Wednesday, June 24, 2009

Prova di verità per gli atenei di Francesco Giavazzi su Corriere della Sera del 24 Giugno 2009

COMPORTAMENTI DA CAMBIARE

La legge finanziaria dello scorso anno ha ridotto drastica­mente i finanzia­menti alle università: meno 10% circa nel 2010, fino al 18% l'anno successivo. E' eviden­te che con le regole attuali, e con il 18% di finanziamenti in meno, la maggior parte delle università chiudereb­be. Non penso fosse questa l'intenzione del governo, bensì quella di obbligare i nostri atenei a modificare ra­dicalmente i loro comporta­menti e ad adottare riforme profonde.

Tre sono i problemi da af­frontare: 1) cambiare la go­vernance delle università. Oggi i rettori sono eletti da una platea amplissima che include anche i bidelli. Una volta eletti, non sono liberi perché debitori dei loro gran­di elettori. Sono anche «irre­sponsabili » perché controlla­no il cda delle università, l'or­gano che in teoria dovrebbe valutarli; 2) ripensare i crite­ri con cui sono ripartiti i fi­nanziamenti, perché se i ta­gli colpissero nello stesso modo atenei buoni e cattivi, il risultato sarebbe un deca­dimento generale della di­dattica e della ricerca. Per farlo occorre mettere in pie­di un buon sistema di valuta­zione; 3) correggere le moda­lità di reclutamento dei pro­fessori perché i concorsi pubblici hanno fallito e si so­no dimostrati non riformabi­li.

In questo primo anno il ministro Gelmini ha preso qualche decisione coraggio­sa: in autunno ha bloccato una tornata di concorsi che si preannunciava tutta truc­cata (ma dopo aver cambia­to con un decreto le regole per la scelta delle commissio­ni, di quei concorsi non si sa più nulla); ha deciso che il 5% dei fondi pubblici per il corrente anno accademico (l' anno è praticamente finito, ma i fondi alle università non sono ancora stati asse­gnati) venga ripartito sulla base dei risultati della ricer­ca.

Il ministro ha anche pre­parato un disegno di legge (circola in rete) che innova le modalità di reclutamento, eliminando i ricercatori e adottando il metodo, basato sulle effettive attività di ricer­ca, della tenure track comu­ne nelle migliori università al mondo. (Per capire quan­to questo trasformerebbe i nostri atenei, basta parago­narlo con la proposta presen­tata in Parlamento dal Pd che promuove ope legis pro­fessori tutti i ricercatori, an­che quelli non confermati.) Ma la legge del ministro Gel­mini, annunciata da mesi, viene rimandata di settima­na in settimana. Perché?

Un ostacolo sono i gatto­pardi delle università (retto­ri e molti professori) che pre­mono perché nulla cambi. Un altro sono i sindacati te­tragoni nella difesa dell'ope legis. Un altro infine è il mi­nistro dell'Economia che non rinuncia ai tagli.

Non possiamo fare gli struzzi: anche se le riforme del ministro Gelmini andran­no in porto, l'unico modo per tenere aperte le universi­tà con i fondi previsti in fi­nanziaria è alzare significati­vamente le rette degli stu­denti, introducendo nello stesso tempo borse di studio di pari valore per i meno ab­bienti. Io sono d'accordo, perché l'università di fatto gratuita è un trasferimento dai poveri ai ricchi, ma se questa è la strada occorre il coraggio di dirlo. Ciò che non si può fare è aspettare senza far nulla, e lasciare che a novembre le università chiudano.

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