione del «potere solare concentrato» sono dimostrazioni di coraggio e dinamismo: due virtù assenti nel panorama politico italiano. L’integrazione delle comunità immigrate suscita preoccupazioni ed è stata materia di scontri elettorali, ma gli stranieri in Spagna sono ormai il 10 per cento (più del doppio della percentuale italiana) e le difficoltà sono in buona parte compensate dal contributo che i nuovi arrivati hanno dato allo sviluppo dell’economia nazionale. Le leggi sulla famiglia e sull’educazione religiosa hanno provocato forti tensioni nella società spagnola e dure reazioni dell’episcopato, ma hanno dimostrato che il rapporto fra lo Stato e la Chiesa, nella cattolicissima Spagna, è più dignitosamente paritario di quanto non sia in Italia.

I socialisti hanno vinto e il prossimo governo potrebbe forse evitare l’alleanza con scomodi partiti regionali. Zapatero è stato afflitto, alla fine del suo mandato, da alcuni dati negativi (disoccupazione, inflazione, debito delle partite correnti) e da alcune imprudenze.

Queste imprudenze sono l’accordo abortito con l’Eta, il nuovo statuto catalano (troppo generoso per il cuore castigliano del Paese, insufficiente per gli autonomisti più radicali e contestabile per i costituzionalisti), le inutili leggi sul passato franchista, lo stile frettoloso e spavaldo con cui ha affrontato il problema dell’immigrazione e dei nuovi diritti di libertà. Ma la vittoria dimostra che il risultato complessivo è parso alla maggioranza degli spagnoli non inferiore a quello realizzato dai governi di Felipe Gonzales e José Maria Aznár. Accanto alle molte differenze vi è fra i tre leader un aspetto comune: hanno lavorato alla modernizzazione della Spagna e sono riusciti a farla salire di parecchi scalini nella graduatoria delle nazioni. Certo, tutti i governi spagnoli degli ultimi due decenni sono stati aiutati dalla volontà collettiva di una società che voleva uscire da un secolare letargo e lasciarsi alle spalle per quanto possibile il passato della guerra civile. Ma il fattore che ha maggiormente contribuito al dinamismo spagnolo è una costituzione moderna, un buon sistema politico, un premier che viene eletto per governare, non per negoziare con amici-nemici da cui è continuamente ricattato. Non sono certo che la Spagna abbia superato l’Italia sul piano economico. Ma sul piano civile l’ha brillantemente scavalcata.

10 marzo 2008