Francesco Algarotti, umanista insigne, racconta, in una novella bizzarra di quel fischio che si congelò in inverno per rifischiare allegro in primavera. Più di venti anni fa, su Micromega, ripresi quello scherzo come metafora di una sinistra che mi sembrava congelata augurandomi, ma con qualche dubbio, che riprendesse a fischiare in una nuova primavera politica. Quel rifischio non l’abbiamo mai sentito. Anzi, in un libro intitolato Il mostro mite Raffaele Simone, riferendosi proprio a quel mio articolo, ne riprende il tema, sviluppandolo in una analisi rigorosa e impietosa, nella quale si domanda “perché l’Occidente non va a sinistra”.
Per rispondere alla domanda è impossibile evitare quella che viene prima, ovvia e abusata. Ha ancora significato quella distinzione tra destra e sinistra? Io credo di sì (e il miglior modo di rivelarla è proprio quello di pone questa domanda. Si può stare sicuri che chi risponde che quella distinzione non ha significato è di destra). Ma credo anche che abbia mutato significato. Per circa due secoli, dalla rivoluzione francese in poi, la destra è stata identificata con la conservazione, la sinistra con l’innovazione.
Da tempo non è più così. Si sarebbe tentati dal pensare che le parti si siano invertite. La destra è carica di spiriti irruenti, sedotta dall’innovazione, votata alla crescita, incline alla competizione, anelante al successo. La sinistra richiama l’osservanza delle regole, la fedeltà alle istituzioni, l’ordine della convivenza, la moderazione degli “animal spirits” in nome dell’eguaglianza. Insomma, la destra è all’attacco, la sinistra è sulla difensiva.
Di solito l’indebolimento politico della sinistra - poiché di questo si tratta - è attribuito ai suoi errori e ai suoi orrori.
Agli orrori del comunismo, certo: mai una rivoluzione emersa come potenza liberatrice si è rovesciata e corrotta nella più tetra e lugubre delle oppressioni. Che qualcuno ne nutra nostalgia è materia non di politica ma di psichiatria. Anche agli errori e agli eccessi di un’invadenza statalistica e sindacale che hanno guastato in parte il successo peraltro grandioso del solo socialismo realizzato: quello delle socialdemocrazie e del welfare state.
Ma né gli orrori né gli errori della sinistra spiegano il vero e proprio “rovesciamento della prassi” politica intervenuto nel recente mezzo secolo, La causa principale del quale sta nella scomparsa della “questione sociale” dal centro della scena politica: del conflitto storico tra capitalisti e operai, dovuta a una rivoluzione del modo di produrre e del modo di pensare.
Il formidabile aumento della produttività ha consentito di ridurre la pressione capitalistica sul lavoro spostandola sulle risorse naturali attraverso un gigantesco aumento dei consumi (Reichlin lo ha ben spiegato in un suo recente articolo). La massa omogenea del proletariato industriale si è articolata in mondo del lavoro dotato di miriadi di competenze specifiche. L’effetto combinato di queste due correnti pesanti ha causato uno spostamento del fulcro dell’economia dal lavoro al consumo e dal lavoro collettivo al lavoro individuale.
Questa torsione del modo di produrre ha generato nelle grandi masse un nuovo modo di pensare. Mentre l’antagonismo dei rapporti di lavoro si riduceva, aumentava l’interesse comune al consumismo. Mentre nel nuovo mondo di un lavoro eterogenea si attenuava la spinta alla solidarietà, si accentuava l’attrazione verso la cornucopia permissiva traboccante dai mille specchi della pubblicità. Ciò che la neodestra propone – dice in sostanza Simone – è un patto con un diavolo sorridente, con un “mostro mite”, che promette di tutto e di più mentre offre un lavoro che può spingersi fino ai limiti del trastullo; come fa Google quando raccomanda ai suoi “ospiti” (come chiamarli altrimenti? lavoratori?) di dedicare almeno un quinto del tempo di lavoro a sane distrazioni. Tocqueville, che aveva previsto propria tutto, pronosticò l’avvento di un governa «che vuole che i cittadini se la godano, purché non pensino ad altro che a godersela» un governo; che - aggiunge Simone - «assicuri al maggior numero di persone un fascio di esperienze gradevoli e vitalizzanti, che accresca noi l loro benessere fisico e psicologico, ma soprattutto le inducano a consumare». Nel suo immaginario non c’è posto né per il padrone delle ferriere né per l’ingegner Taylor col suo cronometro che scandiva le ore piene e i minuti vuoti, ma per quel tempo preso dal divertimento che è diventato l’essenza del lavoro, un sempre più prolungato e affollata weekend.
In questa economia del consumo, si forma sì, un (sotto) proletariato, ma ai margini della società,come “rifiuto”, “non certo come scuola di solidarietà e di fratellanza, ma come fonte di inquinante turbolenza in quelle discariche che sono di ventate le periferie metropolitane. La massa del ceto medio, quello che meglio si definirebbe il ceto di massa, condivide con l’élite plutocratica valori privati: il postulato di superiorità (io sono il primo tu non sei nessuno); il postulato di proprietà (questo è mio e nessuno me lo tocca);il postulato di licenza (io faccio quello che voglio e come voglio); il postulato di non intrusione dell’altro (non ti immischiare negli affari miei); il postulato che tutti li riassume, di superiorità del privato sul pubblico (fino all’abuso del pubblico come cosa privata). Non può stupire allora che al centro della scena politica sia subentrata alla questione sociale la questione fiscale: il conflitto tra Stato e contribuenti che pretendono servizi pubblici sempre più costosi (perché a differenza di quelli privati non possano essere fronteggiati con aumenti significativi della produttività) ma non tollerano che siano finanziati “mettendo le mani nelle loro tasche”.
Questo privatismo è l’opposto dell’individualismo. Mentre quello è espressione di personalità forti, caratterizzate, aperte alle relazioni con gli altri; questo, incerto e timoroso di contatti interpersonali (come chi evita persino le strette di mano) si esprime politicamente non attraverso la discussione, che aborre, ma in quell’attruppamento infatuato attorno a capi carismatici in cui si riconosce la forma moderna del populismo.
Populismo e privatismo si fondono perfettamente nell’ideologia apolitica della neodestra. Sono l’espressione di una formidabile tendenza alla disgregazione sociale che qualcuno (Bauman) traduce nella metafora della “liquefazione”. Marx denunciò per primo la tendenza dissolvente insita nel capitalismo: «Tutto ciò che è solido si disperde nell’aria». Questo è appunto uno dei rischi supremi del nostro tempo: quello di una società polverizzata esposta ai venti delle mobilitazioni irrazionali. L’altro, all’altra estremità di una società privatistica e consumistica, è la distruzione del capitale naturale provocata da una crescita economica illimitata e dissennata.
A questi due supremi rischi cui il mite mostro della nuova destra espone l’umanità del nostro tempo, la sinistra non sa opporre che una sterile contestazione o una mimesi compiacente: un pensiero debole. Fino a quando non saprà costruire in un pensiero forte le fondamenta istituzionali di un nuovo ordine mondiale che sia in grado di reggere e regolare la poderosa complessità della globalizzazione, il campo sarà pericolosamente aperto ai demagoghi del mite inganno.
Saturday, May 17, 2008
L'Italia Immaginaria della Sinistra di Michele Brambilla da Il Giornale del 15 maggio 2008
Due domande. La prima. Ma è possibile attribuire gli assalti ai campi rom al decreto sulla sicurezza che il governo sta per varare e alle dichiarazioni di Maroni e di La Russa? Seconda domanda. Dov'è finita la sinistra che fa autocritica, che preso atto della batosta elettorale riconosce di non aver capito il Paese? La risposta alla prima domanda è sì, è possibile collegare le violenze contro i rom al nuovo corso politico: è possibile, visto che la sinistra lo sta facendo. E la risposta alla seconda domanda viene di conseguenza: la sinistra dell'autocritica è già sparita, ha già abbandonato il suo proposito di uscire dai salotti e dalle redazioni e di andare in mezzo alla gente.
È incredibile la rapidità con cui ha cambiato passo, ad esempio, Liberazione, «giornale comunista». Nei giorni successivi al voto - e allo choc - aveva intelligentemente inviato i propri cronisti ai cancelli delle fabbriche per capire come mai l'elettorato operaio avesse voltato le spalle. Dopo di che, coraggiosamente aveva pubblicato. Cito a memoria il titolo, più o meno era così: «La sinistra pensa solo agli zingari e ai froci, per questo non la votiamo più». Nel giro di neanche un mese il giornale passa però da un serio tentativo di capire la realtà all'abbandono di ogni contatto con la realtà. Prima il titolo «Tornano le leggi razziali». Ieri l'editoriale del direttore Piero Sansonetti che scarica sul nuovo governo le rappresaglie anti-rom. Parla di «violenta campagna di scontro razziale avviata da qualche giorno dalle autorità». Scrive che «è in corso un linciaggio di massa e che è iniziata la persecuzione di Stato contro gruppi di persone deboli e povere additate alla repressione su base razziale»; aggiunge che «lo Stato ha avviato atti di pulizia etnica che ricordano quelli di Milosevic»; parla, ancora di «deportazioni di massa».
Secondo il Manifesto il ministero dell'Interno vuole marchiare i rom così come i nazisti marchiavano gli ebrei con la stella di David; si parla di invii «nei lager più vicini». Così nella vignetta. L'editoriale invece si intitola «L'Italia si fa ronda», e dice che stiamo seguendo il «senso degenerato dello slogan neonazista-forzanuovista “difendi il simile, distruggi tutto il resto”». L'Unità pubblica un'intervista a Marco Minniti, ministro ombra dell'Interno: «Il governo sta alimentando la paura e la giustizia fai da te». Anche su Repubblica, che pure è un giornale di qualità alta, c'è chi parla di un'Italia razzista: Adriano Prosperi scrive di «pogrom moderni» incoraggiati dalla politica; Gad Lerner dice che la caccia al rom è «incitata», anche da un titolo del nostro giornale; Umberto Eco parla dell'arte di denigrare il nemico, sempre «sporco e brutto».
Ma è questa l'Italia reale? Siamo un Paese di razzisti? Oppure c'è un problema di sicurezza che non cambierebbe di una virgola se i delinquenti fossero alti e biondi? E soprattutto: c'è uno Stato che promuove la pulizia etnica e i pogrom? Oppure c'è gente esasperata proprio perché per anni lo Stato non è intervenuto?
Guai se il nuovo governo non si dimostrasse efficiente e perfino spietato contro coloro che hanno assaltato i campi rom; guai se non estirpasse alla radice, e con il massimo rigore, la voglia di «giustizia» fai da te. Ma come si fa a non capire che è proprio in assenza di norme precise che si finisce con il delegare alla mafia e alla camorra la «giustizia» sommaria? Che si finisce con l'alimentare ronde e odio di razza? Com'è possibile che una sinistra che vanta - e spesso non a torto - una superiorità nel mondo della cultura, non capisca quanto è grottesca l'immagine dell'Italia neonazista che viene dipinta da simili campagne di stampa?
E ancora. Com'è possibile che la sinistra non capisca che le prime vittime di una certa illegalità sono gli abitanti delle periferie, e quindi i suoi tradizionali elettori? Per quale motivo la sicurezza e la legalità dovrebbero essere solo temi di destra? Com'è possibile che la sinistra non prenda atto che una delle loro icone del momento, Zapatero, ha preso misure ben più spietate di quelle anche solo pensate da un Calderoli?
In verità molta sinistra tutto questo lo capisce. Lo capisce il presidente della Provincia di Milano Penati (Pd, ex comunista); lo capiscono le giunte di sinistra di Padova e quella di Cofferati a Bologna. Le misure che costoro hanno preso o annunciato avrebbero fatto gridare allo scandalo, se partorite da amministrazioni leghiste. C'è tanta sinistra che rifiuta di liquidare la questione sicurezza con lo stereotipo-razzismo: ieri sul Corriere si riportava la presa di posizione della sezione Gramsci di Ponticelli: un manifesto con scritto «Via gli accampamenti rom». È la sinistra degli intellettuali a essere in ritardo, a non capire che l'intolleranza e la violenza vengono alimentate dall'assenza dello Stato, non dal suo intervento.
Michele Brambilla
È incredibile la rapidità con cui ha cambiato passo, ad esempio, Liberazione, «giornale comunista». Nei giorni successivi al voto - e allo choc - aveva intelligentemente inviato i propri cronisti ai cancelli delle fabbriche per capire come mai l'elettorato operaio avesse voltato le spalle. Dopo di che, coraggiosamente aveva pubblicato. Cito a memoria il titolo, più o meno era così: «La sinistra pensa solo agli zingari e ai froci, per questo non la votiamo più». Nel giro di neanche un mese il giornale passa però da un serio tentativo di capire la realtà all'abbandono di ogni contatto con la realtà. Prima il titolo «Tornano le leggi razziali». Ieri l'editoriale del direttore Piero Sansonetti che scarica sul nuovo governo le rappresaglie anti-rom. Parla di «violenta campagna di scontro razziale avviata da qualche giorno dalle autorità». Scrive che «è in corso un linciaggio di massa e che è iniziata la persecuzione di Stato contro gruppi di persone deboli e povere additate alla repressione su base razziale»; aggiunge che «lo Stato ha avviato atti di pulizia etnica che ricordano quelli di Milosevic»; parla, ancora di «deportazioni di massa».
Secondo il Manifesto il ministero dell'Interno vuole marchiare i rom così come i nazisti marchiavano gli ebrei con la stella di David; si parla di invii «nei lager più vicini». Così nella vignetta. L'editoriale invece si intitola «L'Italia si fa ronda», e dice che stiamo seguendo il «senso degenerato dello slogan neonazista-forzanuovista “difendi il simile, distruggi tutto il resto”». L'Unità pubblica un'intervista a Marco Minniti, ministro ombra dell'Interno: «Il governo sta alimentando la paura e la giustizia fai da te». Anche su Repubblica, che pure è un giornale di qualità alta, c'è chi parla di un'Italia razzista: Adriano Prosperi scrive di «pogrom moderni» incoraggiati dalla politica; Gad Lerner dice che la caccia al rom è «incitata», anche da un titolo del nostro giornale; Umberto Eco parla dell'arte di denigrare il nemico, sempre «sporco e brutto».
Ma è questa l'Italia reale? Siamo un Paese di razzisti? Oppure c'è un problema di sicurezza che non cambierebbe di una virgola se i delinquenti fossero alti e biondi? E soprattutto: c'è uno Stato che promuove la pulizia etnica e i pogrom? Oppure c'è gente esasperata proprio perché per anni lo Stato non è intervenuto?
Guai se il nuovo governo non si dimostrasse efficiente e perfino spietato contro coloro che hanno assaltato i campi rom; guai se non estirpasse alla radice, e con il massimo rigore, la voglia di «giustizia» fai da te. Ma come si fa a non capire che è proprio in assenza di norme precise che si finisce con il delegare alla mafia e alla camorra la «giustizia» sommaria? Che si finisce con l'alimentare ronde e odio di razza? Com'è possibile che una sinistra che vanta - e spesso non a torto - una superiorità nel mondo della cultura, non capisca quanto è grottesca l'immagine dell'Italia neonazista che viene dipinta da simili campagne di stampa?
E ancora. Com'è possibile che la sinistra non capisca che le prime vittime di una certa illegalità sono gli abitanti delle periferie, e quindi i suoi tradizionali elettori? Per quale motivo la sicurezza e la legalità dovrebbero essere solo temi di destra? Com'è possibile che la sinistra non prenda atto che una delle loro icone del momento, Zapatero, ha preso misure ben più spietate di quelle anche solo pensate da un Calderoli?
In verità molta sinistra tutto questo lo capisce. Lo capisce il presidente della Provincia di Milano Penati (Pd, ex comunista); lo capiscono le giunte di sinistra di Padova e quella di Cofferati a Bologna. Le misure che costoro hanno preso o annunciato avrebbero fatto gridare allo scandalo, se partorite da amministrazioni leghiste. C'è tanta sinistra che rifiuta di liquidare la questione sicurezza con lo stereotipo-razzismo: ieri sul Corriere si riportava la presa di posizione della sezione Gramsci di Ponticelli: un manifesto con scritto «Via gli accampamenti rom». È la sinistra degli intellettuali a essere in ritardo, a non capire che l'intolleranza e la violenza vengono alimentate dall'assenza dello Stato, non dal suo intervento.
Michele Brambilla
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Due Idee Per la Cultura di Giordano Bruno Guerri da Il Giornale del 17 maggio 2008
«Crescere vuol dire aprire e modernizzare la mentalità con cui affrontiamo i problemi della cultura e della preziosa eredità di esperienza, di pensiero e di vita che abbiamo alle spalle e che è garanzia del nostro futuro». Con queste parole, nel suo discorso alla Camera, Silvio Berlusconi ha posto il tema della cultura alla pari di quelli economici, dell’ambiente, della salute. Gliene va dato atto, tanto più che proprio i problemi della nostra cultura – e dei nostri beni culturali – vengono trattati in modo neppure del secolo scorso, ma addirittura ottocentesco. Come ben sappiamo, non siamo ancora riusciti a valorizzare quell’enorme e preziosa eredità: soltanto per citare un aspetto, musei che da soli potrebbero rendere come una piccola industria sono in passivo a causa di gestioni arcaiche e clientelari. Il problema è squisitamente politico e di gestione, e va affrontato – anche - con piglio manageriale e intraprendenza.
Qualche esempio? Con altri mille ho sottoscritto l’iniziativa di Alain Elkann «Italia, Paese della cultura e della bellezza». Il documento relativo è già nelle mani di tutti i neoparlamentari e contiene lo strumento più semplice ma – a quanto pare – più raro: idee. Si va dall’incremento delle nuove tecnologie per gli archivi alla promozione dell’apprendistato per l’artigianato artistico; dalla promozione della cultura italiana all’estero, che necessita di un coordinamento centrale, alla formazione di imprese giovanili che, aumentando l’occupazione, assicurino una gestione adeguata del patrimonio «minore», di proprietà degli enti locali; dall’apertura dei conservatori ai minori alla necessità che la nomina alle direzioni dei teatri non sia politica (come dovrebbe accadere anche per le Asl).
Lasciamo cadere i panni curiali e pensiamo anche economicamente ai problemi della cultura. Attualmente le risorse che le sono destinate rappresentano lo 0,30 per cento del bilancio dello Stato. Occorre arrivare almeno allo 0,50 per avvicinarci – almeno – a quanto si fa in altre grandi nazioni: oggi siamo al decimo posto in Europa; nel 2006 abbiamo speso (più che investito) 2000 milioni di euro contro gli 8.444 della Francia, gli 8000 milioni della Germania, i 5100 milioni della Gran Bretagna. Investendo di più saranno maggiori i ricavi che ci verranno dal turismo e dall’indotto. Anche il turismo ha bisogno di un riallineamento fiscale simile a quello dei nostri principali concorrenti: la nostra aliquota Iva attualmente è del 10 per cento, contro l’8 della Grecia, il 7 della Spagna, il 5,5 della Francia. Occorre prevedere un percorso graduale di abbassamento di un punto l’anno. È poi necessario - come avviene nei principali Paesi europei e negli Stati Uniti - che contributi, donazioni e lasciti per la cultura godano di un credito d’imposta del 15/20 per cento.
Va da sé che i provvedimenti economici, per quanto indispensabili non sono sufficienti. Un episodio di questi giorni – denunciato proprio dal Giornale – è indicativo di come il concetto stesso di cultura sia svilito proprio nei luoghi e nelle menti che più dovrebbero rappresentarlo. Parlo del caso del docente di filosofia (e dispensatore di lezioni morali su tutti i media) colto ripetutamente a plagiare testi altrui, recidivo anche dopo due condanne. Il vero scandalo non è lui, bensì che parte del mondo accademico si sia mobilitato per giustificarlo; e che nessuno abbia fatto niente per impedirgli di continuare a stare in cattedra. Da dove, adesso, potrà essere soltanto un cattivo esempio, quindi un cattivo maestro. A commento di questo scandalo vero, Renato Cristin ha scritto che «L’Italia è, sotto il profilo della coscienza culturale e civile, una nazione alla deriva, che ha perduto i criteri con cui distinguere ciò che vale da ciò che non ha valore, capire chi è onesto e chi è un impostore». Concordo con lui: uno dei punti irrinunciabili del governo e del ministro Bondi (auguri!) dovrà essere la difesa e la diffusione dell’onestà intellettuale. Senza la quale non c’è cultura che tenga.
Qualche esempio? Con altri mille ho sottoscritto l’iniziativa di Alain Elkann «Italia, Paese della cultura e della bellezza». Il documento relativo è già nelle mani di tutti i neoparlamentari e contiene lo strumento più semplice ma – a quanto pare – più raro: idee. Si va dall’incremento delle nuove tecnologie per gli archivi alla promozione dell’apprendistato per l’artigianato artistico; dalla promozione della cultura italiana all’estero, che necessita di un coordinamento centrale, alla formazione di imprese giovanili che, aumentando l’occupazione, assicurino una gestione adeguata del patrimonio «minore», di proprietà degli enti locali; dall’apertura dei conservatori ai minori alla necessità che la nomina alle direzioni dei teatri non sia politica (come dovrebbe accadere anche per le Asl).
Lasciamo cadere i panni curiali e pensiamo anche economicamente ai problemi della cultura. Attualmente le risorse che le sono destinate rappresentano lo 0,30 per cento del bilancio dello Stato. Occorre arrivare almeno allo 0,50 per avvicinarci – almeno – a quanto si fa in altre grandi nazioni: oggi siamo al decimo posto in Europa; nel 2006 abbiamo speso (più che investito) 2000 milioni di euro contro gli 8.444 della Francia, gli 8000 milioni della Germania, i 5100 milioni della Gran Bretagna. Investendo di più saranno maggiori i ricavi che ci verranno dal turismo e dall’indotto. Anche il turismo ha bisogno di un riallineamento fiscale simile a quello dei nostri principali concorrenti: la nostra aliquota Iva attualmente è del 10 per cento, contro l’8 della Grecia, il 7 della Spagna, il 5,5 della Francia. Occorre prevedere un percorso graduale di abbassamento di un punto l’anno. È poi necessario - come avviene nei principali Paesi europei e negli Stati Uniti - che contributi, donazioni e lasciti per la cultura godano di un credito d’imposta del 15/20 per cento.
Va da sé che i provvedimenti economici, per quanto indispensabili non sono sufficienti. Un episodio di questi giorni – denunciato proprio dal Giornale – è indicativo di come il concetto stesso di cultura sia svilito proprio nei luoghi e nelle menti che più dovrebbero rappresentarlo. Parlo del caso del docente di filosofia (e dispensatore di lezioni morali su tutti i media) colto ripetutamente a plagiare testi altrui, recidivo anche dopo due condanne. Il vero scandalo non è lui, bensì che parte del mondo accademico si sia mobilitato per giustificarlo; e che nessuno abbia fatto niente per impedirgli di continuare a stare in cattedra. Da dove, adesso, potrà essere soltanto un cattivo esempio, quindi un cattivo maestro. A commento di questo scandalo vero, Renato Cristin ha scritto che «L’Italia è, sotto il profilo della coscienza culturale e civile, una nazione alla deriva, che ha perduto i criteri con cui distinguere ciò che vale da ciò che non ha valore, capire chi è onesto e chi è un impostore». Concordo con lui: uno dei punti irrinunciabili del governo e del ministro Bondi (auguri!) dovrà essere la difesa e la diffusione dell’onestà intellettuale. Senza la quale non c’è cultura che tenga.
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