Indice delle liberalizzazioni 2009: il paese così non batte la crisi
Un Paese a metà del guado, che procede solo per forza di inerzia e che rischia, in assenza di un'esplicita volontà politica, di tornare addirittura sui propri passi.
La fotografia della concorrenza italiana, scattata come ogni anno dall'Istituto Bruno Leoni nel suo Indice delle Liberalizzazioni, conferma i ritardi del nostro Paese lungo la strada del libero mercato. E l'edizione 2009 del rapporto, che Repubblica è in grado di anticipare, arriva in una fase delicatissima per questo processo. La crisi finanziaria globale – partita dallo scandalo dei mutui subprime per approdare al crac delle maggiori banche mondiali e alle ripercussioni sull'intera economia reale – ha di fatto messo alla sbarra lo stesso concetto di deregulation. «Ma raramente – si sottolinea nell'analisi dell'Indice – la regolamentazione è riuscita a correggere i presunti fallimenti del mercato senza determinare inconvenienti ancora peggiori, per esempio in termini di redistribuzione della ricchezza e di efficienza nella sua allocazione».
Riflessione di carattere generale che sembra calzare a pennello anche nell'attualità politica italiana, dopo la serie di interventi di maggioranza e governo che, dalla class action alle assicurazioni, stanno praticamente smontando il disegno di riforma della precedente legislatura.
«In un momento storico come quello che stiamo vivendo – sottolineano i ricercatori coordinati da Carlo Stagnaro – è difficile non chiedersi in quali condizioni l'Italia affronti la crisi. Se assumiamo che sulla competitività del nostro Paese abbia una ripercussione significativa il grado di apertura dei mercati, la situazione non è buona».
I settori censiti nell'Indice sono 15 e per ognuno, attraverso l'elaborazione di criteri quantitativi e qualitativi, è stato individuato un Paese benchmark, cioè quello più liberalizzato all'interno dell'Unione europea: a questo benchmark è stato assegnato un valore cento rispetto al quale, poi, è stato calcolato in termini percentuali il livello di liberalizzazione dell'Italia.
In Italia, i settori «liberalizzati», che cioè hanno un indice superiore al 60%, sono quattro nel 2009, contro i tre del 2008 e del 2007. Quelli «abbastanza liberalizzati» (tra 50 e 60%) salgono da tre a quattro, tornando allo stesso numero del 2007. Infine, i settori «non liberalizzati» (meno di 40%) scendono da sei a quattro, stesso valore del 2007. Nella maggior parte dei settori, non si sono registrati miglioramenti (o peggioramenti). Tre le eccezioni: il mercato del lavoro, i servizi idrici e il fisco. E se in quest'ultimo caso, il miglioramento è determinato dal peggioramento del benchmark Gran Bretagna, per quanto riguarda il mercato del lavoro – spiega il rapporto – incidono sostanzialmente gli interventi di riforma del ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi.
«A livello generale – si legge nell'Indice – il grado di liberalizzazione dell'economia italiana resta grossomodo costante: il valore registrato nel 2009, pari al 51%, è in linea con quelli osservati negli anni precedenti che, tenendo conto dell'inserimento di tre nuovi settori (autostrade, televisione, Borse) e dei miglioramenti di altri due (fisco e ordini professionali), sono stati rivalutati, arrivando in entrambi i casi al livello del 49%». Di fatto, è la conclusione del rapporto, l'Italia si trova nel limbo, «con un piede nel mercato e uno nell'interventismo statale». E i miglioramenti registrati sembrano effetto di un «andamento inerziale» che indica «un'assenza di volontà politica e, laddove c'è stata, di assenza di incisività dell'azione politica».
Continua a mancare, fra chi è chiamato a decidere, «quella diffusa consapevolezza dei benefici della concorrenza (in termini di aumento dell'offerta per i consumatori, di contenimento dei prezzi, ma anche “efficientamento dei processi produttivi”), che può produrre un percorso di riforma dalla direzione sicura». Insomma, l'immagine delle liberalizzazioni italiane è quella di un Paese dove le «riforme effettuate “sotto costrizione” siano state lasciate a metà non appena il vincolo esterno, di natura europea o meno, è diventato più lasco».
Elettricità
Il settore elettrico italiano ha mostrato miglioramenti, ma non mancano segnali preoccupanti nella generazione e nel trasporto. Rebus per il nucleare.
Acqua
Ancora lunga la strada della liberalizzazione. Inadeguato il modello scelto: da preferire quello della privatizzazione delle infrastrutture.
Gas
Il mercato presenta punti di miglioramento della concorrenza (meno concentrazione in alcuni settori), ma anche preoccupanti ritardi nella creazione di una domanda attiva.
Treni
Le problematiche maggiori rimangono relative al mercato e non tanto alla legislazione che è più avanzata di altri Paesi. Serve l'apertura a nuovi operatori.
Aerei
Il mercato intraeuropeo, il più importante per numero di passeggeri, ha un buon grado di apertura, mentre il mercato domestico ha peggiorato.
Trasporto locale
La situazione è peggiorata, nonostante la riforma dei servizi pubblici locali. L'indice è in ulteriore diminuzione rispetto al benchmark Gran Bretagna.
Servizi pubblici
La nostra burocrazia conferma la spiccata dipendenza dal potere politico. Gli uffici periferici sono ancora condizionati da quelli centrali. I cittadini in affanno.
Autostrade
Parlamento e governo emanano ancora nuove norme: confermando in questo modo l'incertezza che caratterizza ormai la disciplina dell settore autostradale.
Poste
Il mercato è poco liberalizzato: questo penalizza gli utenti (famiglie e imprese) e i concorrenti delle Poste. Il regolatore, che è il ministero, risulta “di parte”.
Televisione
La Rai, un soggetto pubblico, conserva un ruolo preponderante nel settore: elemento che sta frenando le liberalizzazioni. Le regole del comparto sono troppo stringenti.
Professioni
La liberalizzazione delle professioni era presente nell'agenda politica della passata legislatura. Ora passa in secondo piano. Novità attese solo per il mondo forense.
Borsa
Le 40 maggiori società italiane sono quotate all'S&P Mib. E lo Stato controlla ancora il 7% dei loro capitali (in Svizzera la quota pubblica è ferma tra l'1e il 2%).
Tlc
il nodo cruciale è rimasto irrisolto. La soluzione dell'Open Access non può considerarsi la risposta definitiva per l'apertura della rete alla concorrenza.
Lavoro
Con la legge 133 del 2008, il governo facilita il ricorso a controlli flessibili e recupera il lavoro a chiamata. Aziende più libere nella gestione dell'orario di lavoro.
Fisco
Migliora la situazione delle imprese: in un anno, si occupano di adempimenti fiscali per 334 ore (26 in meno dell'anno precedente). Impegno comunque più alto che a Londra.
Monday, June 15, 2009
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