Thursday, March 20, 2008

La Giustizia Italiana - Inizia La Telenovela come descritta da Axel Bisignano su NoisefromAmerika.org

Mi presento. Sono un sostituto procuratore della Repubblica di Bolzano. Mi occupo di prevenzione infortuni e, viste le reazioni isteriche dell’opinione pubblica (e dei miei colleghi) a seguito del disastroso incidente di Torino, mi misi a cercare delle statistiche sugli infortuni in Italia. Così trovai gli interessanti studi che aveva fatto Andrea, il quale, accortosi del pesciolino che stava abboccando, ha subito tirato su la lenza e mi ha chiesto di spiegarvi perché la giustizia non funziona. Non capisco perché, invece, ad Andrea non interessi la mia teoria della fusione fredda tra Keynes (J.M. per gli amici) ed il liberismo. Invece no, niente teorie economiche; da me i redattori di nFA vogliono solo sapere perché non funziona la giustizia. Sembra abbia a che fare con una teoria economica, non di JM, che chiamano "vantaggi comparati". Non capisco ma mi adeguo: l’avete voluta voi, poi non lamentatevi.

La prima puntata della telenovela non può che essere dedicata alla mia categoria, e cioè alla magistratura. La magistratura ha le sue colpe? Sì, inutile negarle, mi appello alla clemenza della Corte e chiedo la concessione di qualche attenuante. Veniamo al sodo con una premessa. Lo status dei giudici è regolamentato dal c.d. “ordinamento giudiziario”, che risale agli anni ’40. Il governo Berlusconi lo ha modificato nel 2005 ed il governo Prodi lo ha ritoccato nel 2007. Lo stato attuale è il prodotto del vecchio ordinamento, mentre i “benefici” del nuovo non sono, al momento, prevedibili. Cercherò di confrontare il vecchio con il nuovo, nei limiti del possibile.

La giustizia penale e civile è amministrata dal c.d. giudice ordinario.

Indipendenza. Il nostro Costituente (articoli da 101 a 113 Cost.), previde l’indipendenza totale della magistratura (compresa quella requirente, ovvero il Pubblico Ministero). Essa si “autogoverna” attraverso il Consiglio Superiore della Magistratura eletto per due terzi dagli stessi magistrati ed un terzo dal Parlamento in seduta comune (art. 104). Tra le funzioni più importanti del CSM vi sono, dunque, quelle di determinare la carriera del giudice, assegnare i posti direttivi, decidere sui procedimenti disciplinari (art. 105). Il ministro, invece, si occupa dell’organizzazione giudiziaria (art. 110).

Selezione. I magistrati ordinari sono, attualmente, circa 9000. La giustizia ordinaria, oltre a loro, si avvale di un numero di circa 8000 c.d. giudici onorari (giudici di pace, vice procuratori, ecc.) senza i quali avremmo dovuto già portare i libri in Tribunale negli anni ’80. Per diventare magistrato bisogna passare un concorso, anonimo ed estremamente selettivo. Per riuscire a passarlo, dopo la laurea, bisogna investire, da due a quattro anni di studio matto e disperatissimo. Vi sono alcune scuole di preparazione che hanno un discreto giro di affari. Il meccanismo di selezione si è inceppato, poiché, visto l’altissimo numero di partecipanti, le commissioni non sono in grado di smaltire il lavoro in tempi ragionevoli. Per accedere a circa 500 posti banditi, partecipano tra i 5000 e 10000 candidati, ognuno dei quali consegna tre elaborati, per un totale di più di 15-30000 temi da leggere. Con l’attuale ordinamento si è cercato di fare una preselezione, laddove, per poter partecipare al concorso, si richiede il possesso dell’abilitazione alla professione di avvocato, oppure l’appartenenza per almeno tre anni ai ruoli dirigenziali della Pubblica Amministrazione, o ancora la frequenza presso una scuola di specializzazione per le professioni forensi. Non saprei dire se con il concorso vengano effettivamente selezionati i migliori. Chi vince il concorso, è una specie di enciclopedia ambulante che conosce a menadito la giurisprudenza e le teorie giuridiche, ma non vi è prova della sua capacità di applicarle al caso concreto e, men che meno del suo equilibrio. In ogni caso non si entra per raccomandazione, il che, in Italia, non è poca cosa.

Carriera. Con il nuovo ordinamento non sono più previsti passaggi di grado, bensì una semplice progressione economica, con valutazione quadriennale del magistrato. In caso di valutazione negativa, non vi è la progressione economica e, in caso di seconda valutazione negativa, è previsto il licenziamento. Con il vecchio ordinamento, si veniva valutati solo al passaggio di grado (dopo due, 13, 20 e 28 anni) ed ogni magistrato risultava essere “estremamente laborioso, particolarmente preparato giuridicamente ed equilibratissimo”. Oggi la valutazione quadriennale dovrebbe basarsi su criteri più oggettivi, quali la capacità, la laboriosità, la diligenza e l’impegno secondo parametri statistici (per leggere la norma in dettaglio vedi qui). Il “grado”, in quanto tale, si acquisisce solamente esercitando la relativa funzione. Con il passaggio a consigliere di Corte d’appello, ovvero con la terza valutazione, si acquisisce il titolo per accedere a posti di natura direttiva (presidente di Tribunale, Procuratore della Repubblica, ecc.). Il reddito netto del magistrato ammonta, all’incirca, a queste cifre moltiplicate per 13 mensilità: €1680,00 inizio, €1820,00 dopo 6 mesi, €3200 dopo 2 anni, €3500,00 dopo 3 anni, €4500,00 dopo 13 anni, €6000,00 dopo 20 anni, €6341,00 dopo 28 anni. Nonostante lo stato comatoso in cui versa la giustizia in Italia, all’interno della categoria si levano alte le voci che rivendicano sostanziosi aumenti di stipendio, tanto che, alle ultime elezioni del “parlamentino” dell’Associazione Nazionale Magistrati, hanno vinto le correnti che, con maggior determinazione, proponevano richieste di questo tipo.

La vera carriera, in termini di prestigio personale e/o di gestione di potere, si fa riuscendo a ricoprire un posto direttivo, venendo eletti al CSM, ottenendo una delle tante collocazioni c.d. “fuori ruolo”, all’interno dei ministeri o all’estero. È qui, soprattutto, che la magistratura ha, fino ad oggi, miseramente fallito. Per spiegare ciò, devo fare un passo indietro. La magistratura è riunita in un’organizzazione non istituzionale denominata Associazione Nazionale Magistrati (ANM) . Questa organizzazione vuole essere, oltre che un organismo di rappresentanza, un centro di dibattito culturale sulle questioni della giustizia e non un semplice sindacato. Essa si articola, sostanzialmente in quattro correnti: Unità per la Costituzione (maggioritaria), Magistratura Indipendente, Magistratura Democratica e Movimento per la giustizia. Secondo una schematizzazione, a mio avviso, non più attuale, le prime due correnti vengono definite di area “conservatrice” e le altre due di area “progressista”.

Selezione dirigenti. Non sto a raccontare la storia delle correnti, documentarsi qui, qui, qui e qui. La maggior parte dei magistrati è iscritta all’ANM, ma non alle correnti. Di fatto, le correnti sono come dei partiti politici, formano delle cordate e costituiscono dei centri di potere. Per essere votato al CSM bisogna essere candidato da una corrente e, così, all’interno dell’organo di autogoverno vi è la ripartizione in correnti, a seconda della percentuale di voti ottenuti. La gestione dell’autogoverno, non passa più attraverso la magistratura in quanto tale, bensì attraverso le correnti, le quali spartiscono i posti direttivi, i posti ministeriali e le collocazioni all’estero, tra i loro iscritti o tra i loro simpatizzanti. Chi sta fuori dal sistema correntizio non ha accesso a questi posti, salvo a poltrone poco ambite che si ottengono per anzianità. Questo meccanismo di selezione si rivela essere esiziale: la classe dirigente della magistratura viene scelta per lottizzazione correntizia; non per merito ma per “capacita’ di muoversi”. Ricordate la famosa telefonata tra il nostro presidente azzurro ed Agostino Saccà? Ho personalmente assistito a telefonate di questo genere da parte di un collega, che, guarda caso, ottenne un posto di grande rilievo all’interno del ministero all’epoca del Guardasigilli ingegnere. La cosa si riverbera, inevitabilmente, sugli uffici e la loro organizzazione, in una parola sul servizio.

Il problema è anche culturale, il magistrato, per sua predisposizione, non sa nulla di organizzazione, gestione delle risorse, guida del personale, nessuno glielo insegna. Un ottimo magistrato non necessariamente è anche un buon dirigente e viceversa. E così il CSM, anche se facesse seriamente il suo lavoro, non ha a disposizione degli elementi per stabilire se il candidato ad un determinato posto direttivo sia un soggetto che spicca per le particolari doti organizzative.

Il risultato di questo assetto istituzionale è la seguente tipologia antropologica del magistrato, che ho elaborato dopo anni di “field studies” (scusate il latinorum ma io sono un povero ragioniere):

  1. Magistratus indecisus: non ci crederete ma esiste. Ne ricordo uno che, a fronte di una media di 100-150 sentenze annuali dei suoi colleghi, ne scriveva sì e no 30. Nel suo ufficio era appeso uno striscione a caratteri cubitali con il brocardo “in judicando criminosa est celeritas”. Ovviamente fece la normalissima carriera, poiché, nelle sue valutazioni, risultava “estremamente laborioso, particolarmente preparato giuridicamente ed equilibratissimo”;
  2. Magistratus publicus: ha la mentalità del dipendente pubblico, con i privilegi e lo stipendio da alto funzionario. Orario 9,15-14,00 e hobby vari, la partita di golf, l’appuntamento dall’estetista, i figli da portare a scuola e quant’altro. Tra di essi vi sono i lamentosi, quelli che “sono stressatissimo”, “non ce la faccio più”, “guadagno troppo poco per quello che faccio”, “lavoro più degli altri”. Diffidare assolutamente da questi soggetti, spesso, appartengono alla sottospecie magistratus publicus lavativus (ammesso che il magistrato publicus possa essere definito un laboriosus);
  3. Magistratus duro e puro: portatore di una visione manichea della vita secondo cui il mondo si divide in buoni (i magistrati) e cattivi (tutti gli altri). Spesso, è piuttosto arrogante con tutti, a cominciare dagli avvocati. Si trova spesso in assoluta sintonia con personaggi stile “cosa rossa”. Una specie di modello superfisso ambulante applicato alla giustizia;
  4. Magistratus seriosus: cerca di fare seriamente il suo lavoro, senza badare troppo a statistiche o orari. Tra di essi si riscontra la sottospecie dell’idealista, che crede nell’utilità della propria funzione, e del disilluso, che di tale utilità ha una qualche percezione solamente due o tre volta all’anno, con tendenza al ribasso;
  5. Magistratus eccellentissimus: rara eccezione, di persona che si caratterizza, oltre che per enorme preparazione, per grandi capacità organizzative, notevole laboriosità e, spesso, anche per doti umane. Tra di essi io stesso; basta andare a vedere i pareri scritti su di me per rendersene conto: “estremamente laborioso, particolarmente preparato giuridicamente ed equilibratissimo”.
A fronte di questo quadro, necessariamente a tinte fosche, si intravede qualche timido spiraglio di luce. Parte della magistratura, soprattutto quella di matrice c.d. progressista, ha cominciato a interrogarsi sulla deriva correntizia, riflettendo sui rimedi. Di fatto, mi risulta che il Movimento per la Giustizia si sta interrogando su questi temi fin dalla sua nascita che risale ormai a venti anni or sono. Certo dopo vent’anni di interrogativi dovrebbe arrivare anche qualche risposta...

Esistono voci, al di fuori delle correnti, di magistrati fortemente critici verso il sistema. Con il nuovo ordinamento giudiziario, oltre a prevedere una valutazione più stringente del magistrato, si è introdotto un limite temporale di 8 anni per i dirigenti (con valutazione dei risultati conseguiti dopo il primo quadriennio). Ciò consente un ricambio costante e, si spera, un ringiovanimento della classe dirigenziale, prevenendo la nascita di pericolosi centri di potere. Manca completamente qualsiasi meccanismo o criterio di controllo esterno dell'operato e dell'efficienza della magistratura. Essa, come previso dal costituente, si autogoverna, si autopromuove e si autocertifica. È un corpo a se stante.

In definitiva, la magistratura è una delle tante corporazioni che pensano prevalentemente ai loro interessi, così come quella degli avvocati, degli architetti, dei medici e via discorrendo. Essa appartiene alla classe dirigente del paese e, come tale, ha clamorosamente fallito, né più e né meno che i politici. Nella sua stragrande maggioranza, come il resto delle elites italiane, è composta da personaggi mediocri o ideologicamente ottusi, più qualche delinquente sparso qua e là.

Beffa all'INPS di Gigi Bignotti su raixevenete.net

Beffa all'INPS.

Il fenomeno sta assumendo contorni da "assalto alla diligenza": è la richiesta di assegni sociali da parte degli stranieri. Nel 2008, secondo le stime, comporterà nel solo Veneto un esborso di circa dieci milioni di euro per le già esangui casse dell'Inps.
Si tratta a tutti gli effetti di una "pensione sociale" (fino al 1996 si chiamava così) riconosciuta a chi ha compiuto 65 anni e non ha redditi oppure è sotto la soglia dei 5.000 euro annui.

Proprio gli extracomunitari (specialmente gli albanesi) ne stanno facendo incetta: per chi è sul nostro territorio da regolare - quindi con carta di soggiorno e residenza - basta presentare la domanda di ricongiungimento familiare e far arrivare in Italia i genitori o i parenti anziani. A quel punto si manda il familiare ultra65enne all'Inps per autocertificare l'assenza di reddito o, al limite, dichiarare la pensione minima nello Stato di provenienza e il gioco è fatto: l'Inps eroga 395,6 euro al mese di assegno sociale più 154,9 euro di importo aggiuntivo (cifre appena aumentate dalla Finanziaria 2008): in totale 550,5 euro per 13 mensilità quindi 7156 euro l'anno (tutti esentasse).

Il caso viene sollevato dal padovanoGianfranco Destro, 57enne presidente del movimento "Città futura": «Ho lavorato una vita nel sociale e nel sindacato - ricorda - ma un fenomeno del genere è senza precedenti e configura clamorose ingiustizie sociali. E sta aumentando grazie al passaparola fra stranieri, molti dei quali forse in buonafede, ma tanti senz'altro col miraggio di facili guadagni sulle spalle dello Stato italiano».

Uno Stato che dal 2000 con la legge 388 (inserita nella finanziaria 2001 dell'allora governo Amato) ha riconosciuto l'assegno sociale agli stranieri e ora si trova a fare i conti con un aumento di domande «praticamente sempre accolte dall'Inps visto che la legge non prevede nè un minimo di versamenti nè tempi di residenza in Italia» conclude Destro.

Tenendo presente che il 20\% dei pensionati del Nordest percepisce pensioni inferiori a 500 euro al mese, quell'assegno agli anziani stranieri è superiore a quanto prendono tanti nostri pensionati che hanno versato contributi e pagato tasse per una vita.

L'entità dell'esborso a carico dell'ente previdenziale è ancora incerto, ma nel solo Veneto può sfiorare i 10 milioni di euro considerando una quota di 1400 domande. Nelle maggiori sedi Inps del Veneto, infatti, le richieste stanno arrivando al ritmo di 6-7 ogni settimana, specialmente nelle province a più alta densità di extracomunitari (Vicenza, Padova e Verona). Ne vengono invece presentate un po' meno nel Trevigiano e nelle sedi veneziane, decisamente poche a Rovigo e Belluno.

Continuando con questa media e can l'85\% di pratiche accettate, l'Inps spenderà appunto 10 milioni per gente che non ha mai lavorato in Italia. È già in atto un tam-tam per diffondere notizie sull'assegno sociale e vari siti web dedicati agli stranieri spiegano le procedure da seguire. «Al di là dell'oggettiva iniquità - commenta ancora l'ex sindacalista Destro - c'è l'aggravante che per l'Inps è tecnicamente impossibile effettuare controlli (in media comunque le pratiche "monitorate" sono meno del 10\%,ndr). Molti di questi assegni sociali sono poi ritirati dai figli degli aventi diritto con una semplice delega di pagamento. I genitori possono anche tornare a casa lasciando la residenza qui in Italia.

Anche in questo caso i controlli sarebbero difficili e inefficaci. È anche possibile che gli "aventi diritto" non siano più in vita (basta guardare le percentuali di mortalità delle comunità cinesi), ma non è assurdo ipotizzare che gli assegni vengano comunque incassati».

Per ovviare a questa ulteriore beffa basterebbe - come suggerisce lo stesso Gianfranco Destro - fissare un obbligo per gli anziani extracomunitari di presentarsi agli sportelli Inps a frequenze prestabilite esibendo il passaporto valido (in originale).

E c'è un ultimo paradosso: la domanda di ricongiungimento familiare prevede da parte dello straniero regolare l'obbligo di attestare la propria capacità economica. In pratica autocertificano di poter provvedere al mantenimento del parente da ricongiungere. Ma l'assegno sociale "made in Italy" gli spetta lo stesso (ci sono già alcune sentenze che lo confermano). Qualche ultra65enne, poi, è già titolare di pensione nel proprio Paese, ma si trtta di importi minimi: in Albania e Kosovo la media è di 80 euro al mese, ancora meno in Moldavia e altri Stati dell'Est. La legge in questi casi riconosce una decurtazione dei 550 euro al mese. Se invece un pensionato italiano si trasferisce all'estero, l'assegno sociale gli viene subito revocato e quando rientra deve rifare tutte le pratiche.

In Friuli (vedi articolo sotto) qualche furbo è stato pizzicato dagli ispettori Inps, ma per ora i controlli sembrano avere solo un minimo effetto deterrente.

Gigi Bignotti


Articolo segnalà dal forumista: pantalon
Fonte:Il Gazzettino, 15.03.2008.

15/03/2008 22.28.10

Sito web di Raixe Venete: www.raixevenete.net

David Mamet cambia idea - come apparso sul Village Voice del 11 marzo 2008

David Mamet e' uno degli autori piu' famosi in America. In un articolo apparso la settimana scorsa sul Village Voice di New York la settimana scorsa ha spiegato perche' ha cambiato la sua posizione di liberare. E' un articolo interessante che ha applicazioni per l'Italia e una certa "intellighenzia" locale. Cosa ne pensate?


David Mamet: Why I Am No Longer a 'Brain-Dead Liberal'
An election-season essay
by David Mamet
March 11th, 2008 12:00 AM

John Maynard Keynes was twitted with changing his mind. He replied, "When the facts change, I change my opinion. What do you do, sir?"

My favorite example of a change of mind was Norman Mailer at The Village Voice.

Norman took on the role of drama critic, weighing in on the New York premiere of Waiting for Godot.

Twentieth century's greatest play. Without bothering to go, Mailer called it a piece of garbage.

When he did get around to seeing it, he realized his mistake. He was no longer a Voice columnist, however, so he bought a page in the paper and wrote a retraction, praising the play as the masterpiece it is.

Every playwright's dream.

I once won one of Mary Ann Madden's "Competitions" in New York magazine. The task was to name or create a "10" of anything, and mine was the World's Perfect Theatrical Review. It went like this: "I never understood the theater until last night. Please forgive everything I've ever written. When you read this I'll be dead." That, of course, is the only review anybody in the theater ever wants to get.

My prize, in a stunning example of irony, was a year's subscription to New York, which rag (apart from Mary Ann's "Competition") I considered an open running sore on the body of world literacy—this due to the presence in its pages of John Simon, whose stunning amalgam of superciliousness and savagery, over the years, was appreciated by that readership searching for an endorsement of proactive mediocrity.

But I digress.


I wrote a play about politics (November, Barrymore Theater, Broadway, some seats still available). And as part of the "writing process," as I believe it's called, I started thinking about politics. This comment is not actually as jejune as it might seem. Porgy and Bess is a buncha good songs but has nothing to do with race relations, which is the flag of convenience under which it sailed.

But my play, it turned out, was actually about politics, which is to say, about the polemic between persons of two opposing views. The argument in my play is between a president who is self-interested, corrupt, suborned, and realistic, and his leftish, lesbian, utopian-socialist speechwriter.

The play, while being a laugh a minute, is, when it's at home, a disputation between reason and faith, or perhaps between the conservative (or tragic) view and the liberal (or perfectionist) view. The conservative president in the piece holds that people are each out to make a living, and the best way for government to facilitate that is to stay out of the way, as the inevitable abuses and failures of this system (free-market economics) are less than those of government intervention.

I took the liberal view for many decades, but I believe I have changed my mind.

As a child of the '60s, I accepted as an article of faith that government is corrupt, that business is exploitative, and that people are generally good at heart.

These cherished precepts had, over the years, become ingrained as increasingly impracticable prejudices. Why do I say impracticable? Because although I still held these beliefs, I no longer applied them in my life. How do I know? My wife informed me. We were riding along and listening to NPR. I felt my facial muscles tightening, and the words beginning to form in my mind: Shut the fuck up. "?" she prompted. And her terse, elegant summation, as always, awakened me to a deeper truth: I had been listening to NPR and reading various organs of national opinion for years, wonder and rage contending for pride of place. Further: I found I had been—rather charmingly, I thought—referring to myself for years as "a brain-dead liberal," and to NPR as "National Palestinian Radio."

This is, to me, the synthesis of this worldview with which I now found myself disenchanted: that everything is always wrong.

But in my life, a brief review revealed, everything was not always wrong, and neither was nor is always wrong in the community in which I live, or in my country. Further, it was not always wrong in previous communities in which I lived, and among the various and mobile classes of which I was at various times a part.

And, I wondered, how could I have spent decades thinking that I thought everything was always wrong at the same time that I thought I thought that people were basically good at heart? Which was it? I began to question what I actually thought and found that I do not think that people are basically good at heart; indeed, that view of human nature has both prompted and informed my writing for the last 40 years. I think that people, in circumstances of stress, can behave like swine, and that this, indeed, is not only a fit subject, but the only subject, of drama.


I'd observed that lust, greed, envy, sloth, and their pals are giving the world a good run for its money, but that nonetheless, people in general seem to get from day to day; and that we in the United States get from day to day under rather wonderful and privileged circumstances—that we are not and never have been the villains that some of the world and some of our citizens make us out to be, but that we are a confection of normal (greedy, lustful, duplicitous, corrupt, inspired—in short, human) individuals living under a spectacularly effective compact called the Constitution, and lucky to get it.

For the Constitution, rather than suggesting that all behave in a godlike manner, recognizes that, to the contrary, people are swine and will take any opportunity to subvert any agreement in order to pursue what they consider to be their proper interests.

To that end, the Constitution separates the power of the state into those three branches which are for most of us (I include myself) the only thing we remember from 12 years of schooling.

The Constitution, written by men with some experience of actual government, assumes that the chief executive will work to be king, the Parliament will scheme to sell off the silverware, and the judiciary will consider itself Olympian and do everything it can to much improve (destroy) the work of the other two branches. So the Constitution pits them against each other, in the attempt not to achieve stasis, but rather to allow for the constant corrections necessary to prevent one branch from getting too much power for too long.

Rather brilliant. For, in the abstract, we may envision an Olympian perfection of perfect beings in Washington doing the business of their employers, the people, but any of us who has ever been at a zoning meeting with our property at stake is aware of the urge to cut through all the pernicious bullshit and go straight to firearms.

I found not only that I didn't trust the current government (that, to me, was no surprise), but that an impartial review revealed that the faults of this president—whom I, a good liberal, considered a monster—were little different from those of a president whom I revered.

Bush got us into Iraq, JFK into Vietnam. Bush stole the election in Florida; Kennedy stole his in Chicago. Bush outed a CIA agent; Kennedy left hundreds of them to die in the surf at the Bay of Pigs. Bush lied about his military service; Kennedy accepted a Pulitzer Prize for a book written by Ted Sorenson. Bush was in bed with the Saudis, Kennedy with the Mafia. Oh.

And I began to question my hatred for "the Corporations"—the hatred of which, I found, was but the flip side of my hunger for those goods and services they provide and without which we could not live.

And I began to question my distrust of the "Bad, Bad Military" of my youth, which, I saw, was then and is now made up of those men and women who actually risk their lives to protect the rest of us from a very hostile world. Is the military always right? No. Neither is government, nor are the corporations—they are just different signposts for the particular amalgamation of our country into separate working groups, if you will. Are these groups infallible, free from the possibility of mismanagement, corruption, or crime? No, and neither are you or I. So, taking the tragic view, the question was not "Is everything perfect?" but "How could it be better, at what cost, and according to whose definition?" Put into which form, things appeared to me to be unfolding pretty well.


Do I speak as a member of the "privileged class"? If you will—but classes in the United States are mobile, not static, which is the Marxist view. That is: Immigrants came and continue to come here penniless and can (and do) become rich; the nerd makes a trillion dollars; the single mother, penniless and ignorant of English, sends her two sons to college (my grandmother). On the other hand, the rich and the children of the rich can go belly-up; the hegemony of the railroads is appropriated by the airlines, that of the networks by the Internet; and the individual may and probably will change status more than once within his lifetime.

What about the role of government? Well, in the abstract, coming from my time and background, I thought it was a rather good thing, but tallying up the ledger in those things which affect me and in those things I observe, I am hard-pressed to see an instance where the intervention of the government led to much beyond sorrow.

But if the government is not to intervene, how will we, mere human beings, work it all out?

I wondered and read, and it occurred to me that I knew the answer, and here it is: We just seem to. How do I know? From experience. I referred to my own—take away the director from the staged play and what do you get? Usually a diminution of strife, a shorter rehearsal period, and a better production.

The director, generally, does not cause strife, but his or her presence impels the actors to direct (and manufacture) claims designed to appeal to Authority—that is, to set aside the original goal (staging a play for the audience) and indulge in politics, the purpose of which may be to gain status and influence outside the ostensible goal of the endeavor.

Strand unacquainted bus travelers in the middle of the night, and what do you get? A lot of bad drama, and a shake-and-bake Mayflower Compact. Each, instantly, adds what he or she can to the solution. Why? Each wants, and in fact needs, to contribute—to throw into the pot what gifts each has in order to achieve the overall goal, as well as status in the new-formed community. And so they work it out.

See also that most magnificent of schools, the jury system, where, again, each brings nothing into the room save his or her own prejudices, and, through the course of deliberation, comes not to a perfect solution, but a solution acceptable to the community—a solution the community can live with.

Prior to the midterm elections, my rabbi was taking a lot of flack. The congregation is exclusively liberal, he is a self-described independent (read "conservative"), and he was driving the flock wild. Why? Because a) he never discussed politics; and b) he taught that the quality of political discourse must be addressed first—that Jewish law teaches that it is incumbent upon each person to hear the other fellow out.

And so I, like many of the liberal congregation, began, teeth grinding, to attempt to do so. And in doing so, I recognized that I held those two views of America (politics, government, corporations, the military). One was of a state where everything was magically wrong and must be immediately corrected at any cost; and the other—the world in which I actually functioned day to day—was made up of people, most of whom were reasonably trying to maximize their comfort by getting along with each other (in the workplace, the marketplace, the jury room, on the freeway, even at the school-board meeting).

And I realized that the time had come for me to avow my participation in that America in which I chose to live, and that that country was not a schoolroom teaching values, but a marketplace.


"Aha," you will say, and you are right. I began reading not only the economics of Thomas Sowell (our greatest contemporary philosopher) but Milton Friedman, Paul Johnson, and Shelby Steele, and a host of conservative writers, and found that I agreed with them: a free-market understanding of the world meshes more perfectly with my experience than that idealistic vision I called liberalism.

At the same time, I was writing my play about a president, corrupt, venal, cunning, and vengeful (as I assume all of them are), and two turkeys. And I gave this fictional president a speechwriter who, in his view, is a "brain-dead liberal," much like my earlier self; and in the course of the play, they have to work it out. And they eventually do come to a human understanding of the political process. As I believe I am trying to do, and in which I believe I may be succeeding, and I will try to summarize it in the words of William Allen White.

White was for 40 years the editor of the Emporia Gazette in rural Kansas, and a prominent and powerful political commentator. He was a great friend of Theodore Roosevelt and wrote the best book I've ever read about the presidency. It's called Masks in a Pageant, and it profiles presidents from McKinley to Wilson, and I recommend it unreservedly.

White was a pretty clear-headed man, and he'd seen human nature as few can. (As Twain wrote, you want to understand men, run a country paper.) White knew that people need both to get ahead and to get along, and that they're always working at one or the other, and that government should most probably stay out of the way and let them get on with it. But, he added, there is such a thing as liberalism, and it may be reduced to these saddest of words: " . . . and yet . . . "

The right is mooing about faith, the left is mooing about change, and many are incensed about the fools on the other side—but, at the end of the day, they are the same folks we meet at the water cooler. Happy election season.