Saturday, May 3, 2008

Ma per An il difficile comincia adesso di Fausto Carioti su A Conservative Mind del 29 Aprile 2008

I tanti che negli ultimi giorni, un po’ per pochezza intellettuale un po’ perché spinti dal terrore, da sinistra hanno gridato all’arrivo della «marea nera», del «marcio su Roma», hanno avuto dagli elettori la risposta che meritavano: Gianni Alemanno è il nuovo sindaco della capitale, con oltre il 53% dei voti. A conferma che gli italiani - e i romani non fanno eccezione - non sono quegli indigeni sprovveduti che credono gli opinionisti dell’Unità e del Manifesto, e pretendono argomentazioni un po’ più serie di quelle sfoderate dai nostalgici del clima da dopoguerra. Pure le calunnie fatte circolare su Alemanno, che lo volevano in qualche modo “regista” dello stupro compiuto il 16 aprile nella borgata di La Storta da un rumeno (calunnie diffuse anche da un membro dello staff del ministro Rosi Bindi), sono state trattate dagli elettori per quello che erano: immondizia. Alla fine, come hanno dimostrato le urne, hanno fatto male a chi le aveva cavalcate. Così il partito di Gianfranco Fini può permettersi d chiudere nel modo migliore il suo percorso. Iniziato con l’archiviazione del Movimento sociale nel 1995, il cammino si conclude con il ritorno trionfale al governo, l’elezione dello stesso Fini alla presidenza della Camera (sarà la prima volta di uomo di destra alla guida di Montecitorio), la conquista del Campidoglio (altra primizia per la destra italiana) e il prossimo sbarco nel partito popolare europeo, la casa dei moderati del vecchio continente. Un “en plein” indiscutibile, dunque.

I festeggiamenti di queste ore e lo stato di depressione dell’opposizione, però, non devono far perdere di vista la portata della sfida che attende Alleanza nazionale. Se è vero che gli ex giovanotti in camicia nera non hanno più bisogno - da un pezzo - della patente di democraticità, perché se la sono conquistata sul campo, in anni di governo nazionale e locale, è vero anche che la credibilità di An come fabbrica di una nuova classe dirigente nazionale - moderna, di livello europeo - è ancora in gran parte da costruire. Il fatto che Alleanza nazionale sia destinata a confluire nel popolo delle Libertà non cambia i termini della faccenda: le radici, le esperienze, persino le letture degli esponenti di Forza Italia e di quelli di An sono così diverse che nessuno crede davvero che queste differenze si annulleranno subito. Insomma, An, con la sua identità, continuerà a vivere per un pezzo dentro al PdL. Potrà essere un valore aggiunto, per il nuovo partito, soprattutto se i suoi esponenti sapranno farsi indicare come esempi di buona amministrazione ai massimi livelli. E oggi, ad An, nonostante il suo forte radicamento nel territorio, manca l’equivalente di una Letizia Moratti o di un Roberto Formigoni. Per questo quello che farà Alemanno nei prossimi cinque anni sarà decisivo anche a livello nazionale.

Roma può diventare per An quel laboratorio di uomini e idee che Milano è per Forza Italia. Il modo per mettersi in luce non manca. Ancora ieri pomeriggio Ermete Realacci, portavoce del partito democratico, ribadiva che Roma è una città sicura, ben amministrata. È la dimostrazione che la batosta del 13 aprile non è servita a nulla: sono frasi come queste che li hanno condotti a due sconfitte storiche in due settimane. Dietro le luci della festa del cinema, delle notti bianche e delle altre trappole per gonzi orchestrate da Veltroni, c’è una città sempre più spaventata. Gli ultimi dati, diffusi pochi giorni fa dal ministero dell’Interno, dicono che a Roma, solo dal 2006 al 2007, gli stupri sono aumentati dell’8,8%, le rapine del 12,7%, i danneggiamenti e gli incendi dolosi del 20,3%, le estorsioni del 30,7%. Il nuovo sindaco dovrà dare subito un segnale forte su questo fronte. Da lui i romani si aspettano anche un’amministrazione più attenta ai soldi dei contribuenti, con meno consulenti in Campidoglio, e un barlume d’efficienza nella gestione dei trasporti.

Da anni si dice che il problema di An è la mancanza di alternative a Fini: dietro di lui c’è poco o niente, fa il ritornello. Un’accusa ingenerosa, che però nasconde un fondo di verità. Di sicuro, adesso sono tutti chiamati alla prova più importante della loro vita. Fini diventa la terza carica dello Stato ed entra in lizza per la successione a Silvio Berlusconi alla guida del PdL. Lascia le redini di An a un reggente, che con ogni probabilità sarà Ignazio La Russa. Alemanno si gioca tutto sul tavolo della capitale. Gli altri colonnelli avranno un incarico da ministro in una legislatura dove, visti i numeri in parlamento, nessuno potrà accampare scuse (Berlusconi per primo).

Gli italiani si sono fidati di loro, e li hanno sommersi di responsabilità. Ora, però, non staccheranno loro gli occhi di dosso. E la storia recente dei leader del centrosinistra insegna che la fiducia degli elettori fa presto a volatilizzarsi, se chi l’ha ricevuta non riesce a capitalizzarla nel modo migliore. Sulle loro nuove scrivanie, Fini, Alemanno e gli altri dovrebbero trovare un spazio per le foto di Walter Veltroni e Francesco Rutelli. Per quanto d’ostacolo a una buona digestione, le loro facce sono utili come ammonimento. Oggi gli esponenti di An si trovano nella stessa situazione in cui stavano i loro avversari due anni fa. Poi gli elettori li hanno spazzati via. Fini e i suoi dovranno fare meglio e più di loro per non finire nello stesso modo. Il difficile comincia adesso.

© Libero. Pubblicato il 29 aprile 2008.

Breve guida alla retorica degli sconfitti di Dino Cofrancesco su loccidentale

Breve guida alla retorica degli sconfitti
di Dino Cofrancesco

Le ultime elezioni politiche hanno approfondito l’abisso tra ‘paese reale’ e ‘paese intellettuale’. Se si fosse votato nelle Università—e soprattutto nelle Facoltà umanistiche--, negli istituti di cultura, nelle redazioni dei giornali, negli studi televisivi (Mediaset compresa!), negli uffici editoriali, il centro-destra forse non avrebbe superato la soglia di sbarramento che ha penalizzato l’Arcobaleno. Avendo, invece, esteso il diritto elettorale alle ‘masse’—nel significato dato al termine da José Ortega y Gasset ne La rebellion de las masas—l’esito della chiamata alle urne è stato assai diverso. Non pertanto gli sconfitti si rassegneranno alla débacle. Già il 14 aprile Peter Gomez dichiarava che l’attuale maggioranza parlamentare non è legittima, essendo stato abolito il voto di preferenza ed è facile prevedere la mobilitazione della ‘società civile’, espressione delle forze sane e profonde del paese, in occasione di cerimonie pubbliche o di visite pontificali. Quanti di destra e di sinistra hanno scelto come lavoro la ‘professione intellettuale’ farebbero bene, pertanto, a prepararsi alla controffensiva dei clercs e alle loro sperimentate strategie retoriche. Ne elenchiamo, in rapida sintesi, alcune, quelle che più seducono gli studenti di ogni ordine e grado.

Cancellazione dei fatti. E’ il vecchio espediente in uso specialmente nei paradisi del socialismo reale: consiste nel riferire un evento riportandone solo l’aspetto oggettivamente più sconvolgente. Ne è maestra indiscussa la corrispondente di RAI 3 Giovanna Botteri che ,tempo addietro ,denunciò l’orrore del bombardamento di un asilo palestinese da parte degli aerei israeliani senza neppure accennare alle motivazioni fornite dal governo di Gerusalemme ovvero che in quell’asilo era stata installata una rampa missilistica. Tali motivazioni erano un ‘fatto’, che ovviamente non ne escludeva altri ( quella rampa c’era o non c’era?i servizi segreti ne avevano le prove o no? l’esercito israeliano pensava che ci fossero realmente o ha solo fatto finta di crederlo? etc.) ma riferirle avrebbe significato indebolire l’indignazione. La censura ideologica non solo è un abito mentale che nei più engagés diventa quasi una seconda natura, ma talora può persino essere presentata come un dovere cui richiamare anche i giornali amici. Giovedì scorso, ad ‘Anno Zero’, un’invitata di Michele Santoro ha inveito contro ‘Repubblica’ rea di aver pubblicato un servizio sulla paura che regna ormai sovrana, al calar delle tenebre, in molti quartieri romani attorniati da campi rom e minacciati da bande extracomunitarie, insinuando quasi una connivenza con i sostenitori di Gianni Alemanno. Se la pasionaria in questione fosse responsabile del dicastero degli Interni in un governo di ‘fronte popolare’, probabilmente ripescherebbe le ‘veline’ da spedire giornalmente alle redazioni, indicando quali notizie dare e con quale risalto.

Uso scorretto dei dati. E’ lo sport preferito dei sociologi, degli psicologi, dei filosofi del diritto e della politica che hanno sostituito Michel Foucault a Karl Marx e Oliver Stone a Stanley Kubrick. Anche qui nihil sub sole novi ma la strategia è molto più gettonata che in passato. Anche per la sua relativa semplicità e, per l’impatto che sulle menti deboli e inesperte, hanno gli elenchi delle nude cifre. Ci si lamenta dell’aumentata criminalità in una certa area? Ebbene si tratta di terrori senza fondamento giacché furti, rapine, stupri, stando alle statistiche, nel territorio considerato, non sono neppure un terzo rispetto a una qualche media ritenuta rilevante (la media nazionale, la media europea, la media occidentale etc.). Se il mio quartiere è degradato, se dopo le 21 non mi azzardo ad uscire di casa, se il mio appartamento, sito in zona a rischio, non vale neppure la metà del prezzo d’acquisto, non ho che da consolarmi pensando a chi sta molto peggio. Un corollario di questo stile di pensiero è costituito dalla stigmatizzazione dei titoli di giornale del tipo un marocchino stupra una quindicenne. commenta indignato il sociologo del ‘Manifesto’ al quale nessuno ha spiegato che il danno recato a casa nostra dall’ospite fa più male del danno fatto dai nostri figli giacché questi sono parte della nostra ‘comunità di destino’--e quindi dobbiamo tenerceli--mentre l’altro non può esibire alcun ‘diritto naturale’ ad essere invitato a cena (tale invito dipende solo da noi e dalla nostra fiducia nella sua buona educazione e nella sua riconoscenza).

Squalifica dell’avversario e sua ridicolizzazione. E’ l’arma preferita soprattutto dagli uomini di spettacolo che, esaurita la creatività, si riciclano come profeti e imbonitori. L’ più recente, Maurizio Crozza, ha dichiarato qualche giorno fa a ‘La Stampa’: . Come si vede, nella lista non compare un solo nome del centro-sinistra prodiano. Evidentemente si ritiene che Alfonso Pecoraro Scanio e Francesco Caruso non sfigurino davanti a Gandhi e a Kennedy, né Francesco Rutelli dinanzi a Fiorello La Guardia o Vladimir Luxuria dinanzi a Evita Peron. Contento per i ‘materiali’ che si accinge a dargli Berlusconi, Crozza non sospetta neppure che il governo Prodi, il più impopolare dell’Italia repubblicana, avrebbe potuto dargliene in quantità industriale in due anni di permanenza a Palazzo Chigi. In questo arco di tempo, c’è stato davvero di che ridere—o di che piangere ma già Benedetto Croce aveva fatto osservare che la grande comicità contiene un elemento tragico come la grande tragicità contiene un elemento comico—solo che il comico di regime non sembra essersene accorto. Né si può fargliene una colpa dal momento che il mestiere di giullare dell’antiberlusconismo teologico rende molto di più della par condicio (quella vera, s’intende, non quella finta che, nei leader del proprio campo, evidenzia presunte affinità con quelli del campo avverso, una trovata furbesca che, nella fattispecie, non fa perdere altri consensi alla sinistra e anzi può rassicurare qualche elettore di destra…).

Il buonismo. Consiste nell’esporre pensierini, che avrebbero mandato in solluchero il deamicisiano Garrone, come se fossero drappi rossi atti a smascherare e a rendere furibondi gli avversari.. E ancora < Il laico ha una visione diversa: l'ethos condiviso consiste nel­la comunanza delle regole condivise. Lo Stato è laico proprio perché non pretende dai cittadini identità di credenze in campo etico-religioso ma reciproco rispetto e considerazione dei differenti convincimenti, sempre aperti al confronto>. Ovviamente i Rodotà, gli Amato, i Zagrebelsky sottoscriverebbero entusiasti parola per parola. Sennonché, ci si chiede, chi potrebbe davvero contestare simili ovvietà etiche che da secoli costituiscono la lectio scontata non dell’illuminismo francese ma di quello anglo-scozzese? Il vero, drammatico, problema della ‘tolleranza’(parola brutta e ambigua che dovremmo sostituire una buona volta con ‘diritto’: non sono tenuto, infatti, a ‘tollerare’, l’islamico che vuol costruirsi, a sue spese, la moschea a Vattelapesca giacché riconoscere il suo sacrosanto ‘diritto di libertà’ è per me un obbligo ineludibile) sta nel definirne i limiti, stabilendo, per ricordare taluni casi clamorosi, se una giovane maomettana in Olanda o in Italia sia libera di sposare chi vuole, in barba alla sharia che affida la scelta del marito al clan familiare; o se il vilipendio alla religione debba valere solo per una confessione o per tutte.

La siamesizzazione dei valori. Con questo orrendo neologismo--la siamesizzazione--mi riferisco a una retorica ben radicata nella nostra political culture, in base alla quale i valori forti, quelli che contano, sarebbero più inseparabili dei fratelli siamesi. E’ stato un tempo il ritornello preferito della filosofia azionista nelle sue varie versioni, dal socialismo liberale al liberalsocialismo. ‘Giustizia e libertà’ o eguaglianza e libertà sarebbero la stessa cosa: l’un termine garantisce l’altro e più si aumenta l’uno, più si rafforza l’altro. Si tratta di un sofisma difficile da smantellare, soprattutto in considerazione del consenso crescente che esso trova tra i filosofi liberal di oltre Atlantico, eppure non poco deleterio. Sarebbe stolto non riconoscere che esso contiene un nucleo di verità ma tale nucleo riguarda, per così dire, i livelli bassi. Chi è completamente privo di risorse—giacché le leggi dello Stato non gli assicurano neppure livelli minimi di sopravvivenza—non se ne fa niente della ‘libertà’ di coscienza, di pensiero, di propaganda e, d’altra parte, essere eguali agli altri, senza essere liberi, comporta l’impossibilità di difendersi dagli arbitri di chi vuol essere . Via via che si sale ,nella scala del quantum, però, salvare i cavoli dell’eguaglianza e la capra della libertà diventa sempre più difficile e si finisce, andando avanti, per scoprire che i due valori si avvicinano alla linea in cui il rapporto diventa ‘a somma zero’ Se in ossequio al principio costituzionale che fonda la Repubblica sul lavoro, si vuole garantire a tutti i cittadini un’occupazione—un ‘posto’-- è giocoforza assegnare allo Stato il controllo di tutta l’economia nazionale, anche senza ricorrere alle nazionalizzazioni (basta salvare le imprese decotte ‘invitando’le banche a convertire in azioni i depositi dei loro clienti e facendo approvare dal Parlamento contributi governativi dettati dall’). In tal modo, si garantiscono salari e stipendi ma a scapito della libertà imprenditoriale, della logica del mercato, degli stessi diritti di proprietà (dei risparmiatori, s’intende). E’ giusto farlo, come sostengono i welfaristi costi-quel-che-costi? E’ una scelta disastrosa per il nostro sistema produttivo, come invece ritengono i liberisti ‘selvaggi’? Che si opti per un corno del dilemma o per l’altro, va riconosciuto che i fratelli erano siamesi da piccoli ma, con l’avanzare dell’età, si sono messi in proprio e in certi casi sono diventati fratelli coltelli. Ciò non esclude un qualche bargaining tra i due valori, richiesto dal mantenimento dell’ordine pubblico( in democrazia le folle disoccupate sono una minaccia per la società civile) e affidato all’ars politica ma sicuramente non autorizza l’ottimismo della volontà a mettere in ombra il pessimismo dell’intelligenza. Come ci ricorda un filosofo progressista ,Bernard Williams, abbiamo il dovere di .Per la retorica dominante in Italia, invece, non ci sono ‘perdite’ma solo pregiudizi ideologici che saltano: limitare la libertà economica—come può essere consigliabile in certi frangenti della vita nazionale—,in questa ottica, significa affermare una libertà più ‘vera’ in quanto emancipata dalla ‘falsa coscienza’, far scadere un presunto valore a disvalore. D’altronde, se i nostri maitres-à-penser, prendessero sul serio quel ‘politeismo dei valori’ che sempre esaltano a parole, rischierebbero di riconoscere: da un lato, che il fascismo non fu l’incarnazione del Male assoluto bensì la subordinazione di tutti i valori all’, anch’esso un valore ma che per i liberal-democratici non sta-- non deve stare--al primo posto; dall’altro, che nella nostra Costituzione i ‘diritti degli individui’ (la libertà) non sono ‘preesistenti’ e pertanto la loro tutela è subordinata al perseguimento del ‘bene collettivo’(la ‘giustizia’). Che quest’ultimo riservi al fisco quasi il 50% dei nostri redditi si può anche capire— specie dinanzi al rischio di bancarotta dello Stato—ma che il giurista’mite’ venga a dirci che quell’esborso si traduce, per i cittadini uti singuli, in una più sostanziale tutela dei loro diritti e delle loro libertà, questo è pura retorica. Che ricorda da vicino quella che nel fascismo vedeva la soluzione di tutti i conflitti ideali della storia, la sintesi del liberalismo e del collettivismo, dell’individualismo e dello statalismo. Nei nostri manuali di educazione civica, la c’è sempre ma il colore è cambiato

TPS fa Mea Culpa: Le Nostre Caste Travolgono la Spesa su l'occidentale.it

Grazie al Corriere.it abbiamo trovato il link a loccidentale.it che riporta una serie di scandalosi fatti di casta. Ne riportiamo uno tipico. Ve ne sono molti altri...

Tps fa mea culpa: le nostre Caste travolgono la spesa
di Cicero
Article content:

Il recente Libro verde sulla spesa pubblica, redatto dalla Commissione tecnica per la finanza pubblica del Ministero dell’Economia e delle Finanze, oltre a contenere un’interessante analisi della travolgente crescita della spesa pubblica in Italia e delle sue determinanti, offre giudizi taglienti, supportati con ampia dovizia di dati, su incredibili disfunzioni e straordinari privilegi di cui beneficiano gli appartenenti ad alcune delle “caste” più intoccabili del nostro sistema.

Partiamo dal mondo dell’Università, dove, secondo quanto scritto nel rapporto della Commissione, il sistema di governance presenta una marcata tendenza alla autoreferenzialità, riflessa nella composizione e nei ruoli del Senato accademico e del Consiglio di amministrazione; il sistema di remunerazione rigida dei docenti, non premia la qualità del lavoro prestato e meccanismi concorsuali inefficienti non sempre hanno premiato la qualità dei candidati e il numero; ma, cosa ancora più grave, il numero di professori ordinari e associati (rispettivamente 18.000 e 20.000) é eccessivo rispetto al numero di ricercatori, perché per anni le Università hanno preferito spendere risorse per garantire la progressione di carriera dei docenti, piuttosto che per assumere nuovi ricercatori, con il conseguente invecchiamento del corpo docente.

Nel settore del Pubblico impiego, il Libro verde evidenzia che le retribuzioni dei dipendenti sono aumentate negli ultimi anni a tassi ben superiori all’inflazione e alla produttività totale dell’economia. A onor del vero, nel testo si riconosce che il complesso delle retribuzioni dei dipendenti della PA in rapporto al Prodotto interno lordo, in Italia è in linea con la media dei paesi della UE (intorno all’11 per cento). Ma, mentre in altri paesi (Germania, Francia, Spagna) tale rapporto è diminuito negli ultimi anni, nel nostro paese esso è aumentato; senza contare – aggiungiamo noi - che un’analisi corretta andrebbe effettuata confrontando la qualità dei servizi pubblici erogati nei diversi paesi a fronte di un eguale ammontare di risorse spese. Infine il Libro verde documenta la sostanziale mancanza di mobilità all’interno dalla PA, che comporta squilibri territoriali e funzionali nell’offerta di servizi. Come efficacemente illustrato in alcune tabelle, la maggior parte dei funzionari ministeriali non ha effettuato spostamenti di ufficio nel corso degli ultimi sei anni; nell’ambito dello stesso Ministero, soltanto un dipendente su cinque ha cambiato ufficio, pur potendosi ritenere che vi sia in molti casi equivalenza di funzioni e di competenze richieste.

Le osservazioni e le critiche più devastanti del Libro verde riguardano, tuttavia i privilegi della casta dei magistrati.

Innanzitutto, gli esperti della Commissione, evidenziano che da un confronto internazionale, non risultano carenze strutturali del nostro paese: il numero di magistrati e l’impiego di risorse finanziarie non è inferiore, e talvolta é anche superiore, ad altri importanti paesi europei. Sono invece nettamente inferiori, nel confronto internazionale, gli indicatori di produttività del nostro sistema giudiziario. I tempi medi di risoluzione di alcune tipologie di controversie vedono l’Italia sistematicamente all’ultimo posto. Per un’inadempienza contrattuale, in Italia il giudizio si conclude dopo 1210 giorni; in Francia e Germania, paesi con ordinamenti giuridici simili al nostro, in meno di un anno.

Il paese ha investito tantissimo nel sistema giudiziario. La spesa per la giustizia, documentano gli esperti della Commissione, nel nostro bilancio pubblico è risultata una delle voci in maggiore crescita; nei soli anni novanta è aumentata del 140 per cento e il numero di magistrati in servizio è cresciuto del 15 per cento; dal rapporto del Consiglio d’Europa, citato nel Libro verde, i magistrati italiani risultano percepire uno stipendio più che doppio rispetto a quello dei colleghi austriaci e tedeschi. Eppure negli ultimi venti anni lo stock di cause civili arretrate si è pressoché triplicato!

Il Libro verde – a nostro avviso - non approfondisce a sufficienza le cause di tale insoddisfacente performance, limitandosi a evidenziare la eccessiva frammentazione dei tribunali, che risultano quindi sottodimensionati e non consentono di sfruttare le economie di scala e di specializzazione che si ottengono nei tribunali di maggiori dimensioni. Tuttavia si offrono alcune indicazioni interessantissime in merito a un aspetto che - ad avviso di chi scrive – concorre a spiegare la scarsa produttività della nostra magistratura: l’automatismo delle progressioni di carriera.

Come ben documentato nelle tabelle contenute nel Libro verde, nell’ambito degli uffici giudiziari con funzioni giudicanti (Corte di Cassazione esclusa) attualmente ben il 67 per cento dei magistrati ha un ruolo – e corrispondentemente una retribuzione - superiore alle funzioni svolte (la percentuale scende al 52 per cento nel Sud e nelle isole e sale al 74 per cento nell’Italia centrale ) con un notevole aggravio di costi, uno spreco di risorse non indifferente e l’assenza di qualunque incentivo all’efficienza e al merito.

Lettera Aperta al PD di Giogio Topa su NoisefromAmerika.org

Trovo interessante questo articolo di Giorgio Topa su noisefromAmerika. italia-nuova e' nata dal desiderio di proporre delle soluzioni pratiche per l'Italia. Ci sembra sempre piu' probabile che Berlusconi sperpera' per la seconda volta una occasione importante per introdurre delle riforme importanti per il nostro Paese. Le sue prime mosse (Alitalia docet) sono assolutamente contrarie allo spirito e alla sostanza delle linea politiche liberistiche e riformiste. Giorgio introduce alcune proposte importanti. Parliamone.


In un bel romanzo di Nick Hornby, High Fidelity, il personaggio principale è ossessionato dalle liste "top-five": i suoi top-five split-ups, i suoi top-five musicisti preferiti, ecc. Provo anch'io allora a fare la mia lista delle top-five azioni di governo a cui potrebbe cominciare a pensare il PD, invece di litigare e fare alchimismo di alta casta come al solito. Cose terra terra, semplici semplici, in vista del 2013 (2033? 2108??).
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Collegamenti: giustizia (7) lavoro (20) partito democratico (21) pensione (12) tasse (24) universita (24)

Lo spettacolo offerto dagli esponenti politici del cosiddetto PD dopo le elezioni è stato veramente desolante. Rutelli che si dichiara a favore del prestito-vergogna all'Alitalia sperando di racimolare qualche voto (venendo sonoramente e giustamente sconfitto); Cacciari che difende Veltroni a spada tratta e dice "non so cosa poteva fare Veltroni di diverso"; Veltroni che tira dritto, "fa finta di niente" e "congela" non solo i capigruppo a Camera e Senato, ma anche se stesso.

Già si vedono le prime avvisaglie di rese dei conti prossime venture, ma a guardar bene sono sempre gli stessi nomi che girano: Parisi, Letta, Fassino, Marini, Bersani, Fioroni... fino all'intramontabile D'Alema. Silenzio di tomba invece sui cosiddetti "contenuti": ovvero su quali temi, su quali proposte concrete costruire una opposizione fattiva e un possibile programma per il futuro.

Trovandomi in vena di fantasticherie, provo a scrivere una lista semplice semplice, e intenzionalmente incompleta, di cose da fare. Cose peraltro dette e stradette, soprattutto su questo sito. Magari i miei saggi e fantasiosi co-redattori, e i nostri ancora più saggi e fantasiosi lettori, avranno voglia di riempire il mosaico, tessera per tessera (di mosaico, non di partito). Mi rivolgo al PD, anche se si tratta di cose che sarebbe auspicabile venissero fatte da qualsiasi governo, siano essi di destra di sinistra di sopra o di sotto. È che la coalizione-BS mi sembra sinceramente inguardabile, viste le troiate immonde che stanno pronunciando Berlusconi, Tremonti, e compagnia cantante.

1. Riduzione sostanziale delle tasse e della spesa pubblica. Tagliamo le spese improduttive, i sussidi al Mezzogiorno che alimentano solo la criminalità organizzata e le mille caste locali; vendiamo la Rai, Alitalia, ... Introduciamo la possibilità di licenziare i dipendenti pubblici e abbassiamo sensibilmente le aliquote dell'imposta sul reddito.

2. Riforma di università e pensioni. Questa l'ho copiata pari pari da un post di Michele del 2006. Aboliamo il valore legale del titolo di studio, trasformiamo le università in fondazioni autonome che possono assumere chi vogliono e dare i titoli di studi che vogliono. Introduciamo un sistema di "buoni del Tesoro per l'educazione" che servano anche a finanziare le pensioni. Già che ci siamo innalziamo anche l'età minima pensionistica mettendola in linea con il resto dell'Europa.

3. Riforma del mercato del lavoro. Introduciamo meccanismi concreti ed efficaci di licenziamento, eliminiamo i contratti nazionali e la concertazione sindacale, lasciamo che imprese e lavoratori si accordino liberamente su forme di rapporto di lavoro che non siano micro-regolate dal legislatore; adottiamo un sistema moderno di ammortizzatori sociali: sussidi di disoccupazione e Negative Income Tax.

4. Giustizia e Sicurezza. Poniamoci come obiettivo quello di portare l'Italia in linea con il resto dell'Europa, secondo criteri semplici e misurabili. Rendiamo certa la pena, diamo più risorse alle forze di polizia e giudiziarie per metterle in grado di rappresentare lo Stato sul territorio. Il "come" specifico lo lascio ad Alberto e Axel.

5. Questo lo lascio in bianco. Mettete voi la vostra riforma preferita: il federalismo fiscale, una legge seria per l'immigrazione, le liberalizzazioni, l'eliminazione di mille rendite di posizione (l'ordine dei giornalisti, quello dei notai, i tassisti, ...), la riforma della sanità, lo smaltimento della monnezza, eccetera.

Facciamo volare alta la fantasia, ma per l'amor del cielo parliamo di cose concrete e non di come rimescolare per l'ennesima volta il mazzo di carte del PD con gli stessi immutabili incrollabili nomi.
Giorgio Topa