Tuesday, May 20, 2008

Immigrants' Italy Problem in the Wall Street Journal of May 20, 2008

FROM TODAY'S WALL STREET JOURNAL EUROPE
May 20, 2008

Italy is again aflame in anti-immigrant rhetoric and violence. Recent attacks on the Roma, better known as Gypsies, are a key test for EU enlargement and migration policy, as well as the new government of Silvio Berlusconi.

In Naples, angry residents last week burned two Roma camps to the ground, sending squatters fleeing for safety. The proximate cause was a Gypsy teenager's attempt to kidnap an Italian baby. But the vigilantes appear convinced that Roma on the whole are irredeemably criminal – a belief that their politicians seem only too happy to indulge. This is happening in a city so ruined by the local Mafia that uncollected garbage has been piling up in the streets for months.

The backlash against newcomers extends to Rome, Milan and elsewhere. Police nationwide have been cracking down on non-Italian outlaws, whom Mr. Berlusconi, never one to forgo populist point-scoring, has likened to an "army of evil."

Gypsies are not the only persecuted group. Romanians – who moved to Italy in droves before and since their country joined the EU last year and now make up 1% of the country's population – are also targeted. Last autumn some politicians proposed mass deportations. Strains have re-emerged in recent weeks and Bucharest sent its Interior Minister to Rome last Thursday to remind Mr. Berlusconi that free movement of people is a right of all EU citizens.

Meanwhile, Italy's new Foreign Minister, Franco Frattini, late of the European Commission's justice brief (which includes immigration policy), has indicated that the EU ought to rethink its open-border policy. In an interview with La Stampa newspaper last month, Mr. Frattini acknowledged that "the free circulation of citizens . . . is sacrosanct." But he also suggested a review of the 2004 law that liberalized residency requirements for citizens of one EU member state wishing to live in another.

In a later interview with Il Messaggero, Mr. Frattini said Italy might support digital fingerprinting for citizens of EU countries from outside the Schengen passport-free zone. This would amount to a not-so-subtle effort to exclude Romanians, whose country can't adopt the Schengen treaty until 2011 at the earliest.

But selectivity about which EU statutes a member wants to uphold, or which states it wants to be friendly toward, isn't supposed to be an option. Italy, which counts itself as one of the biggest proponents and beneficiaries of the European project, needs to be careful here.

While law enforcement is one of government's central duties, there's no reason to police foreign criminals more vigorously than native wrongdoers. Pretending that an immigrant crackdown alone will make Italy safer gives citizens a false sense of reform. Then again, maybe Italians don't expect much else from Mr. Berlusconi, given the meager results of his first two stints in the Palazzo Chigi.

For its part, the EU too often is slow to animate the freedoms promised in its founding 1957 Treaty of Rome. (The late-arriving, watered-down liberalization of services comes to mind.) Yet it rarely has moved backward after finally improving the free movement of people, services, goods or capital.

More so than Slovakian waitresses in London or Polish plumbers in Paris, the political frictions caused by the current wave of immigration to Italy stands to test the EU's commitment to one of its bedrock principles. The folks in Rome are proposing to decide that some Europeans are more equal than others. That used to be a very un-European thing to do.

Ora Vediamo Cosa Si Inventa Berlusconi di Federico Geremicca su La Stampa del 20 maggio 208

Non si può dire, onestamente, che lo stato d’animo sia di chi tira un sospiro di sollievo mentre mormora «almeno ’sta rogna gliel’abbiamo mollata».

Però, certo, sotto sotto l’animo è di chi è lì, in attesa, e pensa «adesso vediamo come se la cava lui». Perché magari - ed è la speranza di tutti, napoletani in testa - andrà benissimo, e Berlusconi potrà dirsi il protagonista di un’altra di quelle imprese di cui ogni tanto si vanta: aver ripulito Napoli dall’immondizia. Ma potrebbe anche andare meno bene, cioè com’è andata a chi ci ha messo le mani fino ad ora, da Bassolino a De Gennaro, da Bertolaso a Iervolino. E questo dice di quanto sia coraggiosa e insidiosa la sfida lanciata da Berlusconi: la cui faccia, da domani, sarà inevitabilmente associata ai cumuli di rifiuti.

Pare l’abbiano sconsigliato fino all’ultimo - consiglieri romani e referenti napoletani - di tener fede all’impegno di riunire qui il Consiglio dei ministri che darà il via, tra l’altro, al piano per la guerra alla monnezza. La faccenda si stava facendo - e resta - un po’ rischiosa: campi rom incendiati, falò per le strade, guaglioni della camorra in attività e due cortei già pronti per contestare la riunione del governo (uno con Francesco Caruso). Ma Berlusconi non ha voluto saperne: lo aveva promesso e un impegno è un impegno. A costo di portarsi dietro tutti i ministri. Nel suo ufficio al terzo piano di un bel palazzo di via Santa Lucia, Bassolino conferma: «A me sembra il presidente convinto e impegnato. Ci vuole provare, e noi gli saremo al fianco. Sa perfettamente che è una brutta grana, perché con l’emergenza rifiuti Berlusconi ci ha già avuto a che fare tante volte: ricorderà, immagino, che perfino io - quando lui era al governo - sono stato per tre anni suo commissario...».

E la monnezza, dunque, da domani diventa una grana bipartizan: e già il fatto che sia bipartisan, fa tirare un fiato alle istituzioni locali, triturate dallo scandalo dell’immondizia per le strade. Quando poi all’immondizia sono tornati ad aggiungersi i raid notturni, i campi rom incendiati e i pompieri presi a sassate, si è tornati ai livelli di guardia - quelli di oggi, appunto - della prima emergenza-rifiuti, che a gennaio fece il giro del mondo. Sistemato dietro la scrivania ultramoderna del suo ufficio al 16° piano del Centro direzionale, Velardi - assessore regionale al Turismo e storico consigliere di D’Alema - sostiene che le cose non starebbero così. «Bisogna cominciare a dirsi che sono fatti diversi. La prima crisi, quella sì, fu la crisi dei rifiuti. Questa è un’altra cosa: è la crisi della convivenza, dello spirito pubblico che muore. Intorno alla monnezza si agitano camorristi e ultrà, gente di Forza Nuova e quelli di Caruso, e la città ne è travolta e anzi fa il tifo ora per questo, ora per quello... E nessuno ha i titoli per ripristinare un principio di autorità. Bisognerebbe azzerare tutto e ricominciare».

Ieri mattina uno sciopero a tradimento dei servizi di trasporto pubblici ha paralizzato la città. La notte prima, due ragazzi minorenni hanno sbattuto con la moto e sono morti: naturalmente, erano senza casco. Forse è poco pietoso aggiungere che ogni volta è un po’ peggio, che passa il tempo e la parabola della città non s’arresta. La violenza e l’abitudine alla violenza, anzi, si radicano: e diventano cultura. Ieri Napoli mandava in giro per il mondo film come «Morte di un matematico napoletano» o il «Ricomincio da tre» di Troisi. Oggi a Cannes ci va «Gomorra». E non c’è niente da dire. «A fine mese torna a Napoli il Re di Spagna. E ci siamo appena aggiudicati il Festival internazionale del Teatro, 200 spettacoli, 15 Paesi coinvolti, comincia il 6 giugno - gesticola Bassolino per dire che Napoli non è solo immondizia, come ieri si diceva che Napoli non era Calcutta, ed è un paragone che è prudente non rifare -. In più, è imminente il restauro del San Carlo. Noi ci abbiamo messo 50 milioni di euro, è il più importante intervento dal 1737...».

La parte finale della Riviera di Chiaia, la strada parallela all’incantevole lungomare, è colma di immondizia: il vento che viene dai Campi Flegrei ne spalma la puzza e magari la spinge fin lì, a piazzetta Trieste e Trento, al San Carlo, appunto. Nei quartieri di periferia, dove un teatro nemmeno c’è, è peggio: si sguazza in un pantano di reciproche illegalità e poi ci si meraviglia che si arriva al punto che la gente applaude i guaglioni che danno fuoco ai campi rom. Una miscela esplosiva. Napoli ha conosciuto altri precipizi, il colera negli Anni 70 e il terremoto dell’80, gli omicidi di Prima Linea e le stragi di camorra: ma si rialzava e reagiva, aggrappandosi a qualunque cosa - dal teatro di Eduardo a Maradona - per mandare di sé un’immagine positiva e viva. Oggi, tra rassegnazione e rabbia, non sembrano esserci stazioni intermedie...

Ed è in una polveriera così che Berlusconi ha deciso di giocarsi un po’ della faccia del suo quarto governo. «E noi dovremo collaborare - assicura Velardi -. Anzi, dovremo essere il suo braccio operativo qui. Solo una cosa il Cavaliere deve aver chiara: che quanto più forti sono le aspettative che si suscitano, tanto più forte sarà la rabbia per un fallimento. E’ un’equazione matematica. E’ quella, in fondo, che qui ha già tramortito un’intera classe dirigente».

Macchina taglialeggi per Napoli di Michele Aninis su La Stampa del 20 maggio 2008

Napoli brucia, perché il supercommissario sui rifiuti è incespicato su un rifiuto normativo. Dopo settimane di lavoro, dopo qualche buon risultato, tre distinte procure ne hanno paralizzato l’opera contestandogli vizi formali e cavilli burocratici. Sicché - per dirne una - il sito di stoccaggio di Coda di Volpe è finito sotto sequestro, in quanto nella sua ordinanza De Gennaro non specificava a quali norme ambientali intendesse derogare. Mica facile, quando ogni codice di diritto dell’ambiente ospita più pagine di un volume d’anatomia. Ma in questo senso Napoli è ormai specchio e metafora del nostro Paese. Le pile di monnezza fumante sono tal quali gli accidenti che ci si parano dinanzi quando bussiamo al portone di Sua Maestà la Legge: 71 timbri per aprire un esercizio commerciale, 27 mesi per una licenza edile, 233 scadenze l’anno per ogni imprenditore. Da qui uno Stato senza regole, dato che le troppe regole s’elidono a vicenda. Da qui una giustizia che funziona in tempi biblici, e che si rivela spietata con i deboli, condiscendente con i forti. Da qui il gran mare in cui nuotano i poteri criminali, le consorterie affaristiche, le clientele dei partiti. Da qui, infine, la rissa fra le istituzioni, perché le istituzioni a loro volta sono troppe e perché la mano destra dello Stato agisce senza mai sapere che cosa stia combinando la mano sinistra.

Per guarire Napoli e l’Italia c’è una sola terapia: la cura della semplicità. Con il governo Berlusconi questa cura ha trovato il suo dottore, nella persona del ministro per la Semplificazione. Pare che in origine Calderoli fosse destinato ad altro incarico, e che si sia inventato lì per lì quella poltrona quando ha scoperto che tutte le altre erano già state occupate. Non importa: spesso le buone idee nascono per caso, per una congiuntura astrale. E d’altronde il suo dicastero non è meno importante dell’Interno o dell’Economia. La commissione Pajno ha contato 21 mila leggi e 70 mila regolamenti statali, cui s’aggiungono 30 mila leggi regionali. Nessuna politica per la sicurezza, nessuna crescita economica potrà mai attecchire senza aver sfoltito questo corpaccione normativo con un bel paio di forbici da pota. Secondo l’ex ministro Bassanini, per tale via potremmo ridurre di 9 miliardi l’anno i costi delle imprese, guadagnando 2 punti di Pil e 30 miliardi nei saldi di finanza pubblica. Ma per riuscirci è necessario soddisfare una doppia condizione.

Primo: non serve inventare un nuovo marchingegno. La macchina c’è già, ed è la cosiddetta «Taglialeggi», creata da Baccini nel 2005. Prevede l’abrogazione automatica di tutti gli atti legislativi anteriori al 1970, salvo quelli espressamente richiamati dal governo, che a propria volta andranno accorpati in codici omogenei. E questo entro il 16 dicembre 2009, una data che è appena dietro l’angolo. Ogni riforma di tale legge di riforma allontanerebbe dunque il risultato alle calende greche. Semmai conviene rafforzarla, stabilendo per esempio che i nuovi codici possano modificarsi soltanto in forma di novella, poiché altrimenti diverrebbero subito obsoleti. Ma siccome nessuna legge può vincolare le leggi successive, c’è bisogno d’una regola costituzionale; a suo tempo la propose la Bicamerale presieduta da D’Alema, non sarebbe male riesumarla.

Secondo: se davvero fra i partiti soffia un vento di dialogo, d’ascolto, di mutuo soccorso sulle grandi questioni nazionali, la semplificazione del Paese sarà il suo banco di prova. Del resto la Baccini in Senato fu votata anche dal centro-sinistra, e da parte sua il governo Prodi aveva cominciato ad applicarla. Inoltre in queste faccende nessuno ha la coscienza vergine, se è vero che i cinque anni del precedente governo Berlusconi ci hanno recato in dote 643 leggi in più, come se già non ne avessimo abbastanza sul groppone. Oggi però, con la semplificazione del quadro politico, c’è il presupposto per la semplificazione normativa e per quella burocratica. E se si può, si deve.

micheleainis@tin.it

La Battaglia Decisiva di Angelo Panebianco sul Corriere del 20 maggio 2008

Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti (ma forse così non è) che in Campania, nella drammatica vicenda dei rifiuti, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi non sarà in gioco solo la credibilità del neonato governo Berlusconi. L'immagine internazionale del Paese è stata orribilmente sfigurata a causa di quella vicenda. Senza un immediato e radicale cambio di rotta, senza un vero avvio di soluzione del problema, rischiamo di non potere mai più ridare (parole di sapore antico ma, credo, calzanti) l'onore perduto all'Italia. Di fronte al mondo come di fronte a noi stessi.

Occorre una grande concordia di intenti, una ferrea volontà di coordinamento degli sforzi fra tutte le istituzioni che contano, da quelle politiche (a tutti i livelli), a quelle ammini-strative, a quelle giudiziarie. Possibilmente, con l'impegno e il sostegno dell'intera società, della Chiesa, dei mezzi di comunicazione, eccetera. Anche perché si è ormai capito che la possibilità o meno di affrontare con successo la questione dei rifiuti dipenderà in larga misura dagli esiti del braccio di ferro fra lo Stato democratico e la camorra (che non intende rinunciare all'ultra-redditizio business dei rifiuti) per il controllo del territorio campano: una sfida che lo Stato democratico potrebbe benissimo perdere.

C'è dunque, finalmente, quella concordia di intenti? Solo in parte, a quanto sembra. Se il presidente della Regione campana Antonio Bassolino si dichiara pronto a cooperare lealmente con il governo, altri sembrano, incredibilmente, ignari della gravità della situazione. È impressionante, ad esempio, il resoconto ( La Stampa, 19 maggio) dello stillicidio di intralci posti, negli ultimi mesi, da alcune procure campane all'attività del commissario Gianni De Gennaro, al suo disperato tentativo di tamponare l'emergenza. Ed è ugualmente impressionante il contenuto dell'intervista rilasciata ieri al Corriere non da un passante ma dal sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino. Invece di appellarsi ai suoi cittadini perché collaborino con le pubbliche autorità, invece di lasciare da parte le polemiche e invitare tutte le istituzioni all'azione concorde, la Iervolino (rendendo così poco credibile la sua stessa dichiarazione di voler cooperare col governo) non rinuncia a sottolineare il suo ruolo di «antagonista » di Berlusconi e della maggioranza. Con varie battute sarcastiche, come quella sulla proposta di tenere segreti i siti delle discariche: «Che facciamo? Vestiamo gli operai da Cappuccetto Rosso e camuffiamo le scavatrici da carri di Babbo Natale?». Si vede che al sindaco di Napoli mette allegria stare seduta sulla tolda del Titanic.
La storia insegna che nelle grandi tragedie un ruolo importante, in negativo, lo svolge sovente l'inadeguatezza politica di chi occupa rilevanti posizioni pubbliche.

A Napoli e dintorni è in corso da mesi una sorta di guerriglia «a bassa intensità », scontri fra dimostranti e polizia, roghi di cassonetti, eccetera. Forse la camorra, come anche nella vicenda dell'assalto al campo Rom, sta mandando un messaggio al governo e, in realtà, all'intera società italiana, un messaggio del tipo «questo è territorio nostro, non provatevi a mettervi di mezzo». Sarà difficile per chicchessia mettersi di mezzo se le istituzioni non remeranno tutte con lo stesso ritmo e nella stessa direzione.

20 maggio 2008